Autore: Bokko Trash

LE CRONACHE DI LAMPOR! IL GRANDE PIANO

LE CRONACHE DI LAMPOR! IL GRANDE PIANO

«D’accordo Marco,» disse Alex, «la tua è una bella storia, ma ci siamo stancati delle solite favolette per bambini. I ragazzi di oggi vogliono vedere il male in azione! A nessuno interessano più i giovani eroi.»
«Che cosa hai mente?»
In quel momento una macchina sfrecciò lunga la strada, i fari baluginarono oltre il vetro della sala illuminando gli occhi di Alex che risplendettero in maniera indecifrabile. Occhi folli e divertiti, specchio sul mondo di una mente geniale e dissennata. «State a sentire.»

IL GRANDE PIANO

I goblin si accalcarono come mosche intorno a quello che teneva la pergamena. Era peculiarità dei goblin non ricevere un nome alla nascita, di conseguenza si riconoscevano tra loro per alcune caratteristiche momentanee tipo “quello che teneva la pergamena”, o “quello che sta zoppicando”, o ancora “quello che piscia contro il muro” o “quello sventrato”. Questo tipo di riconoscimento così aleatorio e mutevole causava non pochi problemi all’organizzazione sociale della razza, ma i goblin non sono mai stati famosi per il loro pragmatismo, o la ferrea disciplina.
Tutto sommato erano comunque riusciti a non auto estinguersi, c’erano difatti faccende e problemi ben più seri che affibbiarsi un nome, nella breve vita di un goblin.

Quello con la pergamena si arrampicò sopra una cassa e chiamò all’attenzione tutti gli altri. «Fratelli! Avvicinatevi fratelli. Ho un piano!»
Al sol nominare quella parola così carica di ingegno tutti i goblin si avvicinarono, ingobbiti e claudicanti sulle gambette storte. Un brusio incuriosito stava via via trasformandosi in un gran vociare, mentre i goblin ne chiamavano altri ad assistere al grande piano. Piano per che cosa era poi un mistero, ma se moltissime sono le faccende ignorate da un goblin e ancor meno le virtù, una fra tutte non aveva dubbio alcuno, ed era che quelle creature erano tanto curiose quanto appassionate.
Quello con la pergamena scrutò i fratelli dall’alto in basso, aspettando che si riunissero fitti fitti intorno a lui. Il gran vociare scemò, sempre di più fino a ridiventare il reverenziale silenzio che aleggiava nella caverna fino a poco prima, quando avevano appena finito di pranzare.
«Ci siamo tutti.» disse quello con la pergamena. «Quello che sto per mostrarvi è un accurato piano che mi è costato giorni e giorni di fatiche nella mente…» una pausa teatrale rimase sospesa nella stanza come uno gnoblar impiccato. «Attaccheremo gli elfi stanotte! Quando saranno disorientati dal buio!»
Storica difatti, l’eterna faida tra goblin ed Elfi, e chi erano loro, creaturine insignificanti in quella abbietta caverna, per discostarsi da siffatta ostilità.
Con gesto magistrale il goblin che aveva tanto pensato srotolò la pergamena fino a terra e la tenne sollevata con una mano, mentre un suo collega, precedentemente istruito, si affrettava a estrarre una bacchetta con la quale picchiettò professionalmente sull’unica figura rappresentata. Il piano consisteva infatti in un’unica immagine, raffigurante tre omini stilizzati con le orecchie a punta (da goblin) e diverse lineette nere, che partendo da questi andavano a colpire un unico omino stilizzato, con le orecchie a punta (da elfo).
Ora, ad un occhio disattento il piano poteva sembrare sciocco e grossolano, ma soltanto inoltrandoci nella labirintica mente di una di quelle creaturine possiamo carpirne le mille e più colorate sfaccettature.

I tre goblin stilizzati dovevano rappresentare la moltitudine degli stessi: l’orda, la marea verde, il loro grande, malvagio e inarrestabile esercito. Mentre le lineette nere rappresentavano gli attacchi che costoro avrebbero sferrato agli ignobili elfi, raffigurati da un unico omino poiché erano di meno.
Gli esserini stettero ad ascoltare a lungo il piano d’attacco di quello con la pergamena e questi si dilungò in inutili e contorti discorsi, in certi casi si inventò delle parole e volentieri ne usò a sproposito, senza mai giungere a una vera conclusione. I goblin comunque persero velocemente l’attenzione e non lo ascoltarono. A loro bastò sapere di avere un piano, un vero piano, Stampato su carta!
Uno di loro disse: «Dovremmo far approvare il piano al nostro Re.»
Ah, la burocrazia! Chi l’avrebbe mai detto che perfino nelle sudice caverne la popolazione dovesse sottostare a siffatta macchina soporifera, eppure, nessuna società che voglia dirsi tale può scamparvi. Ecco così che vediamo apparire figure come quella del goblin tesoriere, riconoscibile da un borsello tintinnante legato alla vita; quella del goblin notaio, con una vestaglia bianca legata a una spalla, il ministro degli interni, con una candela appiccicata all’elmo per permettergli di internarsi nelle profondità della caverna; e quella del goblin assessore, che non è riconoscibile da nulla e spesso non viene considerato.
Seguito da un gruppetto di fedeli galvanizzati, quello con la pergamena, che ora aveva guadagnato anche l’appellativo di quello con il piano, si precipitò di corsa dal suo Re, per esporgli il frutto del suo ingegno e farselo approvare.
Le caverne dei goblin erano nere come l’anima di un cavaliere della morte, puzzavano di zolfo e di cloro e nelle loro profondità accadevano cose che nessun essere dotato di orecchie avrebbe mai voluto ascoltare: incesti, brutti gesti, spazzatura senza cesti e incontri con goblin indigesti.
E se vi dicessi… che vi sono pure goblin senza vesti?! (vabbé qua sto delirando).

Il re dei goblin si trovava nel piano terzo. Il suo trono era composto da ossa calcificate e pezzi di ferraglia parzialmente fuse, alla base dello scanno sbucavano pezzi di elmo e punte di ascia, legati insieme da femori e crani delle razze più disparate. I piccoli snotling del Re giocavano a rincorrersi intorno al trono con spade di legno, mentre la regina stava svaccata obesa e sorridente sopra una moltitudine di sudici cuscini merlettati.
«Che c’è?» chiese burbero il re dei goblin con voce gracchiante e fastidiosa.
«Signore, signore.» disse quello con il piano. «Vorrei far vedere a lei il piano che io ho pensato.»
Il re rise di gusto. «Tu hai pensato? Non farmi ridere! Anche se l’ho già fatto! Ma sentiamo, sentiamo, sono curioso, che cosa hai pensato?»
«No sentire. Guardare!» quello con il piano srotolò la pergamena e si prodigò in un secondo discorso ancora più insensato e contorto del primo, perfino quello con la bacchetta, precedentemente istruito, faticò a stargli dietro e più volte sbagliò nell’indicare una o l’altra figura. Quando ebbe terminato il re era parecchio confuso ma non poteva mostrarsi stupido davanti ai suoi sudditi, così, si grattò il mento, guardò la sua signora che scrollo le spalle e, con gesto di mano, approvò il piano e ordinò venisse attuato quella sera stessa.

I goblin erano entusiasti di dare una lezione a quei bacchettoni degli elfi e per riconoscersi tra la folla, quello con il piano (e la pergamena) si mise una corona di lische di pesce sulla testa, fabbricata lì per lì dagli avanzi del pranzo. Ci stava prendendo gusto a inventare le cose.
Per quanto potesse essere efficace però, il piano mancava di un elemento fondamentale: ovvero che i nostri non avevano la benché minima idea di dove si trovassero gli elfi.
Fu in quel momento dunque, che il gran pensatore capì che il suo rimuginare sui pensieri non aveva condotto poi a molto e che per compiere con successo un’impresa ardita come quella di un agguato era fondamentale almeno una cosa: ovvero degli assaliti, coloro che dovevano essere trucidati e derubati, qualcuno da attaccare… il nemico insomma.
Ma se il goblin pecca di arguzia e prende più granchi di qualunque altra creatura senziente di Lampor! è anche vero che non elemosinerebbe mai audacia. Così, con dedizione e spirito d’avventura, il gruppo d’agguato goblin si mise alla ricerca degli elfi e fortuna volle che ne trovarono una mezza dozzina accampati nei pressi di una vecchia torre, che bivaccavano durante un lungo viaggio diplomatico di ritorno da Acibsel, capitale delle Amazzoni guerriere.
«Quelle signorine sono forti, ma per niente femminili.» stava dicendo un elfo dalla erre moscia con la pelle tiratissima, candida come uno sputo dopo aver bevuto molta acqua.
«E vogliamo parlare del loro trucco?» disse un secondo dalla voce femminile oscillando il polso. «Sembravano piuttosto pitture di guerra. Pitture che il mio assistente per due monete di bronzo faceva meglio.»
I goblin si posizionarono dietro l’ultima fila di alberi prima della piana in cui sorgeva la vecchia torre. «Gli elfi sembrano forti.» sussurrò un goblin con una bella cicatrice sulla guancia.
«Sssh! Cosa dici? Guarda quei polsini minuscoli, come fanno a impugnare i ferri con quei rametti? Ricorda il piano!» quello con la pergamena glielo sventolò d’innanzi al naso.
«Io non lo ricordo più.» disse uno dall’ultima fila.
«Me lo ricordo il piano!» disse quello con la cicatrice, poi agguantò la pergamena e la buttò per terra. «È un buon piano, ora andiamo e portiamolo  termine!»
«D’accordo, seguitemi e fate quello che faccio io!» il collega precedentemente istruito gli si affiancò.
«Estraete le armi!» tutti eseguirono. Rivelando accette, mazzette, frustini, bastoni, spadini e pugnali.
«Gli elfi non sanno che siamo qui!» disse al gruppo, sbagliandosi.
«Col favore della notte non ci vedranno arrivare!» e si sbagliava.
«Noi vinceremo!» e si sbagliava.

I goblin corsero fuori dagli alberi galvanizzati dal buon discorso, purtroppo per loro però, gli elfi erano abilissimi nel vedere di notte e disponevano di un udito sopraffino, tant’è, che dopo pochi metri sei di loro vennero falciati da una salva di frecce.
Ma i goblin non demorsero. Le linee scure rappresentate sulla pergamena potevano anche rappresentare delle frecce, questo non è dato saperlo, e non avendo né capo né coda, quelle frecce non per forza dovevano provenire dagli attaccanti, potevano anche arrivare dai difensori, a rigor di logica il grande piano stava ancora funzionando.
Altri sei di loro vennero colpiti a morte dalle frecce, mentre saltellando percorrevano la distanza che li separava dalla torre, altri sei vennero uccisi mentre scalavano quest’ultima e solamente due loro morirono precipitando.
Ma ce l’avevano fatta! Dopo aver percorso quell’ultima fatica un manipolo di goblin si trovò tosto di fronte agli elfi e qui, tutti quanti i rimasti impararono a costo della vita che la forza non serve quando sei un maestro di spada.
Il collega precedentemente istruito non era stato informato dell’ignobile fine che lo aspettava, ignobile perfino per un sudicio goblin. Eppure il piano aveva smosso in lui un sentimento così immenso e profondo da convincerlo a seguire quello con la pergamena. E a noi piace pensare che sia morto così, indicando quel glorioso piano un’ultima volta. Cadendo in battaglia sopra quella pergamena, disegnata e pensata con cura da un goblin capace di rischiare per un mondo diverso, un goblin capace di sognare.

Questa storia insegna che non importa quanto tu sia convinto di una cosa, quanto abbia studiato o quanto ti sia impegnato per portarla a termine. Perché se nasci goblin, muori come un goblin.

Le cronache di Lampor! La prima prova

Le cronache di Lampor! La prima prova

Le cronache di Lampor!

Racconti per bambini troppo cresciuti zeppi di ultraviolenza, magia e goblin

La prima prova

Tutti noi conosciamo le gesta dei più grandi eroi della storia. Ma come nasce un eroe? Ve lo siete mai chiesti? Quali sono le prove da affrontare, i nemici da sconfiggere e i cammini da percorrere? Chi è degno di diventare tale e quanti ci hanno provato fallendo? A noi sono pervenute solo parte delle imprese e così, lasciatemelo dire, è fin troppo facile. Ogni stella ha il suo declino e un eroe non vive per sempre, rimane solo il suo ricordo, eterno e immutabile, dal quale ognuno di noi impara qualcosa.
Entrando nella leggenda l’esistenza dell’eroe non è più mera e ineluttabile vita, ma si trasforma in concetto, una morale da seguire. Raccontiamo le loro imprese ai giovanotti per formare persone migliori, le raccontiamo a noi stessi per farci coraggio e in letteratura ci piace trasformarli in figure retoriche
Ma che cosa è successo prima?
Anche questo sono le cronache di Lampor!
Lampor! terra di eroi, fornace di guerrieri. A Lampo! vi è l’accademia della magia, la cripta delle arti oscure, la caserma unisex per soli maschi e il palazzo rosa delle guerriere. La boscosa siepe gigante delle fate, gigantesca per loro che la abitano e piccina per le altre creature che la visitano. A Lampor! ci sono le grotte mistero e il Clerocastello, dove attualmente risiede il nuovo re. È una terra attraversata da fiumi che nascondono mondi sommersi e foreste infinite al cui interno non è mai arrivata la luce del sole. Paludi bulbose, montagne affilate e steppe circospette. Insomma c’è di tutto e di più, ed è da qui che noi partiremo. È qui che tutto ebbe inizio.

A Lampor! può capitare che un bambino nasca con il marchio.
Compiuto il quindicesimo anno di età al ragazzino o alla ragazzina marchiata viene affidata una missione, compiuta quella missione gliene viene affidata un’altra, poi un’altra e un’altra ancora, così via finché non guadagna sufficiente reputazione per poter presenziare innanzi al gran consiglio dei Rituali-virtuosi, che assegneranno loro un potere speciale pescato a caso dal grande calderone dei poteri. In base a quello verrà poi assegnata loro una classe e ovviamente un alter ego. Tante sono le cose che bollono in pentola e tante sono le storie da raccontare, ci arriveremo, non temete. Ora è giunto il momento di lasciar parlare i nostri eroi e, con loro, la storia stessa.

