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Ciao e benvenuto sul mio sito

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Sono Andrea Boccolari e scrivo cose.

Qui potrai leggere in tutta libertà i racconti che verranno rilasciati ogni settimana e trovare i libri da me pubblicati.

Fai un giro nelle varie sezioni e lascia un commento. Se i racconti ti sono piaciuti stampali e appendili in cameretta, oppure bruciali in un rito al Dio che preferisci, o dilettati nel farmi una macumba. in un qualche modo, con la mia scrittura spero di lasciarti qualcosa.

Se ti sono piaciuti tanto falli leggere ai tuoi amici e passagli il libro che ho scritto. Se vuoi pubblicare qualche estratto fallo pure, ma almeno abbi la compassione di citarmi.

Si fanno molti più lettori raccontando di un solo padre che ammazza il proprio figlio,
che di mille padri, i cui figli li educano con amore

Bokko Trash

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

LO STRANO CASO DEL DOTTOR POIROT

Una mazzata dietro la nuca è davvero qualcosa di inaspettato.
È come un colpo di fulmine che spezza la nostra routine, come uno zampone trovato dentro l’uovo di
pasqua, il miele sul formaggio o le urla della vecchia vicina di casa gattara.
Ed è solo quando tutto si fa buio che puoi cominciare a essere te stesso.

EDOARDO

Aveva visto il tempo passare attraverso la vetrata di una finestra. Il cielo, dapprima azzurro, si era inscurito passando per toni violacei e rosa, per poi arrivare al nero completo illuminato solo dalla luna.
Si risvegliò il mattino dopo sicuro di non aver mai dormito e di essere rimasto in quella posizione per ore. Gli scappava da pisciare e la prima cosa che notò era che per puro miracolo non se l’era fatta addosso.

Ma perché si ritrovava supino? Alzò la testa dal duro terreno rimanendo appoggiato coi gomiti a terra; è sempre bene rimanere ancorato al suolo in questi casi, si ripeteva tutte le volte che succedeva. Il contatto con esso aiuta a comprendere meglio la situazione mentre rialzarsi ti provoca vertigini rischiando di farti cadere ancora, soprattutto quando senti male alla testa. Si toccò la nuca e lo stupore nel vedere la mano sporca di sangue rappreso era tale da lasciarlo a bocca aperta. Era così sconcertato del fatto che il sangue fosse rappreso e si fossero formati dei crostoni… da quanto tempo si trovava lì? Di sicuro aveva la testa dura ma non era certo di cosa potesse essere successo. Si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio che lo aiutasse a comprendere cosa potesse essere accaduto. Sembrava uno studio di quelli che si vedono nei gialli, quelli dei grandi dottori, capoccioni di altri tempi che parlano con termini incomprensibili pensando che tutti possano capirli, ignorando che le persone normali
discutono in maniera molto più semplice; sembra che i loro studi abbiano resettato questa consapevolezza. Sopra una libreria vide un piccolo volume con la parola Genesi sulla costa e questo lo portò a pensare ai suddetti capoccioni. Avrebbero potuto utilizzare il termine Creazione, sicuramente più d’impatto, evitando
così il rischio di incomprensioni da parte di tutta quella fetta di popolazione meno avvezza alla scienza e con un calibrato credo religioso, ma non lo avevano fatto. Se non fosse stato mezzo morto non gli sarebbe dispiaciuto argomentare la questione davanti a un whisky, ma in giro non vi era nessun capoccione o essere dal cranio normodotato, tant’è che lasciò perdere.
La sua mente stava già divagando.

Si riscosse, si rialzò lentamente e, in preda ad altre elucubrazioni si accese nella sua mente un’altra parola, in quel momento decisamente più favorevole: Nemesi.
Nemesi perché di sicuro qualcuno lo aveva pestato lasciandolo lì a morire, e doveva aver pensato di essere riuscito squisitamente nell’impresa, poiché Edoardo aveva interpretato il ruolo del morto talmente bene che fino ad allora ci aveva creduto pure lui.
Ma chi era la sua nemesi? E perché aveva cercato di ucciderlo? Le cose si facevano nebulose e gli scappava veramente tanto la pipì. Cercare tracce del suo carnefice mentre era distratto da questi bisogni fisiologici di sicuro complicava la situazione, ma non voleva lasciare quella stanza senza almeno un indizio su quanto potesse essergli accaduto. Urinò nella pianta di ficus svuotandosi da quell’incombenza, tanto non si sarebbe lamentata, e pensò che se ci fosse stato anche qualcosa per il mal di testa che stava iniziando a far pulsare le sue meningi sarebbe stato il massimo, ma dovette sopportarlo.
Tornò ad analizzare la stanza, guardò gli angoli del soffitto e appurò che c’erano ancora tutti e quattro. Ti immagini che stramberia scoprire che ne manca uno? Si disse quasi divertito.

