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Il melodrammatico

Il melodrammatico

Le cronache di Lampor!

Racconti per bambini troppo cresciuti zeppi di ultraviolenza, magia e goblinate.

Lucia guardava fuor dalla finestra, non le erano mai piaciuti i goblin e i servi del male. Gli animali erano le uniche creature dotate di bontà assoluta con cui valeva la pena relazionarsi. Un animale domestico non ti tradirà mai, non ti cercherà per mero profitto personale e non sciorinerà elogi davanti a te con un coltello nascosto dietro la schiena, pronto a colpire alla prima occasione utile.
Se Lucia non si fosse dedicata tanto al marketing e avesse studiato un po’ di biologia probabilmente la sua idea del mondo animale sarebbe completamente diversa e non ignorerebbe che nel regno animale accadono cose fuori dagli schemi della più perversa mente umana. Come il cannibalismo intrauterino di alcune specie di squali, stupri di gruppo cetacei e coprofagia canina.
Senza tralasciare necrofilia, abbandono e rapimento minorile, bullismo e decapitazioni post sesso.

Gli animali sono persone orribili. 

Capitolo 3

IL MELODRAMMATICO

Nei giorni di festa, i giovani chierici scendono dal Clero-Castello fino in città, guidati unicamente dalla passione nei loro lombi in cerca di qualche sciocca contadina da frullare, in barba alle raccomandazioni dei padri superiori e delle promesse di purezza e castità fatte ai loro déi. Gli abitanti delle città indossano il vestito buono e corteggiano le madamigelle alle feste di paese. Perfino i demoni, durante le loro vacanze pagane, si mettono in viaggio verso una meta esotica alla ricerca di qualcosa che possa far loro dimenticare la solita dannata routine. Le fatine invece giocano quasi tutto il giorno e gli gnomi si prendono delle vacanze così lunghe che spesso ci si chiede se di mestiere non facciano tutti i tour operator o i dipendenti comunali.
I druidi invece, sono soggetti particolari.
È molto difficile che un druido si prenda una vacanza, poiché in una foresta, grande o piccola che sia, c’è sempre molto lavoro da fare. Bisogna accudire le piante più deboli per sopravvivere all’inverno; in primavera bisogna star belli pronti e vigili ad accogliere tutti i fiori neonati; in autunno si devono aiutare gli animali con le provviste per il letargo e in estate va preparata la terra per l’anno che seguirà.

Diana e Lia erano due apprendiste druide, mandate a studiare le arti naturalistiche quando ancora dovevano vedere la terza primavera, questo per volere dei rispettivi genitori, che erano poveretti e non potevano permettersi di mantenerle. Diana e Lia ovviamente possedevano il marchio.

Studiavano presso mastro Ludwig, il druido della foresta nella microscopica regione di Averland. Territorio curioso minacciato da uno stregone in crisi di mezza età – cinquecento anni – il quale passava la maggior parte del proprio tempo nell’impresa di costruirsi un cavallo non morto, ricavandone i pezzi dagli stalloni più performanti. Aveva sentito dire da un amico profeta che la soluzione al suo problema di depressione era sperperare i propri risparmi nell’acquisto di una motocicletta, ed essendo quello un mezzo inesistente nel loro mondo, la cosa che gli assomigliava di più erano appunti i cavalli.
Ma questa è un’altra storia.

Mastro Ludwig era un druido discreto, conosceva tutti gli incantesimi fino al decimo livello (il massimo a quel tempo era il ventesimo) ed era specializzato nell’idioma naturalistico: conosceva i dialetti di ogni pianta e di ogni animale e poteva replicarli alla perfezione. La sfortuna volle, però, che durante una zuffa con l’altrettanto discreto stregone, questi gli avesse inflitto una tremenda maledizione di memoria.
Da quel giorno in avanti,per l’eternità, al sorgere del sole Mastro Ludwig si sarebbe scordato tutto quello che era accaduto il giorno precedente. Questo accadde il terzo anno di insegnamenti, quando Diana e Lia avevano solamente sei anni, troppo piccole per comprendere il nefasto, troppo grandi per smettere di diventare druide. Quando si entra in comunione con la foreste vi si rimane fino alla morte, fino a che non le si restituiscono i frutti presi concimandola con il proprio corpo.