Nel villaggio di Blossom, in provincia di Dexal, vivevano la piccola Mary-jane Victoria Williams e suo fratello Pompaduro Martello. Nati da madre del nord e padre del sud, così a sud da aver passato l’oceano, l’isola adiacente, un piccolo continente, ed essere stato pescato dalla genetrice su un’altra isola ancora più in là.
La giovane Vic e suo fratello MartelDuro, o DuroMartello, dipende da chi lo nominava e soprattutto in che contesto, possedevano entrambi il marchio. MartelDuro era un anno più grande della sorella per cui aveva già avuto esperienza in missioni eroiche (solo due per la verità) mentre Vic compiva gli anni quel giorno e come da tradizione si sarebbe dovuta recare al palazzo delle quest per la sua prima missione.
«Oggi è il grande giorno Vic,» disse il padre seduto a tavola quando la vide varcare la soglia. «come ti senti?»
«Benissimo!» normalmente la giovinetta era silenziosa la mattina appena sveglia, ma quel giorno si sentiva energica.
«Perfetto, tua madre non ha potuto permettersi gli ingredienti per prepararti una torta, ma abbiamo una sorpresa che credo ti piacerà ancora di più.»
Con l’agilità di un goblin condannato Vic si era già seduta a tavola e aveva preso a sorseggiare rumorosamente un intruglio d’avena. «Sul serio?!» chiese con la bocca strapiena lasciando cadere il grosso cucchiaio di legno. «Che cosa?»
La madre le cinse le spalle da dietro e le stampò un bacio sulle guance candide, facendo un gran rumore di schiocco. «Buon compleanno Vic.»
La ragazzina arrossì e si girò febbrilmente di scatto, accidentalmente diede un colpo al cucchiaio facendolo schizzare in aria e imbrattando d’avena il padre e tutta la tavola. «Ma è bellissimo!» gridò.
Un lungo vestito nero scendeva dalle dita della madre, lo stringeva appena, quasi avesse il timore di scucirlo. Vic si alzò e ci si tuffò dentro, scoprendo che le andava a pennello: il vestito era largo e delicato, la gonna arrivava alle caviglie. Vic ci si sentì subito protetta e allo stesso tempo leggera. «Grazie! Grazie mamma, grazie papà.»
La ragazzina non la smetteva più di baciare i due genitori e contemporaneamente finire la sua colazione, imbrattandoli ancor di più, quando fece il suo ingresso MartelDuro. Aveva gli occhi gonfi e la bocca impastata poiché era rimasto tutta la notte in modalità DuroMartello con la pastorella Elisa, la figlia del vecchio Girolamo, il vicino. «Che si dice famiglia?» chiese il ragazzo buttandosi su una sedia. «Stamane fate un gran baccano.»
«Si dice che oggi è il compleanno di Vic e tu l’accompagnerai in città al palazzo delle quest.» disse severo il padre.
«Cosa!?» Esclamò DuroMartello in modalità alzabandiera. «È oggi? Me l’ero completamente dimenticato.»
Si grattò la testa e fece cadere il braccio sopra la spalla della sorella. «Allora come ti senti sorellina, sei pronta?»
«Ahi mi hai fatto male con quelle manacce… Sì, certo che sono pronta,» si alzò dalla sedia e indicò un punto indefinito della baracca. «partiamo subito!».
DuroMartello incrociò le braccia dietro la testa. «Lasciami prima fare colazione.»
«Non c’è tempo per mangiare, i mostri e le donzelle in pericolo ci aspettano, il male non dorme mai!»
«Donzelle in pericolo? Le ragazze non salvano donzelle in pericolo. Quello lo faccio io.» commentò MartelDuro, che come la sorella, si voltò verso un angolo della baracca, tendando di bucare la quarta parete facendo l’occhiolino a una telecamera, che non c’era.
«Muoviti!» Vic prese il fratello maggiore per la cottola e lo trascinò fuori dalla baracca.
«Ti ho già sellato il cavallo.» disse il padre affannandosi sull’uscio insieme alla moglie.
«Grandioso.» La stanchezza piombò addosso a Martello tutta d’un colpo. Quando Vic finalmente lo lasciò espirò pesantemente dal naso, bevve un sorso dalla borraccia legata alla sella e saltò sul ronzino. La sorella era già seduta sul sedere della bestia che lo aspettava trepidante. «D’accordo allora,» lo sbadiglio del fratello maggiore si trasformò in incitamento «si parte!»
«State attenti mi raccomando.» La madre agitò un fazzoletto come si usa alle partenze nelle grandi storie d’avventura. I due genitori guardarono allontanarsi quei loro frutti appena acerbi e, ancora non lo sapevano, ma solo uno dei due avrebbe udito le loro gesta.

Vic e Martelduro arrivarono a Dexal verso mezzogiorno. Il capoluogo della regione distava cinque giorni dalla capitale. Dexal era un luogo perennemente affollato, ma siccome il ragazzo c’era già stato due volte durante le sue quest, sapeva esattamente dove andare.
Quando varcarono le porte della città un odore di spezie e oli li investì, nella grande strada principale vi era sempre un mucchio di gente intenta a commerciare e a truffarsi, a bere e lavorare. Un sottile strato di polvere permeava l’area e faceva tossire i più asmatici. Poco prima di entrare, i due videro un gigante avvicinarsi all’orizzonte, che camminava a passo spedito verso un mucchio di casette e campi coltivati fuori le mura della città. Non vi diedero troppo peso, a Lampor! Le tragedie erano normali: assedi, rapimenti e invasioni erano all’ordine del giorno, per questo si formavano tanti eroi e le missioni non mancavano mai. Ci sarà già stato qualcuno pronto a occuparsi di quella minaccia.
ll palazzo delle quest era un edificio monumentale al centro della città. Davanti all’ingresso vi era una fontana che zampillava allegra e raffigurava una scena del primo eroe: Gué il Guerriero, l’eroe per antonomasia, colui che tutti conoscono, invidiato dagli uomini e sognato dalle pulzelle.
Nato da una famiglia di musicanti, Gué si era dato alla vita da strada intonando musiche dal ritmo incalzante e racimolando quanto poteva (più avanti qualcuno avrebbe categorizzato quel suono definendolo rap). Ci si accorse solo più tardi che Gué era un marchiato, poiché il misterioso disegno era situato sotto il piede nell’insenatura del mignolo e all’epoca si prestava poca attenzione alla cosa. Ora invece, che il business eroico ha preso piede si è molto più scrupolosi.
Il consiglio dei rituali-virtuosi infatti, notando un incremento dei ragazzi che nascevano col marchio, decise che doveva per forza significare qualcosa, così convinsero la gente che quello era il marchio degli eroi e chiunque fosse così fortunato da nascerci era destinato a grandi imprese. Forse non tutti, ma almeno la maggior parte di loro.
Gué cominciò la carriera da eroe all’età di vent’anni e in poco tempo compii imprese ad oggi definite insuperabili. La rappresentazione battistera vedeva lui mentre era intento a strozzare un grosso serpente marino dalla cui bocca usciva tutta l’acqua che avrebbe composto il globo. Leggenda questa, tutt’oggi accreditata dagli storici.
«Aspetta» disse Vic bloccando il fratello con una mano sul petto.
«Che c’è?»
«Non sono pronta, mi devo sistemare i capelli, stirare il vestito, provare le battute e poi c’è il trucco. Com’è il trucco? Oddio sarà andato via tutto per colpa della gita a cavallo»
«Tu non ti trucchi Vic…»
«La veste, guardala è tutta sgualcita.»
«È così da quando sei salita a cavallo…»
«Mi sono scordata cosa devo dire!»
«Non devi dire nulla Vic, stai calma!» il fratello la prese per le spalle. «Senti, capisco che sei agitata, è normale, lo sono tutti alla prima missione, beh a dir la verità lo si è anche alla seconda e alla terza e a tutte quante, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Fanno tutto loro, tu devi solo presentarti dall’uomo delle quest e farti assegnare la tua missione, tranquilla, ci sono qua io con te. Siamo degli eroi Vic… insomma quasi… ci andiamo molto più vicino di altri, ecco. È il nostro destino.»
Quattro occhi azzurri si guardarono l’un l’altro intensamente, MartelDuro la superava di tutta la testa e per la sorellina fu come osservare dal basso il suo golem protettore, i loro capelli biondi ballavano la stessa danza, guidati dal vento, mentre il sale e la sabbia vi si incollavano senza chiedere permesso.
«No!» disse Vic. «Non sono pronta, me ne vado» e si allontanò.
«Assolutamente no!» Questa volta fu il fratello a prenderla per il colletto e la scaraventò dentro l’edificio. In quel momento la porta fu aperta da un terzo giovanotto intento ad uscire e Vic si ritrovò culo a terra in mezzo al grande salone principale.
MartelDuro la raggiunse. «Non è magnifico?» disse.
Non c’era bisogno di rispondere, in ogni capoluogo del regno il palazzo delle quest era l’edificio più importante, e di anno in anno l’associazione per l’assegnazione delle quest e della nascita di nuovi eroi (Abbreviata in A-P-A-D-Q-E-D-N-D-N-E) guadagnava sempre più fondi espandendo la sua gloria. Era finanziata dalle gilde, dai comuni e da sporadici filantropi che avevano voglia di mettersi in mostra. Lampor! Era una terra in perenne tumulto, ricca, e per questo avida di eroi.
Il tetto del salone principale era sorretto da quattro colonne di due metri di diametro, finemente istoriate da disegni di animali e gesta mitologiche. All’interno della sala c’era un gran baccano ed era zeppo di gente: al fianco di ragazzini sbarbati in pantaloncini camminavano uomini fatti e finiti in armatura completa. Maghe livello massimo chiacchieravano con chierici rasati e ragazzine dal buffo cappello a punta si guardavano intorno cercando l’ufficio per l’assegnazione dei bastoni magici di livello superiore. C’erano omini alati, altri mezzo cavallo e mezzo uomini, e altri mezzuomini e basta; donne bellissime dai capelli argento piene di ornamenti brillanti e vecchie streghe gobbe e deformi. Era un luogo poligamo, poliglotto, politropo e multietnico.
Il palazzo delle Quest di Dexal era appena stato ristrutturato e tutto questo carnaio stucchevole e pacchiano che vi si trovava era racchiuso da mura color panna e solcava un pavimento liscio di piastrelle, nel quale si specchiava un soffitto regale dipinto a mano. In mezzo alla sala vi era una cattedra circolare adibita a ufficio informazioni e due umane di sesso femminile con occhiali a goccia e camicetta bianca gestivano la clientela con tale velocità da sembrare di possedere otto braccia ciascuna, e forse era proprio così.
«Ragazzina tutto ok?» chiese un mulatto palestrato, oliato e con un caschetto biondo.
«Sta bene,» Rispose MartelDuro avvicinandosi. «ehi, qui è cambiato tutto dall’ultima volta che sono venuto, dove hanno spostato l’ufficio assegnazione prima quest?»
«Devi andare al primo piano, in fondo, penultima porta a destra, comunque ci sono le indicazioni.»
«Grazie amico.»
«Non c’è di che.»
Arrivati al primo piano i due si ritrovarono bloccati in fila. Una schiera di ragazzi della stessa età di Vic era in attesa della loro prima missione, così i due fratelli si sedettero contro il muro e aspettarono. Mentre aspettavano videro un gran via vai di posta coi relativi messaggeri che, trafelati, correvano su e giù a recapitare i messaggi. Videro statali annoiati perennemente in pausa e clienti insoddisfatti prendersela con loro tra i denti. Eroi ed eroine andavano e venivano, qualcuno portava tesori, altri teste mozzate di orribili creature gocciolando il pavimento e altri ancora andavano consegnando certificati di morte dei compagni caduti. Quando fu il turno di Vic erano passate già tre ore e la ragazza si sentiva sfinita.
Nell’ufficio, ad accoglierli, trovarono un uomo a petto nudo con un giacchetto di pelle smanicato e una benda sull’occhio, scuro di carnagione, con baffi e un pizzetto a incoronargli le labbra.
«Nome?» chiese.
«Mary-jane Victoria Williams Arafat.»
«Documenti e marchio.»
Vic porse quanto richiesto e abbassò il colletto della veste mostrando il marchio inciso nella pelle, una fenice stilizzata che spiccava il volo ad ali spianate i cui tratti risplendevano debolmente di una luce cremisi.
«Voi siete la figlia del vecchio Gustavo “El nino pirata” Arafat?»
«Ehm… sì, è mio padre.»
«Che il grande mago mi fulmini, e come sta il vecchio bastardo?»
«Sta… sta bene, è piuttosto in forma per la sua età.»
«Accidenti, sapevo che aveva dei figli ma non credevo foste già così grandi. Tu devi essere il primogenito?» chiese rivolto a MartelDuro.
«Esatto»
«Sapete, è colpa di vostro padre se ho perso quest’occhio,» tirò su la benda mostrando l’orbita vuota, come il buco nel petto di un burocrate. «ma non gliene ho a male, sono stati anni interessanti quelli, non rimpiango nulla della pesca agli squaloni delle isole di giada.»
«Sì, nostro padre ci ha parlato ogni tanto di…»
«Non vi avevo riconosciuti ragazzi,» li interruppe l’uomo «come ha fatto uno come vostro padre a generare due bei biondi con gli occhi azzurri come voi?»
«Nostra madre dice che è merito del marchio, fa sballare i tratti somatici e…»
«Sì, sì certo…» li interruppe ancora lo statale. «del marchio… beh ragazzina, ecco qua,» da sotto il bancone l’uomo tirò fuori una pergamena srotolandola in aria con mosse esperte. «la tua prima missione, fresca fresca appena arrivata.»
Vic era stata confusa da quell’uomo così esagitato e ciarliero ma alla vista della pergamena si ricordò il motivo per cui era lì e il cuore le balzò in gola, non si sentiva pronta.
«Avanti aprila.» disse l’uomo appoggiandosi al bancone.
«Qui? Davanti a tutti?» chiese con un filo di voce.
L’uomo delle quest guardò dietro di lei. «Siete gli ultimi, non c’è fila e non c’è fretta e sono curioso di vedere cos’ha riservato il destino alla figlia del vecchio Gustavo.»
«D’accordo.» la ragazzina prese la pergamena dalle mani dell’uomo, si strofinò gli occhi stanchi e lesse.