L’odore acido della minzione si fece spazio nella stanza, forse aveva commesso una mossa falsa dettata dall’urgenza, ma si decise a continuare, i serial alla televisione dicevano che bisognava battere la pista finché era calda, ed era quello che aveva intenzione di fare.
Lo studio aveva qualcosa di strano, qualcosa di diverso dai classici studi archetipi dei gialli, non aveva sedie imbottite, mobili in mogano o di noce antico, nessun portasigari o minibar, non aveva drappi rossi alle finestre e neppure fotografie di persone indiziabili. Solo una cosa lo colpì più di tutte: una teca di vetro in
una zona ben illuminata dal sole che faceva capolino dalla finestra, con al suo interno alcuni libri dall’aspetto antico. Si avvicinò e ne esaminò il contenuto. Il suo occhio scaltro aveva già ben notato che nella libreria erano contenuti per lo più libri di saggistica, mentre all’interno della teca erano tutti gialli, o almeno così gli era dato di pensare, poiché gli unici titoli che conosceva corrispondevano a quelli che leggeva sui dorsi e la sua tesi veniva avvalorata dalla famosissima copertina dell’omonimo colore.
Qualcuno aveva rotto la teca per prendere qualcosa al suo interno; nel notarlo si sentì stupidamente perspicace e decise di guardarli meglio per capire se qualcosa accomunasse tali libri e perché fossero contenuti lì dentro. Ne estrasse uno da un buco sul lato sinistro.

Il volume che aveva in mano era una prima edizione de Assassinio sull’oriente express, firmato da Agatha Christie, lo sfogliò senza trovarvi nulla degno di nota e rimise il volume all’interno della teca, amareggiato.
Ancora non capiva.

Rimase impalato per un lungo periodo davanti a quella colonna di vetro ora informe. In realtà aveva perso ogni cognizione del tempo e ragionava su possibili collegamenti tra cose a lui ancora del tutto ignote. Ad esempio su chi lo avesse assalito, per quale motivo, se il suo aggressore fosse lo stesso che aveva rotto la
teca e se esistesse un collegamento tra i libri gialli e lo studio nel quale si trovava.
Quando si accorse che non riusciva a formulare pensieri nonostante avesse fatto riposare il suo cervello a sufficienza, si convinse che doveva esserci una spiegazione più semplice per la sua aggressione, e fu allora che vide il block-notes.
Era buttato per terra sotto la scrivania, un pezzo di pagina bianca faceva capolino da un angolo in ombra, che l’irradiazione preponderante stava via via dissolvendo. Si abbassò per raccoglierlo e questo fu il suo primo grande errore della giornata. Prese una testata contro uno spigolo e cadde rovinosamente all’indietro con le mani sulla fronte esternando una lunga serie di imprechi.
Ma era scemo o cosa? Si domandò incredulo.
Probabilmente cosa.

Accettata la risposta strisciò dunque fino a raccogliere il blocchetto e in un attimo tornò felicissimo, finalmente avrebbe potuto trovare qualcosa di importante, un indizio in grado di dipanare quel mistero. Lo aprì.
Lo trovò bianco.
Sul suo volto era sicuro si fosse dipinto un sorriso al ritrovamento, sorriso poi completamente cancellato dalla delusione. Rimase ancora un po' per terra a massaggiarsi la fronte e a bestemmiare per meritarsi un posto all’inferno.
Terminata la frizione cutanea, nella sua mente si accese una lampadina e si ricordò il più classico dei trucchi, quello della matita. Si alzò velocemente cercandone una sulla scrivania e trovandola incastonata come un gioiello in un bellissimo portapenne di ottone lavorato. Iniziò a sfregare la grafite in maniera omogenea sul foglio del block-notes, certo che sarebbe apparsa una scritta.
Niente.
Nessuna scritta, nemmeno un disegnino.

Imprecò mentalmente rigirandosi il blocchetto fra le dita, fino a quando non si accorse della frase scritta dietro la paginetta che aveva impietosamente scarabocchiato.
Il volto riprese quel sorriso demente e la sua bocca diede voce al suo primo pensiero di senso compiuto. «Bingo!» poi si rese conto che forse non era una frase così ad effetto come aveva pensato, considerando che non vi era nessuno ad ascoltarlo.
La frase sul block-notes era: cercare il dottor Poirot…
Un urlo improvviso lo fece sobbalzare come una femminuccia, incespicò con le mani perdendo la presa sul libricino e cominciò a balbettare in maniera incoerente varie vocali dell’alfabeto.
Ecco il qualcuno, finalmente.