Fu così, che negli anni avvenire, il druido insegnò alle due amiche lo stesso identico incantesimo, giorno dopo giorno. E col passare del tempo, vedendo che appena sveglie loro lo precedevano nell’esecuzione, mastro Ludwig consultava la scaletta e passava all’esercizio successivo, e negli anni arrivarono a compiere decine e decine di incantesimi in un giorno solo! Diana e Lia infatti, appena sveglie mostravano in sequenza al maestro tutta la trafila di esercizi e incantesimi, sparandoglieli davanti al naso uno dopo l’altro come foglie secche trasportate da un vortice. Il maestro veniva ogni volta impressionato dall’abilità delle due, tant’è che non si risparmiava elogi e complimenti, e mai si chiese, se per caso, non ci fosse qualcosa di sospetto. Questo diede modo all’apprendistato di procedere, ma capite bene, che procedeva molto lentamente.

All’età di sedici anni Diana e Lia cominciarono a stufarsi di ripetere ogni giorno la stessa manfrina, e giunta la primavera, anche loro cominciarono a sentire quel tremito amoroso partire dabbasso, inoltre, cominciarono anche loro ad avere bisogno di ferie.
Quella mattina si recarono da mastro Ludwig prima ch’egli si svegliasse, adorabilmente agghindate e con un sorriso smagliante. Diana portava edera e viole attorcigliate nei capelli castani, si era spalmata balsamo di carité sul viso per renderla setosa e aveva risaltato le labbra con succo di fragole.
Lia invece portava i capelli biondi fino alle caviglie, intrecciati con foglie edl colore adatto a rappresentare le quattro stagioni. I bachi da seta le avevano confezionato una leggera tunica bianca e le api avevano provveduto nei ricamarla con steli di margherite grazie al loro pungiglione e l’abilità col punto e croce.
«Maestro!» gridarono in coro.
Mastro Ludwig fece un balzo dalla sua amaca, ondeggiò un poco e cadde di faccia.
«Oh, cielo! Sì è fatto male, maestro?» chiese Lia.
«Sto bene, sto bene, l’erba ha attutito la caduta,» rispose il saggio riprendendosi. «Ditemi, care, che cosa vi porta qui a quest’ora del mattino? C’è un problema con la tana degli orsi? Lo sapevo che non dovevo dar loro il dolce, li fa stare buoni ma poi imbrattano sempre tutto di mer…»
«No, maestro!» lo interruppe Lia che non voleva riascoltare quella storia un’ennesima volta. «Siamo venute qui perché volevamo chiederle la giornata libera.»
Mastro Ludwig assunse un espressione confusa. «La giornata libera? Ma i druidi non hanno giornate libere, sapete come diciamo noi, no? Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai mai più un giorno della tua vita! Che cos’è che vi manca mie giovani apprendiste? Abbiamo i boschi, abbiamo i fiumi, abbiamo gli alberi centenari abbiamo…»
«Vede maestro,» lo interruppe Diana. «è che siamo stanche. Vorremmo svagarci almeno per un giorno, non pensare agli incantesimi. Magari vedere il limite del bosco, osservare com’è la città di cui parlano le rondini, anche solo da lontano.»
Mastro Ludwig si grattò la testa canuta. «La città! Non c’è nulla in città, solamente sporcizia e baccano, qui invece abbiamo il cinguettio degli uccelli, il fruscio del vento tra le foglie, le magnifiche albe che giungono da est con…»
«Lasci che siamo noi a decidere,» lo interruppe Lia. «per favore.»
«Solo per oggi.» aggiunse Diana.
Il vecchio druido sospirò, guardandole con fare paterno. «Come faccio a resistere a due così graziose signorine. D’accordo, penso che in fondo ve lo siate guadagnato, ma non uscite dalla foresta e dal cerchio di protezione verde!»
«Ok! Grazie!» esultò Lia.
«Grazie Lulù!» esclamò Diana.
E prima che il vegliardo potesse cambiare idea, con due rapidi baci sulle guance rugose, le ragazzine si dispersero nella foresta.
Un pettirosso, che aveva osservato tutta la scena appollaiato su un albero, planò sulla spalla del vecchio Ludwig e questi lo guardò con fare rassegnato.
«Lulù?» chiese il maestro. «E da dove salta fuori?»
L’uccellino cinguettò, parve quasi una risata.