Gigante attacca Dexal, urgente, minaccia categoria tre.
In caso di complicazioni spostare in categoria uno con permesso di appoggio e assegnazione equipaggiamento.

«Ma è il gigante che abbiamo visto fuori città!» esclamò MartelDuro.
«Cosa?» gli fece eco Vic. «Come prima missione mi aspettavo qualcosa di più semplice, come una rana-malvagia o un riscatto di rapimento goblin. Non ne sono capace!»
«Mi dispiace, ma sei nata in un anno sfortunato,» disse l’uomo, poco convincente. «quest’anno c’è stato un incremento significativo di marchiati e le missioni più semplici sono state già tutte assegnate. Come vedi è classificato categoria tre con possibilità di spostamento in categoria uno, ovvero la tua, previa consegna di armi adeguate.» l’uomo sorrise.
Vic non ci trovava nulla da ridere e rimase zitta, immobile.
«Quindi?» la esortò l’impiegato. «Datevi da fare! I giganti non si ammazzano da soli… Oh, ma, dannazione che ore sono?» si staccò dal bancone e andò alla finestra dietro di lui per controllare una grossa meridiana nella piazza sottostante. «È già tardissimo! Sentite io devo scappare, passami un attimo la lettera… grazie.» L’uomo le strappo di mano la pergamena, la rigirò e, in fretta, segnò sul suo registro un codice, dopodiché la restituì a Vic e registrò i loro nomi, scribacchiò qualcosa su un foglio, prese da un cassetto una busta, la riempì, ci sbatté sopra un paio di timbri e buttò il tutto dentro un buco nel muro alla sua destra. «Apposto, io devo scappare.» fece il giro del bancone e li accompagnò fuori con garbata fretta e qualche spinta. «Buona fortuna, addio» girò il cartello su “chiuso”, serrò la porta a chiave. «e alla prossima missione.» in un lampo sparì alla loro vista.

Vic era disorientata. «Cosa dobbiamo fare ora, Martellino?» Chiese.
«Seguimi» rispose il fratello, diventato improvvisamente serio.

MartelDuro accompagnò sua sorella all’assegnazione equipaggiamento, in un grande magazzino adiacente al palazzo delle quest. Nella sala principale la ressa umana e quella quasi umana non sembrava volersi placare e dovettero spintonare un bel po’ per arrivare allo sportello adeguato. Mostrarono nuovamente i documenti, il marchio e la pergamena, così facendo l’uomo esibì loro l’equipaggiamento disponibile: armi bianche standard con prestito a perdere. MartelDuro già sapeva cosa avrebbe scelto: una spada corta, ben bilanciata, affilata e veloce, accompagnata da uno scudo tondo borchiato. Aveva intenzione di diventare un guerriero, l’eroe per eccellenza, capace di gestire tutte le situazioni, abile sia nell’incassare che nel portare colpi poderosi. Anche Vic ci aveva pensato molto negli ultimi anni, era bassa ed esile ,non di certo capace di maneggiare armi pesanti, suo padre l’aveva addestrata quanto poteva negli esercizi fisici, era veloce, snella e sveglia di mente, si decise ben presto che avrebbe intrapreso la strada della stregoneria. Purtroppo abitava in un paesino che aveva poco da offrire agli aspiranti eroi e non poteva addestrarsi in palestra, non c’era; non poteva imparare le basi delle arti magiche, non c’era una biblioteca né un mago pronto a consigliarla. Lei e suo fratello avrebbero dovuto, più di tutti, fare esperienza sul campo. Così mentre studiava a scuola e aiutava i genitori nelle faccende domestiche la sera si chiudeva nella sua cameretta e, quando suo fratello usciva lasciandola sola, lei si immaginava cosa sarebbe diventata da grande. Faceva progetti sul futuro, nella sua mente creava i mostri da affrontare e scriveva su fogli sparsi le frasi che avrebbe usato una volta sconfitti.
Una maga, aveva dunque deciso, magari del ramo incantatrice o devastatrice, nel caso il potere speciale acquisito più avanti glielo avesse permesso. Preferiva lasciar perdere la negromanzia, le facevano paura i morti e gli scheletri. E pure la specializzazione da chierica, troppo noiosa. Vic si sentiva bruciare dentro di passione, come la fenice che portava al collo che tutti i giorni le ardeva la pelle con il fuoco. Vic Voleva fare i danni, veder sgretolarsi davanti ai suoi occhi il male e tutte le sue creature come il ceppo nel camino di casa, non di certo essere la balia dei compagni di viaggio distratti.
Fu così, che automaticamente il suo dito indicò il bastone magico standard, oggetto in grado di incanalare l’energia presente nell’animo di ognuno, ma che solo i maghi sapevano orchestrare.
L’addetto glielo consegnò, Il bastone le arrivava alla fronte, era fatto di legno di pioppo bianco arricciato in cima, robusto e leggero.
Non dovettero nulla all’ufficio, le armi da iniziati era gratuite, il comune le metteva a disposizione di tutti gli aspiranti eroi.
E come tutte le cose che costano poco e sono sacrificabili, valevano poco.

Un’ora dopo erano fuori dalla città, ci avevano messo tanto perché la gente continuava a intasare le strade, Victoria vide moltissimi ragazzi della sua età passarle accanto, partire per la loro prima missione con l’arma sghemba presa in prestito legata alla cinta e un ronzino da quattro soldi che era probabilmente un regalo di compleanno della famiglia poveretta. Vi erano anche ragazzi di famiglie più facoltose, indossavano già l’armatura e alcuni di loro si muovevano a fatica dentro quell’ammasso di ferro, sudavano parecchio e Vic era sicura non sarebbero andati molto lontano.
Magari a loro è capitata una prima missione più facile, pensò, loro non devono andare a uccidere un gigante alto ottanta piedi!
A Vic salì l’ansia, le mancò il fiato e sentì tutti e quattro gli arti informicolati, finché suo fratello non le diede una pacca sulle spalle riportandola alla realtà. MartelDuro stava gridando il famoso motto dei marchiati di Lampor! accompagnato dagli avventurieri tutt’attorno. «Colossale il nemico, eterna la gloria!» poi ancora «Guidati dal marchio!»
Che sono due motti piuttosto banalotti, ma tenete presente che l’eroe medio aveva quindici anni e non superava i primi tre mesi. Lampor! cambiava gli eroi come un rubinetto cambiava l’acqua (anche se i rubinetti non erano ancora stati inventati), perciò i motti erano gli stessi da generazioni.

Il gigante aveva già schiacciato un intero villaggio ai confini di Dexal e, quando lo raggiunsero, i due fratelli lo trovarono impegnato nel sgretolare un mulino a vento a pugni. Portò un colpo a una pala e la fece schizzare in aria, conficcandola nel terreno a decine di metri di distanza. Soddisfatto cacciò in dietro la testa e sorreggendosi la pancia rise di gusto. «Oh, oh, oh. Volaaaa» il gigante aveva la voce nasale, irritante e sbiascicata.
MartelDuro capì immediatamente perché l’avessero catalogato come minaccia di categoria 3 modificabile a uno, era un gigante standard: alto ottanta piedi, una pancia che avrebbe contenuto un laghetto di montagna e furbo quanto un sasso.
Innanzi alla creatura Vic cedette nuovamente alla fifa più nera. Quel giorno sentiva la sua prodezza muoversi come un mare in burrasca, che come le onde veniva scossa, si infrangeva e ritornava indietro. L’essere era gigantesco e il fatto di essere così tonto lo rendeva maggiormente imprevedibile.
Il fratello legò il cavallo e scese imbracciando le armi.
«Molla quel mulino ,ciccione.» minacciò MartelDuro, posizionatosi davanti al gigante.
«Martellino! Non avremmo dovuto prima escogitare un piano?» gridò Vic sorreggendosi un lembo di vestaglia per proteggersi dalla polvere che alzava il gigante. «Affrontarlo di petto non mi sembra la scelta migliore!»
«Imparerai Vic, che un buon guerriero affronta tutto di petto.»
Vic non disse nulla, si sentiva di nuovo terrorizzata e stupita dalla negligenza del fratello.
«Phetto…» disse il gigante con la sua irritabile voce nasale, girandosi verso di loro. «Phollo… phetto di phollo, bonoo»
«D’accordo Vic,» continuò il fratello «tocca a te.»
«Che?»
«Io ho attirato la sua attenzione, sconfiggilo!»
«Era questo il tuo piano!?» chiese Vic isterica «come faccio?»
«Usa la magia.»
«Non so come si fa.»
«Come sarebbe a dire non sai come si fa?»
«Per caso, in tutti questi anni mi hai mai vista lanciare un incantesimo, o studiarne uno?!»
«Beh…»
«Phollooo» Il gigante allungò una mano a prendere MartelDuro ma egli era svelto di gambe più che di ragione e lo schivò.
«Uh, c’è mancato poco» ansimò.
«Te lo avevo detto di aspettare e studiare un piano!» urlò Vic ancora seduta sul ronzino.
«Non è vero! Tu non mi hai detto proprio nulla, te ne stai muta da quando abbiamo preso le armi.»
«Beh… allora l’ho pensato! Non lo sai che il silenzio di una ragazza vale più di mille parole?»
«A quanto pare no perché io le ragazze le faccio gridare!»
«Porco! Ma che cosa c’entra ora?»
«Sto entrando in modalità DuroMartello»
«Cosa? Che schifo, fosse almeno una gigantessa.» gridò Vic indicando la bestia, la polvere intorno a loro cresceva sempre di più, alzata dalle zampate del gigante.
«Non è per lui!» replicò DuroMartello. «Mi serve per quando combatto, mi rende più concentrato.»
«Oh mamma…» Vic si diede una pacca sulla fronte. Il cavallo nitrì.
In quel momento un gruppo di uomini in arcione li distrasse. Uscirono dal nulla. Un attimo prima c’erano solo i due fratelli intenti a discutere e un gigante che li guardava stranito, l’attimo dopo dieci cavalli con relativo padrone correvano intorno a loro alzando un gran polverone. Portavano bandane sulla bocca e lunghe funi, che agitavano in aria formando cerchi perfetti. Cavalcavano leggeri e la punta di una spada brillava dal fodero legato alla sella.
«Oh no!» Esclamò DuroMartello.
«Chi sono?» Chiese Vic, scendendo da cavallo e mettendosi dietro le spalle del fratello.
«Sono dei cacciatori di gloria…»
I cacciatori di gloria sono la seconda nemesi degli eroi. Dopo i mostri, gli assedi, le guerre e tutto il resto, vengono questi simpatici bricconi briganti, non marchiati, che invece di andare a rubare onestamente come si dovrebbe fare in tempi bui, decidono di prodigarsi in gesta eroiche e vagano senza meta a fregare le missioni degli aspiranti, chiedendo poi una sorta di riscatto, o di indennizzo, sperando che i rituali-virtuosi li accolgano nel loro tempio facendo pescare anche a loro un magico potere speciale.
«State indietro, qui ci pensiamo noi, non è un lavoro per dei bambini questo.» a parlare era un uomo dal volto coperto. Passò veloce davanti ai due ragazzi e il suo mantello blu l’accompagnò sventolando come una bandiera, in mezzo alla polvere prodotta. Lo seguivano i suoi compagni, tutti intabarrati mentre con la bocca producevano strani versi acuti d’incitamento.
«Ci fregheranno tutta la gloria,» disse MartelDuro. «dobbiamo fermarli!»
I dieci cavalieri si disposero al trotto intorno al gigante, lanciando delle funi per bloccarlo. L’essere si muoveva lento e sembrava non aver ben capito cosa stesse succedendo. Dal fondo della sua bocca uscì un lamento basso, come una lagna o un pianto, per un momento, i suoi occhioni giganti parvero perfino tristi. Fin quando gli assalitori non estrassero i loro archi. Alcuni tra i cavalleggeri cominciarono a tirare al ragazzone mentre altri giravano intorno alle gambe provando a bloccarle con le corde, ma il gigante era alto ottanta piedi e, quando alzò un braccio portandosi dietro due cavalieri, si destò dalla nebbia di confusione che ottenebrava il suo cervello stupido, e cominciò a massacrarli.
I cavalli imbizzarrirono, solo Geppetto, il cavallo dei fratelli, se ne stava al sicuro legato dietro al mulino, ruminava e sembrava avere la testa altrove, forse pensava a una bella cavallona vista in città.
Con movimenti lenti delle braccia grasse il gigante cominciò a spazzare la terra dalla minaccia dei cavalieri, questi volavano via con tutto l’arcione schiantandosi al suolo e producendo suoni simili a un masso che crolla sopra rametti secchi.
MartelDuro chiamò sua sorella. «Vic! Io vado sul tetto del mulino, da lì mi lancerò sulla sua testa e gli infliggerò il colpo mortale.»
«Non farlo Martellino,» Gridò Vic. «È un’idea stupida!»
Ma suo fratello era già partito. «Tu fai qualcosa di magico!» gridò allontanandosi. «Conto su di te.»
Una nube di polvere alzatasi dalla steppa invase Vic e le impiastricciò la faccia incollandole i capelli. Tossì e, quando la nube si disperse, Vic vide tre cavalieri giacere a terra con le budella mischiate a quelle dei loro cavalli, stritolati e fusi insieme dalla stretta del gigante.
Fai qualcosa di magico, fai qualcosa di magico, si ripeteva Vic. Ma cosa?
Il cuore le stava trapanando il petto, non sentiva più le gambe né la lingua. Suo fratello però era in pericolo, quell’incosciente era salito sul tetto e stava per farsi ammazzare, stritolato come i cavalieri.
Non poteva permetterlo.
Ignorando la paura Vic si posizionò davanti alla battaglia furente e tenne il bastone con ambedue le mani, chiuse gli occhi. Nella testa le rimbombava il lamento del gigante, che si faceva sempre più aggressivo mischiato alle grida degli uomini che, invano, provavano a catturarlo. Si concentrò a tal punto che le sembrò quasi di sentire i passi di suo fratello salire le scale del mulino diroccato. Forse era un inizio di magia, pensò, il potere di avere un udito fine e sviluppato, ma cosa se ne sarebbe fatta in quel momento? Scacciò quel pensiero. Chiuse gli occhi fortissimo, strinse il bastone fino a farsi male alle mani e si concentrò, su che cosa, non lo sapeva nemmeno lei.
Nel frattempo, il capo dei cacciatori di gloria era rimasto solo, tutti i compagni orribilmente massacrati sparsi a decine di metri di distanza tutt’intorno. Cavalcando abilmente era riuscito a far arrivare una fune oltre la testa della creatura e le aveva stretto il collo. Teneva quella corda con tutte le sue forze.
A quel momento si innestò una serie di fortunate coincidenze: mentre il gigante masticava un cavallo, il capo dei banditi diede uno strattone. Non gradendo il gigante prese le corde che aveva legate al collo e le strappò, disarcionando il capo della banda la cui testa esplose contro una roccia. Contemporaneamente DuroMartello spiccò un balzo dal mulino e affondò lo spadino nella schiena della creatura. Voleva arrivare alla testa ma si accorse tardi che il gigante era troppo alto e si buttò lo stesso. Il gigante ebbe quindi uno spasmo e la sua testa guardò verso l’alto. In quel momento il sole si fece più brillante, non è dato sapere se per effetto della magia di Vic o per un tramonto tediosamente inclinato in maniera fortuita. Fatto sta che il gigante rimase abbacinato, si lamentò e, nel farlo, il cavallo gli andò di traverso e perse l’equilibrio, cadde di schiena contro il mulino e si ruppe il collo.
Fine del gigante.
Un secondo dopo il mulino andò in frantume e del cavallo Geppetto rimase tartare.