Il block-notes cadde di nuovo sotto la scrivania e lui si voltò verso la fonte della paura. Era la cameriera, che agitava davanti a sé il suo spolverino e urlava con una voce roca e sottile, ricordandogli il suono di una lama arrugginita che veniva estratta da un cadavere mummificato, che era una similitudine assurda, ma quella che secondo lui rendeva al meglio l’idea.
La donna era carina, una giovincella alle prime armi vestita in maniera abbastanza spartana che nella sua mente aveva già trovato posto con vestiti classici da camerierina di commedia erotica; sembrava spaventata e puntava minacciosamente l’attrezzo senza troppa convinzione. Probabilmente tradiva la sua paura giustificata dalla consapevolezza che, se avesse voluto, lui le avrebbe spezzato entrambe le braccia senza la minima difficoltà, assodato che c’erano meno muscoli in lei che nelle zampe di un piccolo passerotto appena nato.
Dipanato lo sgomento e raccolto il savoir-faire, Edoardo se ne uscì con una frase da duro, fingendo di cercare un pacchetto di sigarette che non aveva, e facendo una figura da scemo magistrale sembrando un cretino che si spegneva tanti micro-incendi sul corpo.
«Non avere paura piccola, è tutto ok,» disse ricomponendosi. «Ormai ho finito il mio lavoro qua dentro ed è ora che me ne vada da qui.» Inarcò il sopracciglio sinistro e fece due passi in avanti muovendo il più possibile le anche.
«Ma lei chi è?» la cameriera urlò senza rendersene conto, con una voce graffiata che sembrava uscire dall’inferno dei passerotti.
«Non è importante chi sono, ma quello che sono» pausa teatrale. «Di sicuro quel che potrei fare!» Allungò i pugni verso di lei, certo della minacciosità delle macchie di sangue rappreso tra le dita. La cameriera iniziò a tremare.
«Ma il dottore sa che è qui?» chiese la donna titubante ormai priva di speranze.
«Il dottore? Sicuro.» Alla nomina di un terzo personaggio, nonché indiscutibile carica sociale di spicco, le cose iniziarono ad assumere un contorno, accompagnate da quell’odore affumicato e piccantello che hanno i misteri che conducono a un’indagine.
Edoardo ricacciò il dispiacere che provava per aver messo paura alla donzella e rimase nel personaggio. Il suo sguardo fulminò quello color nocciola di lei, e intanto si diresse verso il quadernetto, lasciato a terra nella stessa identica posizione di prima. Una volta arrivato si piegò per raccoglierlo e picchiò la testa per la terza volta sulla scrivania, imprecando come un dannato per il dolore fitto alla tempia.
Il viso della cameriera si tramutò da pauroso a sconvolto, accentuando deliziosamente l’incurvatura di un sopracciglio gabbiano-forme e lui si rese conto di una cosa: come la terza volta? Ma allora era proprio scemo.
Barcollò per un momento con il block-notes stretto in una morsa. «Non si preoccupi,» disse. «Ordinaria amministrazione.» Poi si diresse scattando verso la scialbetta che non era ancora riuscita a scuotersi dalla paralisi che la bloccava. Mentre fuggiva, Edoardo riconobbe appeso alla maniglia della porta il suo cappello grigio a tesa larga, lo agguantò e si mise a correre verso una possibile via d’uscita da quel maniero gigantesco.

Sentiva solo il tap tap dei suoi passi per gli androni, il ché significava che per sua fortuna la donna non lo stava seguendo. Credeva di cavarsela in poco tempo, ma dopo un paio di svolte ancora si ritrovava in corridoi deserti. Era veramente fastidioso non trovare una porta, ma dove cazzo era finito? Poi finalmente la luce. Non chissà quale luce abbagliante di salvezza, era solamente una grossa porta nera in metallo socchiusa, che lasciava penetrare una lieve sfumatura di sole. La spalancò e si buttò all’esterno.
Fu allora che lo struzzo lo lasciò di stucco.
Lo osservava da dietro uno steccato di legno, mentre sbatteva gli occhioni e dei moschini nerissimi
ronzavano annoiati intorno al suo becco.
«E tu chi saresti?» gli chiese beffardo.
«E chi saresti tu, scusa?» rispose lo struzzo, altrettanto beffardo.

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