Diana e Lia camminarono nella foresta per tutta la mattina. Salutarono gli amici animali che incontravano annunciando felicissime il loro giorno libero. Saltellarono a braccetto per una buona parte del sentiero di Izpa, quella che gli indigeni chiamavano amichevolmente “l’autostrada della foresta”, una lunga via polverosa e stretta che attraversava tutta la foresta, protetta da una tigre antropomorfa di nome Izpa con la passione per l’oriente. Per pranzo si fermarono sulla riva dell’occhio di ninfe, il grande lago dove la leggende voleva che Afnin, regina delle ninfe, avesse gettato il suo occhio come pegno d’amore per un cavaliere di Stalinbrad al Dio dell’acqua dolce (da non confondere con il classico Nettuno / Poseidone, Dio delle acque salate).
(Ma anche questa è un’altra storia. Ah! Quante novelle e leggende nella terra di Lampor!)
(Vai avanti Lucia, please!)

Nel pomeriggio, Diana e Lia si arrestarono davanti al bagliore verde fosforescente che dalla terra si innalzava fino alla cresta degli alberi, formando una specie di cupola. Il cerchio di protezione verde costituito dal druido Ludwig.
«Mastro Ludwig ha detto che non dobbiamo uscire dal cerchio di protezione.» disse Lia preoccupata.
Diana aveva già messo una mano oltre la barriera baluginante, agitandola come a cercare d’acchiappare tante lucciole.«Ma non siamo mai state così lontane, non sei curiosa di sapere cosa c’è di la?»
«Sì… ma…»
«Eddai Lia! È il nostro unico giorno di ferie. Il picchio Arturo mi ha detto che le persone solitamente escono a fare gite fuori porta nei loro giorni liberi.»
«Mmmm»
«Daaaai»
«E se ci scopre?»
«Non lo farà, diremo agli uccellini di non cantare…» i lineamenti di Diana assunsero per un istante fattezze malvagie e il suo accento mutò. «faremo loro un’offerta che non potranno rifiutare.»
«Mmmm, ok… ma se ci scopre ti prendi tu la colpa.»
«D’accordo!» con un occhiolino Diana prese l’amica sotto braccio e saltarono dall’altra parte.

Quando si è giovani si crede sempre che i cambiamenti stravolgano la vita, inconsapevoli che la maggior parte delle volte le cose mutano molto lentamente, insieme a noi. Molto spesso le cose non cambiano neppure più di tanto, siamo noi a farlo.
Saltate dall’altra parte le due amiche si aspettavano chissà quale magia e invece tutto era perfettamente come prima. L’unica differenza, a loro imperscrutabile, era che da quel punto in poi le forze del male potevano soggiogarle senza fatica. Ma considerate che era il loro giorno di festa, e le cose cattive non accadono (quasi) mai nei giorni di festa.
Da quella parte della foresta la flora non era lussureggiante come nel piccolo regno di mastro Ludwig. Alcune piante apparivano più stanche, leggermente incurvate dal peso degli anni e delle foglie, quest’ultime avevano perso il loro verde brillante e alcuni fiori se ne stavano mosci ad aspettare invano un’impollinazione. Il sottobosco scricchiolava sotto i loro passi a causa dei numerosi rametti secchi che nessuno si era preso la briga di ripulire e perfino l’aria era decisamente meno profumata. Tutto sommato però, la foresta non perdeva il suo reverenziale fascino.
Arrivate in un piccolo spiazzo dove l’erba arrivava loro alle ginocchia le due amiche sentirono un lamento basso.