Vic riaprì gli occhi. Non vedeva nulla, una nube di polvere ricopriva tutta la zona e si coprì meglio che poté per andare a cercare suo fratello. Lo trovò barcollante sorreggersi alla piccola spada. Vic Lo portò fuori e lo sdraiò in terra, dove svenne.
Quando si riprese, qualche minuto dopo, si misero a ridere e si abbracciarono fortissimo. Intorno a loro erano sparsi i resti di dieci uomini e un cavallo e i loro organi inzuppavano la terra, ma Vic era felice, ce l’aveva fatta. Aveva compiuto la sua prima missione.

Tornarono in città per riscuotere la gloria dovuta. Vic slittò in categoria due mentre MartelDuro per poco rimase al terzo livello – la gloria era divisa per due. Quella notte alloggiarono nell’ostello degli eroi, messo a disposizione gratuitamente dalla città. Suo fratello si fece una buona dose di vino e dormì fino all’indomani, Vic invece era emozionatissima, non riusciva a prender sonno. Aveva appena battuto un gigante di ottanta piedi con le sue sole forze: grazie alla sua magia. Restò sveglia ad occhi chiusi tutta la notte abbracciando il suo magico bastone, di pioppo bianco, arricciato in cima, artefatto che quella notte le sembrava bellissimo e potentissimo, non una taroccata riproduzione per eroi stagisti.
Nel petto il cuore le batteva come non aveva mai battuto prima, la fenice brillava e rischiarava il cuscino sul quale stava sdraiata e quella notte qualcosa cambiò davvero in lei. Nel tabellone delle imprese in centro città ora c’era anche il suo nome e ci sarebbe rimasto un intero giorno, come voleva la tradizione.
Mentre ripensava alla giornata trascorsa, Vic si ripromise che la “V” rossa col quale aveva contrassegnato l’impresa sul cartellone avrebbe brillato a lungo, e che nessuno a Lampor!, si sarebbe scordato facilmente di lei.

 

 

Le cronache di Lampor! Cornice

Le cronache di Lampor! Cornice

Le cronache di Lampor! cornice

 

Spigola stava preparando il tabellone e posizionando i dadi. Aveva già estratto tutte le miniature dalla scatola e messo le schede personaggio nei rispettivi posti a sedere. Spigola arrivava sempre trenta minuti prima, non perché non avesse nulla da fare, ma perché giocare a Lampor! era una cosa seria; tutto doveva essere perfetto, e dieci minuti guadagnati erano dieci minuti in più di sessione, minuti che avrebbero potuto utilizzare per finire la scena e ponderare scientificamente sulle abilità da dare ai loro alter ego. Gli altri non dovevano fare altro che sedersi a giocare, e lui era felice di far trovare loro tutto pronto.
Pinolino arrivò per primo, seguito da Space, Marco e Alex; le ragazze, Elisa e Lucia arrivarono insieme per ultime.
Space prese posto a capotavola come Game Master, alzò la scheda del GM, che gli copriva interamente il volto, e dallo zaino estrasse un tomo di fogli volanti che componevano l’avventura.
«Abbassa quella scheda, Space.» disse Spigola. «Non ti si vede in faccia e mi tocca sempre parlare con un muro di cartone.»
«Non voglio che spiiate i miei tiri di dado.» rispose burbero. «Questa è la scena finale, c’è bisogno di tutto il pathos disponibile e ammissibile.» cercò tra i fogli quelli utili per l’avventura, sapeva benissimo che era un’operazione inutile, aveva perso tutti gli appunti settimane prima e le ultime sessioni di gioco se le era inventate di sana pianta, ma questo i ragazzi non lo sapevano e lui si sentiva il Master più furbo e migliore del mondo. Avrebbero dovuto dargli una coppa, con la scritta: Mr. Space, il più straordinario Game master/genio dell’anno. «Allora! Chi vuole fare il riassunto dell’ultima sessione?» chiese.
Nessuno aprì bocca, finché Spigola, dopo aver fatto scorrere lo sguardo avanti e indietro su tutti i presenti, non attaccò a raccontare. Era quasi un rituale per loro.
«Pinolino si è trasformato in un gufo e, riuscendo in un tiro di destrezza, è planato da un albero gettando il purgone per centauri nel calderone dei banditi. Dopo la prima mestolata quelli sono fuggiti in tutte le direzioni per evacuare, e noi siamo entrati nella torre. Una volta dentro, Lucia, non so come, ha ammaliato uno scheletro e ora… beh, devono sposarsi!»
«Eliminare il male di quinto livello.» intervenne la ragazza. «Grande abilità!»
«Ma tu sei il chierico!» disse Alex esplodendo in una fragorosa risata. «Dovresti far scoppiare gli scheletri, non sposarli.»
«La magia funziona in modi buffi e misteriosi a Lampor!.» disse Space mentre Lucia faceva spallucce. «Andiamo avanti.»
Spigola annuì. «Quando siamo arrivati in cima alla torre, Spadone, il cavaliere dal gran manico, si era già convertito alle forze del caos e siamo stati costretti a combatterlo. Elisa ha convinto un cinghiale da guerra evocato che non ne valeva la pena prendersi tutto quel disturbo per assecondare i voleri dei suoi padroni e lo ha convinto a farsi una nuova vita lontano da qui. Ora starà sicuramente leccando il muschio da qualche parte a nord… gustandosi tutto il sapore che può avere il muschio immagino… insieme alla gloria eterna che inevitabilmente ti concede l’ essere un cinghiale da guerra.»
«Evocato!» aggiunse Pinolino.
«Pensavo non si potesse parlare con gli animali evocati.» disse Alex alzando gli occhi da un manuale.
«Nel Background della mia druida ho inserito la specializzazione corso di comunicazione non verbale animale. Sapete, la comunicazione verbale incide solamente per il sette per cento e con gli animali non è necessaria… e poi Space me lo ha permesso.» Lucia studiava strategie di marketing al secondo anno di università. Le aveva un po’ dato alla testa.
In realtà Space, avendo l’ultima volta dimenticato il manuale a casa, come sempre, ignorava bellamente quella regola. «Le vie di !Ropmal, Signore di Lampor! sono infinite!» esclamò. «E poi, e poi? Cos’è successo?» chiese trepidante, prima che a qualcuno potessero sorgere dubbi riguardo la sua professionalità come Game Master.
«E poi niente,» continuò Spigola. «abbiamo battuto spadone e terminato l’avventura d’introduzione. Oggi dovremmo cominciare l’avventura vera e propria.»
«Ah… giusto, giusto.» disse Space nascondendo la sua delusione. Era sicurissimo dovessero ancora compiere il duello finale. Mollò un peto, più per necessita che per nascondere il rumore della carta stracciata che componeva l’ultima scena.
Buttò la pallina di carta dietro di sé e disse: «Prima di iniziare potete comprare l’equipaggiamento.» fece passare un plico di fogli spillati, in cui c’era scritto tutto l’armamentario disponibile. «Inoltre, tu Lucia sei salita di livello, puoi scegliere un famiglio.»
«Voglio un tardigravo!»
Alex esplose in un’altra risata. «Che diamine è un tardigravo!»
«È un insetto immortale capace di vivere a pressione zero, come nello spazio, e in moltissime altre condizioni estreme. Il compagno perfetto di ogni avventura!» Lucia inclinò la testa di lato, sorridendo soddisfatta, poi insieme a Elisa si strinsero le guance così forte da ammazzare ogni acaro presente sulla pelle. «Ed è pure così pacioccone!» esclamarono.
«Non puoi avere un tardigravo.» disse tranquillamente Space.
«Eddai!»
Il Game master la ignorò e passò a Pinolino. «Ecco il paragrafo che ti dicevo ieri su come funzionano i punti potere.» disse porgendogli un manuale in formato tascabile.
Pinolino fece per prenderlo quando il suo telefono squillò.
Rispose: «Pronto… sì, sto giocando…no, sto per iniziare…»
Spigola lo guardò preoccupato, quando Pinolino faceva quella faccia non era mai un buon segno.
«…no, no, va bene… d’accordo, arrivo.»
Chiuse la comunicazione. «Ragazzi, mi dispiace ma devo andare. Mio nonno è uscito un’altra volta e sta fermando la gente in piazza spacciandosi per uno del fisco.»
«Non può andarlo a prendere tua madre?» chiese Elisa.
«E fuori a cena, poverina, almeno questa volta le faccio il piacere.» si alzò dalla sedia mettendosi il giubbotto. «Scusate, voi continuate senza di me, se faccio in tempo vi chiamo, altrimenti, sarà per la prossima volta.» guardò Spigola con aria sconsolata e uscì, scendendo le scale della sede del loro club.

Le cronache di Lampor!

«Non possiamo iniziare un’avventura senza il ladro,» disse Spigola. «come facciamo a rubare i soldi ai personaggi e comprare l’equipaggiamento? A comprare da mangiare. E la corda? Come facciamo se non possiamo comprare la corda per scendere nei dungeon
«Abbiamo tutti una corda.» disse Marco.
«Non possiamo comunque iniziare senza Pino.»
«Quindi?» chiese il Game Master afflitto. «Alla prossima settimana?»
Improvvisamente saltò la luce. I ragazzi ammutolirono, ritrovandosi a fissare le loro forme indistinte nella semi oscurità della sala.
«Perfetto!» esclamò Lucia. «Non ci facciamo mancare niente.»
«Vado a controllare,» disse Spigola, Alex lo accompagnò.
Cinque minuti dopo tornarono annunciando che c’era stato un black out in tutta la zona.
«I vegliardi giù al bar dicono che non sanno quanto ci vorrà a ripristinare la luce, forse un paio d’ore.»
«Direi che oggi non è proprio serata,» disse Space, cominciando a sistemare i brogliacci dell’avventura. «possiamo anche tornare a casa.»
«No, aspettate,» disse Marco. «non possiamo giocare è vero, ma possiamo ancora fare quello per cui siamo venuti.»
«Siamo venuti per giocare.» disse Alex.
«Errato, siamo venuti per raccontarci una storia, per costruire una storia, per creare un mondo, dei personaggi, de luoghi, culti e religioni. Siamo venuti per evadere dalla realtà, ma allo stesso tempo per trasportare quella realtà nella nostra fantasia, per riconoscerci nelle proprie esperienze e in quelle altrui. Per ampliare e arricchire il nostro spazio mentale. E per divertici, sì anche per quello.»
«Cosa vuoi dire?» chiese Elisa.
«Voglio dire, che se non possiamo raccontarci questa storia tutti insieme, perché manca un pezzettino di noi, possiamo stare a sentire quella di altri, abbandonando per una sera l’arduo compito di narratore/protagonista e cullandoci nei panni dello spettatore. Possiamo raccontarci a turno la storia del nostro personaggio di Lampor! di quello che vorremmo creare, oppure un altro completamente inventato. Possiamo fare qualunque cosa. Lampor! è un mondo gigantesco in continua espansione, come un panettone che lievita dentro il forno: l’uvetta sono i personaggi e la pasta è il mondo intero.»
«E i canditi?» chiese Alex sardonico.
Marco ci pensò su: «I canditi sono le varie razze, perché sono di colore diverso.»
«Ma hai già detto che è l’uvetta ad essere i personaggi.»
«D’accordo, allora l’uvetta sono gli equipaggiamenti.»
«Naa, non mi piace, non ha senso.»
«L’uvetta può essere i personaggi del male, perché è di colore scuro.» provò Elisa.
«Perfetto! Allora i canditi sono i buoni e uvetta è il male.»
«Ma i canditi fanno schifo a tutti, mentre l’uvetta è buooonissima.» disse Lucia.
«Dannazione è vero!» esclamò Alex abbandonandosi sulla sedia.
«Non è questo l’importante!» esclamò Marco. «La mia era una similitudine accidenti! Volevo solo dire che il mondo di Lampor! è infinito e possiamo starcene qui al buio raccontarci a turno una storia diversa, secondo la nostra fantasia e le nostre esperienze.»
«Mi piace come idea.» disse Elisa. Tutti gli altri ragazzi annuirono. «Chi comincia?»
«Non avrei avuto l’idea se non avessi una storia pronta.» disse Marco con un sorrisetto. «Mettetevi comodi, le cronache di Lampor! stanno per incominciare.»

 

 

 

Ciao e benvenuto sul mio sito

Ciao e benvenuto sul mio sito

Sono Andrea Boccolari e scrivo cose.

Qui potrai leggere in tutta libertà i racconti che verranno rilasciati ogni settimana e trovare i libri da me pubblicati.

Fai un giro nelle varie sezioni e lascia un commento. Se i racconti ti sono piaciuti stampali e appendili in cameretta, oppure bruciali in un rito al Dio che preferisci, o dilettati nel farmi una macumba. in un qualche modo, con la mia scrittura spero di lasciarti qualcosa.

Se ti sono piaciuti tanto falli leggere ai tuoi amici e passagli il libro che ho scritto. Se vuoi pubblicare qualche estratto fallo pure, ma almeno abbi la compassione di citarmi.

Si fanno molti più lettori raccontando di un solo padre che ammazza il proprio figlio,
che di mille padri, i cui figli li educano con amore

Bokko Trash

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

LO STRANO CASO DEL DOTTOR POIROT

Una mazzata dietro la nuca è davvero qualcosa di inaspettato.
È come un colpo di fulmine che spezza la nostra routine, come uno zampone trovato dentro l’uovo di
pasqua, il miele sul formaggio o le urla della vecchia vicina di casa gattara.
Ed è solo quando tutto si fa buio che puoi cominciare a essere te stesso.

EDOARDO

Aveva visto il tempo passare attraverso la vetrata di una finestra. Il cielo, dapprima azzurro, si era inscurito passando per toni violacei e rosa, per poi arrivare al nero completo illuminato solo dalla luna.
Si risvegliò il mattino dopo sicuro di non aver mai dormito e di essere rimasto in quella posizione per ore. Gli scappava da pisciare e la prima cosa che notò era che per puro miracolo non se l’era fatta addosso.

Ma perché si ritrovava supino? Alzò la testa dal duro terreno rimanendo appoggiato coi gomiti a terra; è sempre bene rimanere ancorato al suolo in questi casi, si ripeteva tutte le volte che succedeva. Il contatto con esso aiuta a comprendere meglio la situazione mentre rialzarsi ti provoca vertigini rischiando di farti cadere ancora, soprattutto quando senti male alla testa. Si toccò la nuca e lo stupore nel vedere la mano sporca di sangue rappreso era tale da lasciarlo a bocca aperta. Era così sconcertato del fatto che il sangue fosse rappreso e si fossero formati dei crostoni… da quanto tempo si trovava lì? Di sicuro aveva la testa dura ma non era certo di cosa potesse essere successo. Si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio che lo aiutasse a comprendere cosa potesse essere accaduto. Sembrava uno studio di quelli che si vedono nei gialli, quelli dei grandi dottori, capoccioni di altri tempi che parlano con termini incomprensibili pensando che tutti possano capirli, ignorando che le persone normali
discutono in maniera molto più semplice; sembra che i loro studi abbiano resettato questa consapevolezza. Sopra una libreria vide un piccolo volume con la parola Genesi sulla costa e questo lo portò a pensare ai suddetti capoccioni. Avrebbero potuto utilizzare il termine Creazione, sicuramente più d’impatto, evitando
così il rischio di incomprensioni da parte di tutta quella fetta di popolazione meno avvezza alla scienza e con un calibrato credo religioso, ma non lo avevano fatto. Se non fosse stato mezzo morto non gli sarebbe dispiaciuto argomentare la questione davanti a un whisky, ma in giro non vi era nessun capoccione o essere dal cranio normodotato, tant’è che lasciò perdere.
La sua mente stava già divagando.

Si riscosse, si rialzò lentamente e, in preda ad altre elucubrazioni si accese nella sua mente un’altra parola, in quel momento decisamente più favorevole: Nemesi.
Nemesi perché di sicuro qualcuno lo aveva pestato lasciandolo lì a morire, e doveva aver pensato di essere riuscito squisitamente nell’impresa, poiché Edoardo aveva interpretato il ruolo del morto talmente bene che fino ad allora ci aveva creduto pure lui.
Ma chi era la sua nemesi? E perché aveva cercato di ucciderlo? Le cose si facevano nebulose e gli scappava veramente tanto la pipì. Cercare tracce del suo carnefice mentre era distratto da questi bisogni fisiologici di sicuro complicava la situazione, ma non voleva lasciare quella stanza senza almeno un indizio su quanto potesse essergli accaduto. Urinò nella pianta di ficus svuotandosi da quell’incombenza, tanto non si sarebbe lamentata, e pensò che se ci fosse stato anche qualcosa per il mal di testa che stava iniziando a far pulsare le sue meningi sarebbe stato il massimo, ma dovette sopportarlo.
Tornò ad analizzare la stanza, guardò gli angoli del soffitto e appurò che c’erano ancora tutti e quattro. Ti immagini che stramberia scoprire che ne manca uno? Si disse quasi divertito.

L’odore acido della minzione si fece spazio nella stanza, forse aveva commesso una mossa falsa dettata dall’urgenza, ma si decise a continuare, i serial alla televisione dicevano che bisognava battere la pista finché era calda, ed era quello che aveva intenzione di fare.
Lo studio aveva qualcosa di strano, qualcosa di diverso dai classici studi archetipi dei gialli, non aveva sedie imbottite, mobili in mogano o di noce antico, nessun portasigari o minibar, non aveva drappi rossi alle finestre e neppure fotografie di persone indiziabili. Solo una cosa lo colpì più di tutte: una teca di vetro in
una zona ben illuminata dal sole che faceva capolino dalla finestra, con al suo interno alcuni libri dall’aspetto antico. Si avvicinò e ne esaminò il contenuto. Il suo occhio scaltro aveva già ben notato che nella libreria erano contenuti per lo più libri di saggistica, mentre all’interno della teca erano tutti gialli, o almeno così gli era dato di pensare, poiché gli unici titoli che conosceva corrispondevano a quelli che leggeva sui dorsi e la sua tesi veniva avvalorata dalla famosissima copertina dell’omonimo colore.
Qualcuno aveva rotto la teca per prendere qualcosa al suo interno; nel notarlo si sentì stupidamente perspicace e decise di guardarli meglio per capire se qualcosa accomunasse tali libri e perché fossero contenuti lì dentro. Ne estrasse uno da un buco sul lato sinistro.

Il volume che aveva in mano era una prima edizione de Assassinio sull’oriente express, firmato da Agatha Christie, lo sfogliò senza trovarvi nulla degno di nota e rimise il volume all’interno della teca, amareggiato.
Ancora non capiva.

Rimase impalato per un lungo periodo davanti a quella colonna di vetro ora informe. In realtà aveva perso ogni cognizione del tempo e ragionava su possibili collegamenti tra cose a lui ancora del tutto ignote. Ad esempio su chi lo avesse assalito, per quale motivo, se il suo aggressore fosse lo stesso che aveva rotto la
teca e se esistesse un collegamento tra i libri gialli e lo studio nel quale si trovava.
Quando si accorse che non riusciva a formulare pensieri nonostante avesse fatto riposare il suo cervello a sufficienza, si convinse che doveva esserci una spiegazione più semplice per la sua aggressione, e fu allora che vide il block-notes.
Era buttato per terra sotto la scrivania, un pezzo di pagina bianca faceva capolino da un angolo in ombra, che l’irradiazione preponderante stava via via dissolvendo. Si abbassò per raccoglierlo e questo fu il suo primo grande errore della giornata. Prese una testata contro uno spigolo e cadde rovinosamente all’indietro con le mani sulla fronte esternando una lunga serie di imprechi.
Ma era scemo o cosa? Si domandò incredulo.
Probabilmente cosa.

Accettata la risposta strisciò dunque fino a raccogliere il blocchetto e in un attimo tornò felicissimo, finalmente avrebbe potuto trovare qualcosa di importante, un indizio in grado di dipanare quel mistero. Lo aprì.
Lo trovò bianco.
Sul suo volto era sicuro si fosse dipinto un sorriso al ritrovamento, sorriso poi completamente cancellato dalla delusione. Rimase ancora un po' per terra a massaggiarsi la fronte e a bestemmiare per meritarsi un posto all’inferno.
Terminata la frizione cutanea, nella sua mente si accese una lampadina e si ricordò il più classico dei trucchi, quello della matita. Si alzò velocemente cercandone una sulla scrivania e trovandola incastonata come un gioiello in un bellissimo portapenne di ottone lavorato. Iniziò a sfregare la grafite in maniera omogenea sul foglio del block-notes, certo che sarebbe apparsa una scritta.
Niente.
Nessuna scritta, nemmeno un disegnino.

Imprecò mentalmente rigirandosi il blocchetto fra le dita, fino a quando non si accorse della frase scritta dietro la paginetta che aveva impietosamente scarabocchiato.
Il volto riprese quel sorriso demente e la sua bocca diede voce al suo primo pensiero di senso compiuto. «Bingo!» poi si rese conto che forse non era una frase così ad effetto come aveva pensato, considerando che non vi era nessuno ad ascoltarlo.
La frase sul block-notes era: cercare il dottor Poirot…
Un urlo improvviso lo fece sobbalzare come una femminuccia, incespicò con le mani perdendo la presa sul libricino e cominciò a balbettare in maniera incoerente varie vocali dell’alfabeto.
Ecco il qualcuno, finalmente.

Il block-notes cadde di nuovo sotto la scrivania e lui si voltò verso la fonte della paura. Era la cameriera, che agitava davanti a sé il suo spolverino e urlava con una voce roca e sottile, ricordandogli il suono di una lama arrugginita che veniva estratta da un cadavere mummificato, che era una similitudine assurda, ma quella che secondo lui rendeva al meglio l’idea.
La donna era carina, una giovincella alle prime armi vestita in maniera abbastanza spartana che nella sua mente aveva già trovato posto con vestiti classici da camerierina di commedia erotica; sembrava spaventata e puntava minacciosamente l’attrezzo senza troppa convinzione. Probabilmente tradiva la sua paura giustificata dalla consapevolezza che, se avesse voluto, lui le avrebbe spezzato entrambe le braccia senza la minima difficoltà, assodato che c’erano meno muscoli in lei che nelle zampe di un piccolo passerotto appena nato.
Dipanato lo sgomento e raccolto il savoir-faire, Edoardo se ne uscì con una frase da duro, fingendo di cercare un pacchetto di sigarette che non aveva, e facendo una figura da scemo magistrale sembrando un cretino che si spegneva tanti micro-incendi sul corpo.
«Non avere paura piccola, è tutto ok,» disse ricomponendosi. «Ormai ho finito il mio lavoro qua dentro ed è ora che me ne vada da qui.» Inarcò il sopracciglio sinistro e fece due passi in avanti muovendo il più possibile le anche.
«Ma lei chi è?» la cameriera urlò senza rendersene conto, con una voce graffiata che sembrava uscire dall’inferno dei passerotti.
«Non è importante chi sono, ma quello che sono» pausa teatrale. «Di sicuro quel che potrei fare!» Allungò i pugni verso di lei, certo della minacciosità delle macchie di sangue rappreso tra le dita. La cameriera iniziò a tremare.
«Ma il dottore sa che è qui?» chiese la donna titubante ormai priva di speranze.
«Il dottore? Sicuro.» Alla nomina di un terzo personaggio, nonché indiscutibile carica sociale di spicco, le cose iniziarono ad assumere un contorno, accompagnate da quell’odore affumicato e piccantello che hanno i misteri che conducono a un’indagine.
Edoardo ricacciò il dispiacere che provava per aver messo paura alla donzella e rimase nel personaggio. Il suo sguardo fulminò quello color nocciola di lei, e intanto si diresse verso il quadernetto, lasciato a terra nella stessa identica posizione di prima. Una volta arrivato si piegò per raccoglierlo e picchiò la testa per la terza volta sulla scrivania, imprecando come un dannato per il dolore fitto alla tempia.
Il viso della cameriera si tramutò da pauroso a sconvolto, accentuando deliziosamente l’incurvatura di un sopracciglio gabbiano-forme e lui si rese conto di una cosa: come la terza volta? Ma allora era proprio scemo.
Barcollò per un momento con il block-notes stretto in una morsa. «Non si preoccupi,» disse. «Ordinaria amministrazione.» Poi si diresse scattando verso la scialbetta che non era ancora riuscita a scuotersi dalla paralisi che la bloccava. Mentre fuggiva, Edoardo riconobbe appeso alla maniglia della porta il suo cappello grigio a tesa larga, lo agguantò e si mise a correre verso una possibile via d’uscita da quel maniero gigantesco.

Sentiva solo il tap tap dei suoi passi per gli androni, il ché significava che per sua fortuna la donna non lo stava seguendo. Credeva di cavarsela in poco tempo, ma dopo un paio di svolte ancora si ritrovava in corridoi deserti. Era veramente fastidioso non trovare una porta, ma dove cazzo era finito? Poi finalmente la luce. Non chissà quale luce abbagliante di salvezza, era solamente una grossa porta nera in metallo socchiusa, che lasciava penetrare una lieve sfumatura di sole. La spalancò e si buttò all’esterno.
Fu allora che lo struzzo lo lasciò di stucco.
Lo osservava da dietro uno steccato di legno, mentre sbatteva gli occhioni e dei moschini nerissimi
ronzavano annoiati intorno al suo becco.
«E tu chi saresti?» gli chiese beffardo.
«E chi saresti tu, scusa?» rispose lo struzzo, altrettanto beffardo.