«Che cos’è?» chiese Lia.
Diana si strinse nelle spallle. «Non so, non si capisce da dove viene.»
Il lamento continuò.
«Sembra provenire da là. Andiamo a vedere.»
In mezzo allo spiazzo stava un albero di mele dai rami aperti e rigogliosi, le due amiche si fermarono sotto la sua ombra. «Ohi, ohi, ohi.» continuò il lamento.
«È l’albero.» disse Diana. «L’albero sta producendo questo lamento.»
«Ma cosa dici, gli alberi non si lamentano.» replicò Lia.
«Parla per te, ragazzina.» disse la voce dolente. «Io ho di che lamentarmi.»
Lia strabuzzò gli occhi. «Il melo ha parlato!»
«E cosa dovrei fare? Starmene qui zitto e immobile dinnanzi a tutte le mie disgrazie? Immobile ci sto di certo. Destinato a rimanere ancorato al terreno fino all’avvizzimento, ma posso lamentarmi, questo lo posso fare. Ohi, ohi, ohi.»
«Perché si lamenta?… non so come chiamarla… signor albero? Devo chiamarla signor albero?»
Diana le diede colpetto. «Non dare confidenza agli sconosciuti.» sussurrò.
I rami del melo si scossero un poco alla domanda della piccola, fu forse una brezza di vento, o forse il suo modo di fare spallucce. «Non ho un nome,» rispose mesto l’albero. «quando sono nato non me lo hanno appioppato… fossi stato un pioppo me lo avrebbero appioppato e invece sono nato melo… Ah! Ed è proprio questa la mia prima miseria. Come può un essere riconoscersi nel mondo se nemmeno possiede un nome?» Il tronco parve incurvarsi un poco, o forse era solo un effetto ottico dovuto all’oscillare delle foglie.
«Beh,» disse Lia ignorando l’avvertimento dell’amica. «Gli uccelli non hanno nomi, eppure sono felici di librarsi nel cielo e cinguettare e fare tutte quelle cose che fanno gli uccelli.»
«Gli uccelli?» borbottò il melo. «Gli uccelli hanno tanti nomi quante sono le foglie nella foresta, è solo che tu non li capisci. E poi a loro nemmeno servirebbe, hanno il cervello grande quanto un seme quelli la.»
«D’accordo,d’accordo, ma mi sembra comunque  un problema di poco conto. Signor albero è comunque un bon nome. A me piace e le da pure un’aria importante, non trova?»
Si sentì uno sbuffo, come se l’albero avesse sospirato e un soffio di vento colpì in faccia Lia. «Signor albero non è un vero nome… ma andrà bene.»

Ci furono dei secondi di pausa, che Diana utilizzò per scrutare la corteccia dell’albero. Non vi trovò nessuna traccia di occhi o di bocca col quale il signor albero potesse vederle o comunicare con loro.
«Che c’è?» chiese quello. «Ho qualcosa tra le insenature?»
«No, no.» si affretto a dire la ragazza. Si allontanò di un passo. Ci fu un altro sbuffo.
«Mi dica cosa c’è che la turba?» chiese Lia, sinceramente preoccupata.
«Cos- cos’è che mi turba?» borbottò ancora. «Potrei scrivere un libro su cos’è che mi turba. Tanto per incominciare sono piantato nel terreno.»
«È bello essere piantati nel terreno!» esultò Lia.
«È bello, è bello, direte voi. È bello assimilare acqua dal terreno, sentire la sua energia scorrermi nei canali linfatici e far crescere i miei figli, è una sensazione piacevole e mi da soddisfazione… se non fosse per gli uomini che se li mangiano!»
Lia sussultò. «Gli uomini mangiano i suoi figli? Ma è orribile!»
«Anche noi li mangiano, stupida.» le sussurrò Diana dandole un altro colpetto. «Sono le mele.»
Lia si portò le mani davanti la bocca.
«Vorrei soltanto lasciarmi avvizzire e farla finita,» continuò l’albero. «per non dover sopportare questo strazio un giorno di più, ma sono bloccato nel terreno e, come beffa alla mia impossibilità di morire, nei periodi di siccità gli uomini annaffiano le mie catene e mi tengono in vita, per poter continuare a nutrirsi di me!»
«Ma lei è un melo,» disse Diana. «dovrebbe essere contento di poter donare prosperità alla gente.»
«Oh… lo sono, lo sono… diciamo che lo sono.» rispose poco convinto. Fece una pausa. «Ma voi non avete visto cosa fanno quei selvaggi degli umani. Il vecchio falcone mi ha detto che non si limitano a mangiare i miei figli. Ogni tanto qualcuno di loro viene e mi stacca un braccio, poi se ne va e lo riattacca a un altro disgraziato di albero tramite innesto. Così facendo replicano i miei stessi figli e continuano a mangiarseli! Capite? Mi clonano credendosi il Dio !Ropmal in persona per continuare a nutrirsi di meeee.»
«Gli uomini fanno questo?» chiese Lia inorridita.
«Già… gli uomini della città. Gli uomini civilizzati, come vogliono esser chiamati loro. Si nascondono nei loro buchi e tramano orrendi delitti naturalistici, pensando che tutto in questa foresta gli appartenga. Esseri selvaggi! Esseri immondi!»