Astropizzeria

Astropizzeria

sottotitolo: pizze galattiche per gatti quantici

Il giovane Timmy giocherellava stravaccato sul divano, con il palmare che il padre aveva lasciato incustodito. Completato il livello la pubblicità partì immediatamente, accompagnata da una suoneria. Una di quelle canzoni pop che entrano in testa per rimanerci a lungo, aiutata anche dal fatto che un team di ricercatori, una ventina di anni prima, era riuscito a scovare la melodia giusta che plasmava la mente delle persone per aiutare le aziende a vendere. Era stata soprannominata Market Jingle, o MJ. L’opinione pubblica ne era a conoscenza, ma una volta ascoltata, accompagnata da immagini e offerte d’acquisto, non si aveva scampo: i livelli di dopamina e serotonina si alzavano e si era inevitabilmente più sereni e propensi a spendere. La federazione ne aveva limitato gli usi, ma alcune grandi aziende riuscivano comunque a trovare il modo di inserire la melodia nelle loro pubblicità.
Tempo cinque secondi di jingle che una voce squillante annunciò: Le leggi della fisica non hanno più misteri! Venite all’Astropizzeria per provare la pizza quantica! Un’esperienza all’orizzonte degli eventi!
Più in basso una scritta gialla lampeggiante recitava: Portate anche il vostro gatto!
Gli occhi di Timmy si illuminarono, e pensò che non poteva sottrarsi a una sana dose di molestie rivolte ai genitori. Doveva assolutamente assaggiare la pizza e raccontarlo ai propri amici.
Un ignaro Orione, il gatto persiano di Timmy, passava sfortunatamente di lì. Il ragazzo si ribaltò giù dal divano, lo raccolse al galoppo come fosse un sacco di patate, benché le patate fossero ormai estinte, e corse dai genitori. Orione, che era troppo pigro e grasso anche solo per pensare di divincolarsi, accettò il rapimento con fatalismo cosmico, proprio dei gatti domestici che abitavano fuori dagli anelli.
Timmy trovò i genitori in cucina. Il padre seduto sopra uno sgabello ergonomico che preparava dei panini, e la madre che rassettava la casa tramite l’apposita App.
«Papà, papà! Dobbiamo andare all’Astropizzeria a mangiare la pizza quantica.»
«Te lo avevo detto che prima o poi sarebbe accaduto,» disse distrattamente la madre, «era solo questione di tempo.»
«Il tempo è relativo.» mugugnò il padre senza togliere gli occhi di dosso dalla crema spalmabile.
Timmy conosceva bene quella tattica e assunse la sua espressione da battaglia. Con qualche scossone avrebbero ceduto. Prese a strattonare la camicia del padre saltellando come un razzo cui era stato fatto il pieno di carburante sbagliato, mentre Orione, stretto nel suo braccio, rimpiangeva con sguardo vacuo il fatto di essere così grasso e di aver appena mangiato. D’altronde, Orione aveva sempre “appena mangiato” e la sua coscienza felina ne era ben consapevole. Scrollando le spalle come solo i gatti sanno fare, rimpianse sé stesso.
«Questa volta no, Timmy.» disse severo il padre appoggiando il coltello. «È troppo cara e non possiamo permettercela.»
Il ragazzino alzò il braccio libero e lasciò che fu il telefono a parlare, appiccicandolo al naso del padre: Solo per questa settimana sconto MegaGalattico! Provate la pizza quantica al costo di una pizza normale!
A quel punto anche la madre lasciò perdere l’App di casa, il cui banner pubblicitario in basso a destra recitava con volume al minimo le stesse cose del palmare di Timmy. Si voltò verso il marito e, con uno sguardo d’intesa, i due coniugi si diedero l’ok. I panini preparati dal padre erano sempre troppo asciutti e  quella poteva essere una cosa da raccontare ai colleghi il lunedì successivo.
«D’accordo,» dissero all’unisono i genitori, «ma prima sistema i tuoi giochi.»
Timmy levò le braccia al cielo con un risolino di gioia lasciando Orione in balia della forza di gravita. Il gatto roteò in aria compiendo due giri completi, miagolando sommessamente descrisse una parabola perfetta e atterrò in piedi tremante, con esito improbabile, sui braccioli del divano.
Timmy corse in camera a sistemare frettolosamente i giochi: il piccolo fisico e la fabbrica dei quanti vennero buttati dentro l’armadio senza troppe cerimonie, impilò le sue riviste su una sedia in un’unica colonna traballante e frastagliata e corse a vestirsi.
Dieci minuti dopo la famiglia era già in macchina.

Un arcobaleno di stelle luminose circondava tutto il complesso, donando luce all’intero parcheggio e facendo brillare lo spazio intorno a esso per parecchie centinaia di chilometri. Timmy, con la faccia premuta contro il vetro, rimase a bocca asciutta davanti a quello spettacolo. Si poteva addirittura vedere dallo spazio da quanto era grande!
Atterrarono in una delle ultime file del parcheggio strapieno. Era venerdì sera e per un raro colpo di fortuna erano riusciti a prenotare un posto. Una famiglia, con lo stesso numero di componenti, tre persone e un gatto, aveva rinunciato proprio dieci minuti prima. Che cosa improbabile!
Orione ballonzolava stretto tra le braccia di Timmy, con le zampette pelose che venivano sconquassate di qua e di là sotto la forza centrifuga provocata dai saltelli di gioia del ragazzino. Finché, da lontano, videro finalmente gli ingressi.
L’Astropizzeria era un edificio enorme a forma di razzo spaziale, presa in gestione dalla precedente attività commerciale Pianeta Pizza. A questa erano stati aggiunti due grossi silos, per contenervi tutto il formaggio e il pomodoro necessari all’impresa, che svettavano sul retro come razzi d’emergenza.
All’ingresso c’era un gran via vai di gente, che entrava e usciva dalle numerose porte. Di fronte a loro volteggiava a mezz’aria un uomo con una tuta spaziale a forma di pizza, che salutando gli ospiti consegnava loro un buono omaggio per una seconda serata. Il padre lo prese con cortesia ed infine entrarono, varcando la porta girevole automatica.
Giunti all’interno aspettarono vicino al bancone di una reception, vuota. Timmy si guardò intorno: l’interno del locale non era come se lo era immaginato. Un edificio di quelle dimensioni doveva contenere centinaia, se non migliaia o miliardi di coperti, per sopperire alla richiesta proveniente da tutta la sezione della galassia. Il trambusto doveva essere assordante mentre orde di ragazzini scalmanati si rincorrevano tra i tavoli insieme ai loro gatti. Invece era tranquillo, troppo tranquillo.
Si trovavano in un corridoio dal pavimento grigio chiaro, sopra un tappeto rosso che proseguiva lungo il corridoio. Le pareti erano illuminate da neon multicolori che lampeggiavano e si muovevano grazie all’aiuto di fari automatizzati. Il gioco di luci proiettava sui muri figure mutevoli che si fondevano una con l’altra, tramite oculate dissolvenze: paesaggi incontaminati presi dai vari mondi della federazione, porzioni di spazio cosmico costellati di nebulose, asteroidi, pianeti. Da invisibili altoparlanti proveniva una musica da radio. In quel momento la canzone era l’ultima delle tante versioni riproposte nella storia di Don’t stop me now, arrangiamento originale dei Queen. Ai lati del corridoio c’erano moltissime porte, una ogni sei metri circa, all’apparenza spesse come quelle di un bunker antiatomico, ma eleganti. Decorate con simboli sgargianti incisi nel metallo e aforismi in lingue aliene che il ragazzo non riusciva a decifrare.
Timmy si accorse che il corridoio proseguiva per parecchio, diramandosi oltre la loro vista. Perfino il rosso acceso del tappeto su cui si trovava si perdeva nell’oscurità, data dalla distanza. Si chiese quanto avrebbero dovuto camminare se fosse stato assegnato loro uno dei tavoli in fondo, cercò di scorgerne la fine ma la sua percezione si distorse, allungandosi e stringendosi. In quel momento, sollevandosi sulle punto con il naso all’insù, avrebbe giurato che il corridoio fosse infinito.
Vide una famiglia uscire allegramente da uno dei loculi più vicini. La porta si aprì con un sibilo, rilasciando una densa nuvola di fumo che congelò istantaneamente gli stipiti intorno. I membri della famiglia erano bardati come astronauti, con caschi sulla testa e una strana tuta spaziale chiusa ermeticamente. Come avevano fatto a mangiare in quelle condizioni?
All’improvviso, dal nulla, apparve il cameriere, come materializzato dietro il bancone. «Buona sera signori, benvenuti all’Astropizzeria. Avete prenotato?»
Il padre sobbalzò e, ancora disorientato per l’apparizione, gemette un timido «Sì.»
«Nome?»
«V-Vigliotti.»
«Molto bene, se volete seguirmi.» Il cameriere digitò un paio di cose sul palmare personale allacciato al polso. Sorrise e si posizionò sul nastro trasportatore sotto i loro piedi, cosa che Timmy non aveva notato perché il nastro era lo stesso tappeto rosso.
Partirono lungo il corridoio a velocità sostenuta, ma nonostante questo i loro corpi si mossero appena. Evidentemente il locale era provvisto di un regolatore di gravità, pensò il ragazzo. Molto all’avanguardia. Affrontarono diverse svolte e ad ogni curva il nuovo corridoio sembrava infinito. Persero la cognizione del tempo ammirando le porzioni della galassia che si materializzavano intorno a loro grazie ai giochi di luci sulle pareti. Timmy si esaltò sentendosi come un cosmonauta disperso nello spazio profondo, saltellando sul nastro con un’espressione così felice che solo un bambino con il pallino della fisica e dello spazio poteva assumere. Anche Orione si esaltò, sentendosi come un cosmogatto disperso nello spazio profondo, quindi da schifo e, cacciando rispettosamente la testa di lato, rigettò una pallina di pelo.
Dopo tre minuti di corsa si fermarono e il cameriere aprì loro una delle porte.
La sala era pulita e luminosa, con un ampio spazio tra un tavolo e degli armadietti decorati sulla parete opposta. Molto accogliente, nonostante si trovassero dentro una specie di capsula isolata dal mondo esterno. Sulla tavola era imbastita una tovaglia a quadri rossi e bianchi, con sei bei piatti rotondi di ceramica della grandezza di un volante da cargo spaziale. Completavano la mise posate e bicchieri classici.
«Per i signori è la prima volta?» chiese il cameriere.
«Sì. È la prima volta.» rispose la madre accomodandosi intimorita ed eccitata al tempo stesso. Le sembrava di essere finita nelle viscere di una base militare.
«Molto bene, allora vi spiego tutto. Per prima cosa il vostro tavolo, o “la capsula”, come piace chiamarla a noi…»
«Aspetti.» lo interruppe il padre, «abbiamo visto la pubblicità e controllato sul sito ma è sicuro che non c’è nessuno problema per il gatto?»
Orione si stava rimettendo dalla gita nello spazio oscillando sul posto, miagolò piano, cercando la compassione di quegli esseri. Proprio non gli andava di essere sbattuto fuori al freddo, o a riaffrontare quel corridoio maledetto le cui luci stroboscopiche gli avevano scombussolato i sensi da gatto.
«Non si preoccupi,» rispose cordialmente il cameriere, «come vede gli ospiti non hanno interazioni tra di loro perciò il vostro gatto non è assolutamente un problema.»
«D’accordo.» rispose il padre, poi mugugnò pensieroso. «E proprio riguardo a questo non avere a che fare con gli altri, non è un po’ asfissiante?»
«In verità molti nostri ospiti apprezzano questo tipo di servizio, comunque non si preoccupi, durante la cena avrà modo di cambiare idea.»
«Lascialo continuare, Marcel.» lo ammonì la moglie, «nessuno vuole sentire i tuoi borbottii. Mi scusi, prego.»
Il cameriere abbassò impercettibilmente la testa. «Nessun problema, come dicevo, l’ambiente della capsula può essere regolato tramite questo telecomando, così come la musica. Abbiamo di tutto: pareti e musica da discobar, uno stile da taverna, western del diciannovesimo secolo, mensa da base aerospaziale e così via. Potete scegliere il tema che preferite. Ora è impostato su standard, cioè lo stile classico Italiano anni cinquanta del ventesimo secolo. Il più apprezzato all’esterno della via lattea.» il cameriere si coprì garbatamente la bocca con le dita concedendosi un sorriso, poi continuò. «Per quanto riguarda la tavola è olografica, perciò potete cambiare forma e colore anche a quella. Non abbiate timore di romperla, può sopportare una forza impressa pari a quella della massa terrestre. Infine, questo è il nostro menù.» consegnò loro eleganti depliant color crema ripiegati in tre parti, «Posso passare a prendere personalmente le ordinazioni o potete utilizzare il metodo classico, tramite la schermata sul tavolo, dove ovviamente, trovate il menù completo; come preferite.»
«Che ne dici caro? Proviamo come si faceva una volta?»
Marcel scrollò le spalle, «Perché no.»
«Molto bene, come ultima cosa vi chiedo gentilmente di indossare le tute che troverete dentro quegli armadietti.»
La madre assunse un’aria preoccupata, «Sì, avevamo letto che bisognava indossare delle tute… ma… poi come faremo a mangiare?»
«Non ci sarà bisogno di mangiare, non nell’accettazione comune del termine.»
La famiglia sbarrò gli occhi. «Cioè?» chiese la madre.
Il cameriere sorrise ancora, professionalmente. Quella parte lo divertiva sempre. «Lasciate che vi spieghi. La pizza quantica segue le leggi della fisica quantistica, non di quelle della fisica reale. Per permettere ciò, la vostra capsula dev’essere portata ad una frazione di grado dallo zero assoluto, sottovuoto e schermata dalla luce. Senza quelle tute, beh, voi rimarreste uccisi.»
A Timmy si illuminarono immediatamente gli occhi, mentre il padre chiedeva con una punta di apprensione: «Ma tutto questo è… sicuro?»
«Siamo aperti da due anni e non abbiamo avuto nessun problema, giorno per giorno effettuiamo controlli sulle apparecchiature e ogni nostro cliente ne è uscito soddisfatto.»
«Ma sì, Marcel, non c’è nulla di cui preoccuparsi.» con un frenetico gesto della mano la moglie scacciò l’apprensione che la circondava, trattenendo per sé solamente l’eccitazione per quella rivelazione assurda.
«Allora vi lascio cinque minuti per preparavi,» disse il cameriere, «quando suonerò non dovrete far altro che premere il pulsante per aprire la porta.»
Il cameriere uscì e Timmy si precipitò all’armadietto, dove vi trovò una tuta della sua taglia. In un lampo la indossò e scoprì che gli andava troppo larga, finché, smanettandoci sopra com’è solito per uno della sua generazione, non premette il pulsante di adattamento e quella aderì perfettamente al suo corpo. Adesso si sentiva proprio un vero astronauta.
Anche i genitori indossarono le tute. La madre non faceva che ripetere eccitata di come avrebbe raccontato la serata ai colleghi in ufficio, il padre invece, continuava a mugugnare.
Timmy agguantò Orione e prese a correre intorno al tavolo, immaginando di essere un pilota con un gatto alieno antropomorfo a fargli da secondo. In una delle sue riviste, tempo prima aveva letto di una razza umanoide simili a leoni, che commerciava pietre e gioielli in galassie lontane dalla loro. Orione poteva essere una loro versione in miniatura. Il padre e la madre si scambiarono qualche battuta lievemente intimorita, cercando nuovamente sulla rete informazioni riguardo a quel posto.
Miliardi di recensioni in soli due anni, tutte a cinque stelle. Non vi erano però dettagli su come funzionava l’esperienza, cioè il “mangiare” senza realmente mangiare. L’Astropizzeria ci teneva particolarmente alla privacy e faceva una pubblicità intensa, ma non rivelava nulla su quello che era il loro servizio.
Nonostante tutto i due coniugi si rilassarono. Chiusero la schermata del palmare, scrollarono le spalle e si ricordarono del figlio: «Timmy, smettila! Vieni qui.»
Il ragazzo era eccitatissimo nel vedere i genitori con addosso le tute spaziali, rinchiusi insieme a lui dentro una capsula ermetica. Da un momento all’altro si aspettava di partire nell’iperspazio. Saltò giù dal tavolo e cambiò gioco, mettendosi il gatto sopra la spalla e utilizzandolo come se fosse un cannone sonoro distorci miagolii. «Morite alieni maledetti! Morite! Non avrete mai la mia pizza!»
Orione, inutile dirlo, era in balia degli eventi.
«Piantala Timmy! Vieni qui e dimmi che pizza vuoi.» insisté la madre.
Il ragazzino atterrò sulla sedia e appoggiò il gatto sul tavolo. Ancora ansimante scorse con il dito il menù. Le pizze erano tantissime, divise sulle pagine per sistemi e galassie a cui appartenevano.
Fu il padre ad accorgersi che le pizze in offerta erano in realtà solo quelle nella pagina della via lattea, sezione sistema solare. Timmy giro il depliant su sé stesso e si accorse che non era piegato solo in tre parti come era sembrato quando il cameriere glielo aveva consegnato. I fogli si connettevano e si incastravano, si mescolavano e si nascondevano tra loro. Voltando due volte la stessa pagina si poteva cambiare sezione senza trovare le pizze lette poco prima. Alla fine, dopo aver tribolato un po’, Timmy trovò la sezione desiderata. Accanto ad ogni pizza c’era una foto con la relativa descrizione.
Marte: rossa solo pomodoro. Luna: senza pomodoro con crateri di formaggi diversi. Saturno: caratterizzata da molteplici anelli di crosta insaporiti che roteavano intorno alla farcitura. Giove: pizza gigante con farcitura a piacere, ideale dalle dieci persone in su. Mercurio: servita bollente con peperoncini e salame piccante (solo per veri esploratori solari). Venere: farcitura a scelta tra una serie di ingredienti afrodisiaci (ideale per un primo appuntamento o per riaccendere vecchie passioni). Pluto: baby pizza per bambini. Urano: farcita con frutti di bosco. Nettuno: melanzane, radicchio, scamorza. Terra: pomodoro, mozzarella, basilico.