«Dove sono questi demoni?» chiese Diana.
«È poco più lontano, oltrepassate quelle capanne.»
«Quali capanne?»
«Laggiù, dopo le file di alberi ci sono delle piccole capanne. Gli uomini le usano per conservarci i loro strumenti di tortura.»
Diana scrutò oltre una fila di meli più piccoli dall’altra parte delle spiazzo e vide un paio di costruzioni di legno e paglia.
«Come vorrei fare una passeggiata,» continuò a lamentarsi il melo. «sgranchirmi le gambe, vedere oltre quel bel baluginare verde che proviene da dove siete venute voi. Invece sono incatenato qua, destinato a farmi pisciare addosso dagli uomini e dai loro cani.»
«A me sembra che lei stia facendo un po’ troppo il drammatico, signor melo.» disse Diana ricomponendosi.«Potrei capire se fosse un salice piangente, ma la natura l’ha fatta così e…»
«La natura è una puttana.» sbottò.
Lia si morse una mano. «Se la sentisse Mastro Ludwig.»
Tutti i rami dell’albero si scossero. «Vorrei…» fece un lunghissimo sospiro. «Ah! Déi… in fondo, vorrei soltanto conoscere l’amore, penso che questo mi basterebbe. Sono nato e cresciuto qui, da dei semi scagliati a casaccio nell’orto. Ho subito soprusi per tutta la vita, ma ecco, vorrei soltanto che ella mi amasse. Penso che questo possa bastarmi.»
«Ella?» chiese Lia ritrovando il sorriso smagliante. «Ci sono tanti meli qui intorno. Chi è la fortunata?»
«Quelli sono tutti meli maschi! Vedete, c’è una piantina, ma è piccola e lontana, ed io non mi posso muovere.»
«Chi è? Chi è?» chiesero le ragazze tutte eccitate.
«Beh, sta propria la, nella capanna.» Diana e Lia si sporsero aguzzando il più possibile la vista, ma a parte file di alberi, assi di legno e paglia non videro nulla.
Il melo rise scioccamente. «È un po’ lontana, provate ad avvicinarmi, io non ho mai nulla da fare qui e ho studiate attentamene la zona, è proprio là.»
Le ragazze si avvicinarono. Oltrepassarono gli alberi da frutto fino alla prima capanna e si guardarono intorno, non c’era traccia di altre persone.

«Là.» indicò Diana. Dal buco che fungeva da finestra della capanna videro una graziosa piantina, possedeva un grosso bulbo viola, dei fiorellini più piccoli rosa e un lungo stelo verde come uno smeraldo. Si avvicinarono ancora fino ad appoggiare i gomiti alla finestrella della capanna e guardare dentro. L’abitazione era al momento vuota.
«Ma…» disse Diana delusa. «ma è un quadro…»
La bella piantina era appesa al muro con un chiodo, disegnata su carta ruvida e incorniciata da quattro stecche di legno colorate di bianco e azzurro.
«Poverino. Il melo si è innamorato di un disegno…»
«Secondo te dovremmo dirglielo?» chiese Lia.
Diana ci pensò su, si era fatta triste in viso. «No, non credo, è già triste di suo, non penso che possa reggere a una notizia simile.»
«E che cosa facciamo allora?»
«Faremo finta di nulla. Anzi, gli diremo che abbiamo parlato con la piantina, che anche lei si è accorta di lui.»

Quando le ragazze tornarono indietro il melo era tutto eccitato. «Allora, l’avete vista? È bella non è vero? Tutto il giorno non faccio che pensare a lei per dimenticarmi delle mie disgrazie. La guardo e la osservo da lontano e lei è sempre bellissima e curatissima. In ogni stagione non perde mai la sua vivida lucentezza. Non come me, io sono vecchio ormai. D’autunno perdo le foglie e d’inverno mi rattrappisco tutto. Lei è diventata la mia unica ragione di vita, un giorno spero di poterle parlare, di stringerla e abbracciarla… anche se sono albero… e non ho le braccia per farlo.»
«Sì, l’abbiamo vista,» disse Diana sforzando un sorriso. «è molto bella…»
«Speriamo che un giorno voi due possiate incontrarvi! Ne saremmo felici!» esclamò Lia cercando di essere il più positiva possibile.
«Ehi! Ho un idea, perché non la portate qua da me?»
Le due amiche si guardarono l’una con l’altra, preoccupate. «Non… non possiamo.» disse Lia.
«Le abbiamo parlato.» disse Diana. «Anche la piantina si è accorta di lei, signor albero, ma adesso non può venire qua a parlarle. Ha detto che non vede l’ora di conoscerla, non appena sarà cresciuta abbastanza s’intende.»
«Oh, capisco.» disse il melo affranto. «Grazie ragazze, cominciavo a temere non fosse nemmeno reale. In tutti questi anni non è cambiata di un sol fiore.»
«Ma no, è solo timida e assorbe poco l’acqua, nel giro di qualche stagione sarà pronta, ha detto che per incontrarla vuole essere nella sua forma migliore.»
«Sarà… sarà… attenderò con ansia il nostro incontro.»

Il sole scese rapidamente e gli agricoltori tornarono alle loro abitazioni. Le ragazze videro una vecchia rientrare nella capanna a sistemare gli attrezzi e decisero che era giunto anche per loro il momento di rientrare.
«Dobbiamo andare, se non vogliamo essere scoperte.»
«Grazie ragazzine, avete fatto felice un povero melo.»
«Torneremo qui presto per il vostro felice primo incontro.» mentirono all’unisono.
«Conterò le mele cadute che ci separano.» rispose il melodrammatico.
«Arrivederci signor melo.»
«Arrivederci.»

Diana e Lia tornarono a casa senza trovare problemi sulla strada, trovando Mastro Ludwig intento a leggere un libro foderato di legno di quercia nera spesso un palmo.

«Allora ragazze, com’è andata la vostra giornata?» chiese il mentore chiudendo il libro con un tonfo.
Quelle scrollarono le spalle, l’incontro con la vita del melo le aveva rattristate oltremodo.
«Sembrate stanche. Su, andate a dormire, domani vi aspetta una giornata faticosa di allenamenti. Dobbiamo provare un incantesimo nuovo che sono sicuro vi piacerà.»
Diana e Lia sentivano quella frase da tutta la vita ormai e l’incantesimo lo conoscevano alla perfezione. E benché anche loro delle volte si sentissero come incatenate da profonde radici a quella terra, quella notte andarono a letto con una consapevolezza diversa.
La natura può essere strana a volte, addirittura incomprensibile, ma è come la si affronta che conta davvero.

Dungeons & Dragons (un capitolo del tempo delle bromiliaceae)

Dungeons & Dragons (un capitolo del tempo delle bromiliaceae)

Dungeons & Dragons

Mirko passò le schede, i dadi e la cancelleria agli altri ragazzi. Non credeva ai suoi occhi, Nestore era riuscito a convincere Tamara a giocare, nonostante anche il suo moroso si fosse intromesso. Il noto DJ della zona, al secolo Giuseppe, amava Il Signore degli Anelli ma non capiva perché avessero fatto uscire il libro dopo il film. Chi legge più un libro al giorno d’oggi?