Mentre Timmy si mordeva la punta della lingua, indeciso tra una Giove – da condividere con Orione – e una Saturno, il cameriere squillò alla porta.
«Avanti.» disse il padre, poi si ricordò del pulsante e lo premette.
«Molto bene,» disse il cameriere abbassando la testa per evitare gli sbuffi di vapore del condotto di ventilazione. «vedo che vi siete sistemati. Come vanno le tute, sono comode?»
«Perfette.» squillo Timmy, poi fece scorrere lo sguardo sulla sua ciurma finché non si accorse di Orione, ancora stravaccato sul tavolo. «Orione però non ha una tuta, come può stare qui dentro?» chiese.
I genitori si guardarono incuriositi, non ci avevano pensato.
«Non preoccuparti,» rispose il cameriere, «i gatti non seguono le leggi della fisica classica. Sono da sempre considerate creature divine e probabilmente proprio questa convinzione li ha trasformati in tali.»
«Che assurdità!» esclamò il padre.
«Si dice che i gatti abbiano nove vite,» disse il cameriere. «questo è falso, ma posso assicurarle che le particelle di cui sono composti, i quanti per l’appunto, continuano a comportarsi in maniera quantistica anche nel loro insieme, nella perfetta e misteriosa creatura macroscopica che è il gatto. Solo così si spiegano certi comportamenti felini.»
«Mi stai dicendo che avete risolto il paradosso del sorite in materia quantistica?» chiese Timmy balzando dalla sedia. Giusto una settimana prima avevo letto della cosa nella rivista a cui era abbondato.
«Il paradosso del sorite?» chiese il padre incrociando le braccia.
«Sì, il paradosso tale per cui “mucchi” di particelle, che sono regolati da leggi quantistiche caotiche, fatte di informazioni che non si possono conoscere, particelle che sono in più posti contemporaneamente e fenomeni che smettono di avvenire se li si osserva; finiscono per essere determinati da leggi fisiche regolari che si sanno gestire in modo esatto quando, insieme, formano oggetti macroscopici. Come le persone appunto, o i palmari o li alberi o le vaschette per gatti. Tutto!»
«Esattamente.» disse il cameriere, ingessato come sempre.
Assurdo rispondesse così serenamente. «E tutto questo lo si osserva nella completezza di particelle che forma… il mio gatto?» Timmy osservò Orione come non aveva mai fatto prima. Orione dal canto suo miagolò piano, come sempre, rimando stravaccato nell’agognante attesa di una pizza. Erano già un paio d’ore che non mangiava nulla.
«Non solo il tuo gatto, ma tutti i gatti.» rispose il cameriere, divertito.
«E come avete fatto?»
«Per le pizze intendi? Beh, con la farina ovviamente. Il paradosso afferma che, dati oggetti piccolissimi, come la sabbia per esempio, non si può stabilire quando si ha effettivamente un mucchio e quando no. Un solo granello in più o in meno non fa differenza tra un mucchio e un insieme di singole entità, perciò semplicemente, usiamo farina quantica.»
La domanda fondamentale che da sempre i fisici si pongono: se tutto è fatto di particelle microscopiche e tutte le particelle seguono la meccanica quantistica, allora non dovrebbe tutto quanto seguire la meccanica quantistica?
Svelata così, in una pizzeria.
Marcel e la moglie nel frattempo non capivano nulla e guardavano distrattamente i menù per non destare sospetti.
«E dove l’avete trovata della farina quantica?» chiese il ragazzo.
«Questo purtroppo non posso dirvelo, o i nostri pizzaioli mi metterebbero dentro il forno.» il cameriere sfregò le mani. «Ma torniamo a noi: i signori sono pronti per ordinare?»
«Certo, ordiniamo.» disse la madre. «Tutta questa fisica mi ha messo una gran fame. Ah! Non faccia caso a mio figlio, è un nerd.»
«Non si preoccupi, ci siamo abituati.»

In poco tempo vennero prese le ordinazioni e il cameriere si congedò. Non appena la porta si chiuse, Timmy si buttò sul gatto con tutto l’interesse che aveva per la fisica. Prese Orione da sotto le zampe e lo scosse per bene. Il gatto non reagì, questa volta utilizzando come scusa a sé stesso il fatto che fosse troppo debole data la mancanza di cibo.
Come faceva quel gatto così pigro a eludere le leggi della fisica? Pensò Timmy. Certo è, che a volte i gatti riuscivano a compiere gesta impressionanti, e si cacciavano in situazioni che, in un universo dettato unicamente da leggi deterministiche, si sarebbero potute definire “improbabili”. Orione però non era uno di quelli, era un gatto grasso e pigro, che avrebbe preferito essere rapito da chicchessia piuttosto che prendersi la briga di correre o fare evoluzioni quantiche.
Timmy non vedeva l’ora che arrivassero le pizze, sia per vedere cosa sarebbe successo, sia perché cominciava a sentire una gran fame.

Il cameriere ritornò con quattro pizze fumanti. Davanti ai genitori mise una Luna e una Marte, una Saturno per il ragazzo e una Pluto per Orione. Quest’ultimo ci si gettò sopra famelico, come se non mangiasse da giorni, e sporcandosi di pomodoro tutte le vibrisse. Timmy si trattenne con fatica dal buttarsi anche lui su quella magnifica pizza, costringendosi a osservare con attenzione il felino in attesa di una qualunque stranezza che potesse coinvolgerlo.
«Eccoci qua, signori.» disse il cameriere. «Il computer della sala mi dice che le vostre tute sono state indossate correttamente e sono in ottimo stato. Ora chiuderò ermeticamente la porta, sarete messi sotto vuoto e portati ad una frazione di grado dallo zero assoluto, non preoccupatevi, non sentirete nulla. Buon appetito.»
Il cameriere uscì con un mezzo inchino e i commensali rimasero a fissarsi l’un l’altro.
«Come facciamo a mangiare con queste tute addosso?» chiese il padre da dietro il vetro del casco parzialmente annebbiato dal respiro.
Intanto Orione era già a metà pizza e non dava segni di cedimento. Timmy lo scrutò con piglio scientifico ma ancora non notava nulla di anormale.
Ad un certo punto il gatto smise di mangiare. Il ragazzo trattenne il respiro nella trepidante attesa di osservare un fenomeno quantico, ma Orione si limitò a miagolare triste, probabilmente per non aver ricevuto una ben più sostanziosa Giove.
E allora, solo allora, d’un tratto tutto cominciò.
Le loro pizze presero a vibrare, poi scomparvero. Immediatamente riapparvero a mezz’aria in punti diversi della stanza e in stati fisici differenti: solide come pietre, gassose, liquide. Una delle Lune colava formaggio da tutte le parti e la Marte era diventata un’esplosione di pomodoro sopra il muro. Eppure non sporcarono nulla, e un attimo dopo si materializzarono istantaneamente da un’altra parte. Fenomeni che quando li si osservava smettevano di esistere, pensò Timmy esterrefatto. Una giostra di pizze stava girando per la stanza in maniera del tutto incontrollabile e caotica. Le pizze volavano sopra di lui, deformandosi in un caleidoscopio di colori e ingredienti la cui forma non era esattamente quella consona. Pomodoro gassoso, mozzarella solida, frammenti di farina sparsi per tutto il tavolo in minuscole particelle.
Le pizze avevano cominciato a comportarsi in maniera quantica.
Non si poteva più quindi determinare la loro reale posizione ma solamente affermare che ci fosse un’alta probabilità che fossero all’interno di una lunghezza d’onda. Ogni oggetto macroscopico, in realtà, pensò Timmy ammirando quella magia, si comporta in tale maniera, dai grattacieli agli acini d’uva, dalle zanzare alle persone, ma normalmente la loro lunghezza d’onda è così infinitamente microscopica e trascurabile che gli atomi di cui sono composti restano “uniti” evitando che l’oggetto in questione si disintegri e vada a zonzo per il cosmo. Quanto doveva essere grande la lunghezza d’onda dentro quella stanza? Probabilmente grande quanto la stanza stessa. Perciò, ogni cosa al suo interno poteva muoversi liberamente senza però essere effettivamente disintegrata.
All’improvviso Timmy sentì il sapore della pizza, calda e gustosa, doveva trovarsi all’interno del suo stomaco! Anche lui faceva ora parte della lunghezza d’onda.
Era buonissima. D’un tratto rivide la sua pizza, poi non la vide più, un millisecondo dopo si trovava sparsa per la stanza in forme diverse e contemporaneamente ne sentiva ancora il sapore sulle papille gustative, insieme a un’improvvisa sensazione di pienezza nello stomaco. Timmy non sapeva più dove guardare, attraverso i caschi della tuta notò che anche i genitori erano spaesati come lui, felici e increduli per quanto stava avvenendo.
La sua pizza Saturno gli ricomparve davanti agli occhi, un capolavoro della cucina, con gli anelli di crosta insaporiti che vorticavano intorno alla base farcita. Quando la pizza scomparve, o sarebbe meglio dire, si spostò probabilmente in un luogo diverso, a fissarlo Timmy vide sé stesso, seduto davanti a lui.
Una parola di stupore si perse nello spazio ristretto del suo casco, silenziosa a tutti, perfino a sé stesso. Poi rimase senza del tutto parole. Notò che anche i suoi genitori si erano sdoppiati e stavano girando come delle trottole supersoniche in differenti stati fisici insieme alla giostra di pizze.
Non vi erano dubbi, perfino loro cominciavano a comportarsi in maniera quantica.
Il secondo Timmy lo salutò timidamente, per poi scomparire una frazione di secondo dopo e ricollocarsi all’interno della stanza. Confuso, Timmy cercò Orione e lo trovò esattamente dove lo aveva lasciato, intero, integro, stravaccato sul piano della cucina a fissare melanconico il piatto vuoto. Allungò un braccio per accarezzarlo ma prima di sentirne il pelo morbido sotto le dita, l’onda di probabilità lo travolse catapultandolo di qualche metro. Gli balzò il cuore in gola. Come poteva evitare di essere trasportato di qua e di là senza il suo volere?
Prima che potesse rendersene conto, il ragazzo si ritrovò a vagare per la stanza insieme ai genitori, teletrasportati di continuo da un punto a un altro, in molteplici posti contemporaneamente e in stati fisici assurdi che smettevano di essere non appena li si osservava. Solamente Orione sembrava immune a tutto quel caos, e i suoi occhioni gialli vorticavano insieme alla famiglia nelle loro evoluzioni.
Timmy prese a essere e a non essere probabilmente in più posti. D’altronde non vi è nessuna certezza nella materia che si comporta in maniera quantistica.  Altri lui gli giravano intorno e d’un tratto si chiese, o si chiesero, o probabilmente si chiesero, chi fosse quindi il vero Timmy. Erano ancora l’oggetto macroscopico che formava Timmy o erano un unico insieme di singoli? Erano ancora vivi? Un altro sbalzo della lunghezza d’onda lo trascinò in uno stato differente. Si concentrò sul sapore delizioso della pizza che gli pungeva la lingua e la sua risposta non poté che essere sì, era ancora vivo. Eppure, gli sembrò che l’altro Timmy, quello che ruotava vibrando vicino agli armadietti, non fosse soddisfatto di quella pizza Saturno. Avrebbe preferito un piatto vegetariano, o una porzione di patatine fritte, o del cioccolato, e poi gli brontolava un po’ lo stomaco, doveva andare di corpo. E quell’altro, quello che stava provando ad acchiappare il gatto, non lo faceva per accarezzarlo, lo sapeva, lo sentiva nella sua testa, ma perché una parte di lui, più sadica, godeva nel tirargli la coda e gettarlo in aria. Oddio, pensarono i Timmy, i miei pensieri si sono sdoppiati, la mia coscienza si è divisa tra i tanti me stesso nell’onda di probabilità! Chi sono io in questo momento?
Lo pensò e non lo pensò, probabilmente lo fece, forse non riuscì a farlo perché di fatto non era così. Timmy continuò una personale battaglia con sé stesso, tra parti di coscienza che volevano continuare a mangiare e altre che volevano solo andare a casa, assaporando e disgustando il sapore della pizza mentre la mangiava e tentava di afferrarla, la quale, al tempo stesso non c’era più, perché era dentro il suo stomaco o espansa in forma d’aria per la stanza.
Orione stette a fissare la scena dei tre umani che vibravano e si spostavano di continuo discutendo tra loro, entusiasti e disgustati, infastidito per non riuscire ad acchiappare nessuna delle loro pizze. Fino a quando, galvanizzato dalla fame insaziabile e dall’allegra giostra sopra di lui, in uno slancio atletico provò a prenderne al volo qualcuna, ma tutte le volte rimase a bocca asciutta. Le vibrisse vibrarono. Il gatto eseguì altri due saltelli ma ottenne come unico risultato quello di sporcarsi il muso con un impasto semisolido di farina e molecole d’olio. Dopo un paio di minuti quel caos incontrollato cominciò a scemare e una pizza comparve davanti a lui, immobile. La fissò e, temendo potesse fuggire via, vi si lanciò addosso affossando le zampette.
In una frazione di secondo la giostra finì e i tre umani si ritrovarono al loro posto, confusi, ammaliati, le pizze davanti a loro esattamente come se non fosse successo nulla, a parte il fatto che si sentivano sazi.
Tutti tranne Marcel. «Ehi! La mia pizza!» esclamò il padre.
Orione si leccò i baffi. Probabilmente avrebbero sospettato di lui, ma nel momento in cui l’uomo vi posò lo sguardo, Orione aveva già smesso di masticare.
Fenomeni che smettono di accadere se li si osserva.

Il padre pagò, ancora esterrefatto per l’esperienza provata, mise una mano nella tasca accertandosi che ci fosse ancora il buono per una seconda serata e tornò barcollando alla macchina a braccetto con la moglie.
Durante il rientro, solo una domanda frullava ancora nella testa del giovane Timmy, inebetito e affascinato. Se per far avverare quella magia erano stati rinchiusi in una stanza depressurizzata, schermata dalla luce e con una temperatura dello zero assoluto, come aveva fatto Orione a sopravvivere?
Forse il cameriere aveva ragione. I gatti godono del privilegio di non seguire le normali leggi della fisica e, adottando un comportamento quantico in un mondo macroscopico, sono capaci di fare cose che a noi esseri umani appaiono straordinarie.
Chiunque abbia un gatto non può che sottoscrivere questa teoria.
Timmy si accomodò sul sedile posteriore e arruffò il pelo sulla testa di Orione, che miagolò piano sistemandosi vicino a lui. «Bravo Orione. Sei un buon gatto.»
E probabilmente aveva ragione, Schrodinger sarebbe stato fiero di lui.

 

 

 

 

 

Quando scoprirai di avere i superpoteri

Quando scoprirai di avere i superpoteri

Adoro i supereroi. Il problema dei supereroi però è che nascono dai fumetti, e i fumetti vengono letti da esseri umani in miniatura che tendenzialmente non possiedono sufficienti scorte di danaro per collezionarli. In tutti questi anni poi, ne sono usciti così tanti che per leggerli mi ci vorrebbero due vite di tempo e di soldi.
Per questo motivo, un giorno mio nonno mi fece uno dei più bei regali che io avessi mai ricevuto. Lui non era in miniatura, ma la sfortuna ha voluto che non fosse particolarmente abbiente e quindi nemmeno ui poteva soddisfare le mie frivolezze da nanetto. Un giorno però prese uno dei tanti fogli che teneva impilati su una sedia in cucina, ritagliò tanti bigliettini quadrati, e in ognuno ci scrisse sopra un super potere. Velocità supersonica, Superforza, Vista raggi X, Creare aziende, Avvelenare le cose, Lanciare miccette infinite e tanti altri stranissimi. Non dovendosi preoccupare di far crescere soldi, mio nonno mi diceva che aveva tempo per fecondare l’immaginazione.
Li mise dentro un vasetto di yogurt bianco, di quelli da mezzo chilo di plastica. Lo agitò per bene e me lo diede.
«Qua dentro ci sono tutti i tipi di superpoteri che tu possa immaginare.» disse. «Ma ci sono delle regole. La prima è che potrai pescare solo un potere al giorno, e il suo effetto durerà fino a mezzanotte. La seconda è che se il potere pescato non ti piace, potrai cambiarlo pagandone come prezzo un anno della tua vita.»
Io ero felicissimo di avere tra le mani un vasetto pieno zeppo di poteri, ma non ero più un bambino tanto credulone, sapevo che si trattava solo di un gioco e, non vi nego un poco angosciato per quell’avvertimento, lo incalzai. «Grazie nonno, ma trovo molto improbabile che la cosa sia vera. Se io adesso li pescassi tutti in una volta morirei istantaneamente?»
Mio nonno non rispose, mi guardò sorridendo criptico e mi piazzò una mano incallita sopra la testa, «Quando si è giovani le cose improbabili accadono più spesso, non te lo dimenticare.»

Così da piccolo portavo il vasetto sempre con me, e insieme ai miei amici ci divertivamo a giocare ai super eroi. Poi crebbi. Da adolescente lo portavo alle prime feste cui partecipavo e mi divertivo a intrattenere i ragazzi facendogli pescare i bigliettini. Tutti quanti si divertivano perché poi stavamo a disquisire sui vari utilizzi che ne avremmo fatto e a come trarre il massimo vantaggio nella vita quotidiana. Come utilizzereste voi, ad esempio, i poteri di cupido? Avreste un arco per andare a caccia; senza dimenticarvi che potreste volare, finendo così tra le mani di fantascienziati inclini a studiare strani fenomeni come un ragazzo intento a librarsi nel cielo. Oppure, più semplicemente potreste aprire un’agenzia di incontri.
Va detto inoltre, che il vasetto non era affatto noioso. Ho già accennato che al suo interno non c’erano troppi superpoteri scontanti e banali, come diventare invisibili o rigenerarsi. Vi erano cose più particolari, tipo: energia infinita, comprare tutto al 50% di sconto, essere laureato in tutto, rimuovere l’attrito, i poteri del papa e cose del genere. E stranamente, era molto raro pescare lo stesso potere due volte o nell’arco di poco tempo. Era come se i bigliettini mutassero di volontà propria.
Ma il tempo passava. Io crescevo, le feste diminuivano e mio nonno ci lasciò. I miei amici li vedevo meno e il vasetto rimaneva più spesso a casa.
Quando diventai più grande me ne dimenticai. Trovai un lavoro, una ragazza stabile, iniziai a dare dei soldi in casa a mia madre che aspettava solo la pensione e l’aiutavo a pagare le bollette. Avevo i soldi per poter iniziare a pensare di seguire una serie di fumetti, ma non avevo il tempo e la testa per impegnarmici.
Un giorno io e la mia ragazza decidemmo di andare a vivere insieme. Non lo avevamo programmato ma lei rimase incinta e noi eravamo giovani con tutta la vita davanti. Felici.
Ci fu il matrimonio, un mutuo.
Mentre svuotavo il garage per il trasloco ritrovai il vasetto dei poteri. Era ingiallito e i bigliettini consumati dal tempo. Non appena lo vidi un’ondata di calore mi pervase il petto e mi mancò il fiato. Sudai come se stessi svuotando un solaio pieno zeppo in estate. Era febbraio.
Aprii il vasetto ed estrassi un potere. D’istinto presi il cellulare e pensai di mandare un messaggio ai vecchi amici per annunciarne la grande riscoperta. Per ridere insieme della spensieratezza che si aveva all’epoca, ma ci ripensai. Decisi di leggere prima il biglietto. Avrei sempre potuto mandare una foto sul gruppo whatsapp.
Pescai scomporsi in goleador ridendo di gusto all’idea. Non ricordavo ci fosse quel potere. Stavo per scattare la foto quando una rivelazione mi balzò addosso come un gatto a cui hanno pestato la coda. Mi venne in mente che, in tutto quel tempo, non avevo mai davvero provato a usare i miei poteri. Congetturavo sui mille utilizzi che ne avrei fatto, seri o ludici che fossero, sognavo. Sognavo ma non ci credevo. Accompagnate da una lacrima mi ritornarono alla memoria le parole del nonno, che quando si è giovani le cose improbabili accadono più spesso.
La voce di mio nonno non la sentivo più da anni ormai, eppure, i suoi insegnamenti ancora albergavano nei miei ricordi. Così decisi di crederci sul serio.
Lasciai il cellulare e strinsi il vasetto. Liberai la mia parte fanciullesca, che in tutto questo tempo non si era lasciata sopraffare da quella adulta e responsabile. Quella che rende le persone noiose e piagnucolanti.
E ci riuscì.
È difficile spiegare com’è il mondo visto dalla prospettiva di centinaia di goleador sparse nel mio garage, in cui ogni pezzo è cosciente degli altri e tutte insieme formano… te stesso.
Rimasi in quella situazione così per un tempo indefinito, cercando di assimilarne l’esperienza: sentivo il cuore battere all’impazzata per l’emozione, ma non avevo un petto. Potevo elaborare dei pensieri, ma non avevo effettivamente più un cervello. Sentivo il cemento freddo della rimessa, ma non avevo un vero corpo, né una pelle.
Io ero centinaia di goleador sparse in terra.
Mi concentrai e ritornai normale.
Mi sentii sciocco, non potevo crederci, eppure l’esperienza appena subita era decisamente reale! Decisi di riprovare. All’improvviso mi sovvenne la regola di perdere un anno di vita. Se il vasetto funzionava, se le parole del nonno erano vere, allora doveva esserlo per forza anche quella regola, ma per quella volta decisi non mi importava. Dovevo avere una conferma.
Pescai conoscere tutte le lingue dell’universo. La mia mente esplose e il cervello mi sembrò espandersi all’infinito. Oltre la mia casa, la mia nazione, la terra e la stessa galassia in cui viviamo. In un attimo mi resi conto che conoscere tutte le lingue dell’universo implicava indirettamente anche sapere dell’esistenza di altre razze senzienti a noi sconosciute. Ero fuori di me. Non mandai il messaggio ai miei amici ma capii che cosa avrei dovuto fare da quel giorno in poi.
Continuai il mio lavoro – scrivere per un piccolo giornale locale – e la mia ragazza continuò il suo. Nessuno sa nulla di me, e benché prenda molto seriamente questo mio nuovo secondo lavoro, mi sono prima dovuto togliere qualche capriccio.

Mia figlia è nata, l’abbiamo chiamata Viola. Io stamattina ho pescato cambiare colore alle cose.
Non avrei dovuto espormi così tanto, è vero, il mio alter ego va tenuto celato e molti potrebbero rimanere scioccati.
Sono appoggiato al balcone e scruto la citta al tramonto come faccio tutti i giorni dopo quella volta in garage.
E Indovinate di colore è oggi il mondo intero.

super eroe
Per ringraziarvi dello sforzo nella lettura vi lascio questa bella immagine Super Trash!!

Ciao

Ciao

Mi chiamo Bokko e mi piace scrivere.
Nel nome uso le “k”, perché sono anni ’90 e perché voglio allontanare tutti quelli che prendono la scrittura troppo seriamente.
Tutti gli altri, quei pochi di voi rimasti, saranno il mio pubblico.

Mi piacciono le parole, quelle belle e quelle brutte, i giochi da tavolo, i coccodrilli gommosi e tutto ciò che è TRASH.

Ti avverto subito che qui non troverai storie d’amore. Forse da qualche parte ho accennato qualcosa: un occhione da cerbiatta, un battito cardiaco reggaeton, o un latino muscolo sudato, ma non mi sentirete mai parlare veramente d’amore, o scrivere frasi banali per coppie confuse su fogli trasparenti con pennarelli indelebili fotografati in controluce al tramonto.
Posso togliervi il fiato in altre maniere però.

In realtà, un libro che tratta del sostantivo più abusato della storia l’ho scritto. Io lo definisco: “Un romanzo da e per chi si è rotto i cosiddetti delle storie d’amore” e se tutto va bene tra poco verrà pubblicato. Se tutto va male invece, lo potrete trovare gratuitamente su questo sito, insieme a numerosi altri racconti.

Al momento non ho un editor personale (e chi sono? Mica Umberto – erto – erto) perciò tutti i racconti che leggerete qui non sono stati editati da un professionista, al contrario invece dei libri pubblicati con le case editrici. Ma ci troviamo nel 2020, il mondo è veloce e interconnesso, se avete qualcosa da dire, se avete notato errori, scrivetemelo.

Per ora la presentazione è finita. Puoi andare nella sezione Bio o seguirmi sulla pagina instagram Bokko.Trash.Autore, per scoprire qualcosa in più su di me e/o offendermi in direct.

Le cronache di lampor! Prologo

Le cronache di lampor! Prologo


Voce narrante: anziana e indiscutibilmente cadenzata e saggia

Questa è la storia di un tempo lontanissimo. È il tempo dei miti e delle leggende, di antichi déi, crudeli e meschini; dei grandi eroi che sfidano la tirannia; di una terra abitata da creature magiche e subdole, alcune spocchiose, altre pompose; di sfrenate passioni, intrighi, tradimenti; di regine sfarzose e re indisponenti; dei signori della guerra e delle forze del male!

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