Mirko provava non aveva mai voluto così bene al suo amico surfista dal saluto strambo, nonostante, mentre pensasse questo, Nestore stesse provando a leggere la scheda al contrario con uno sguardo perplesso e piegando il collo dai due lati.

Aveva iniziato a spiegare le regole e l’ambientazione, facendo una versione molto più semplice del gioco per iniziare a gradi. A volte i suoi pensieri si focalizzavano su Tammy e iniziava a balbettare incostantemente, spostando lo sguardo timido.

I giocatori scelsero il loro alter ego virtuale e si descrissero agli altri, entrando in una realtà di fantasia da libro che sarebbe durata alcune ore intervallate da patatine da due soldi, birrette soft e droghe leggere fatte su a cilindro.

Giuseppe prese la palla al balzo per partire, amava mettersi in mostra e il suo alter ego non era da meno. «Sono Staccium, un nerboruto guerriero di due metri e mezzo – nella realtà era poco più di uno e sessantacinque – figlio di un gorilla e di una donna violentata dal suddetto. I miei muscoli eburnei riflettono la luce del sole dall’olio che li fa risaltare. In molti hanno provato a uccidermi ma non ci sono mai riusciti!»
Mirko si passò una mano sulla faccia, le tre parole difficili dette dal DJ (nerboruto, suddetto, eburnei) gliele aveva suggerite lui durante la creazione del personaggio; in pratica gliela aveva scritta, ma Staccio se l’era un po’ rigirata come voleva.

Nestore saltò in piedi mimando un’onda. «Wowowowow! Sono SqualoBianco, il mago dinamico! Studio le onde della corrente magica nella mia tunica-bermuda e sono pronto a cavalcare… che cosa cavalcano i maghi Mirko?»
Mirko sospirò. «SqualoBianco? Seriamente?»

«Sì, perché?»

«Ah! Giusto, ho uno spadone! Grosso! E duro!» rubò la battuta DJ Staccium, ormai un tutt’uno col suo personaggio.

«Comunque sono i cavalieri che cavalcano» disse Mirko. «I maghi studiano la magia e quindi non riescono ad affinare le loro doti combattive.»

Nestore si fece triste. «Neanche un pony? Un cane gigante? Una lunga tavola?»
Mirko ci pensò su un attimo. «Potrei dare al tuo personaggio un tappeto volante, in fondo sei un mago e la conoscenza degli oggetti incantati è la tua prerogativa.»
Nestore riprese colore. «Figata! Aggiudicato. Intrecciata sul tappeto c’è l’immagine di due squali che si fronteggiano e in mezzo un sole. Uno squalo è bianco come me, l’altro è nero come il mio malvagio fratello gemello SqualoNero!»
Mirko iniziò a pensare che non fosse stata una grande idea quella di giocare, ma poi il suo sguardo ricadde sulla meraviglia davanti a lui, o meglio, l’idea mitizzata che aveva di Tamara, che pur essendo una ragazza caruccia non era certo quella super gnocca da combattimento. Ma agli occhi di Mirko risplendeva più della Venere che cavalcava la conchiglia (cazzo, Nestore gli aveva attaccato la mania del cavalcamento).

«Io sono Olimpia» cominciò Tamara, «come l’amica della principessa guerriera… ehm, sono un chierico di primo livello e ho carisma 16.» I suoi bellissimi occhi si incrociarono. «Cos’è il carisma?»
Le rispose Giuseppe: «È  quanto sei gnocca!»
«Ma no dai» lo corresse Mirko con timidezza. «Il carisma sarebbe un insieme di magnetismo e leadership e doti di…»

«Allora sono piuttosto gnocca e… posso avere le tette grosse qui? Le mie sono due meline piccoline.»

Mirko arrossì.

«Piccola, le tue meline sono succose al punto giusto!» disse Staccio.
Il rossore di Mirko si mischiò all’invidia. «Sì, sì… puoi avere le, ehm, tette grosse.»

«Piccola, quando Staccium l’immenso diventerà un cavaliere ti regalerà i soldi per l’incantesimo per aumentare la dimensione delle zinne, così non riuscirò più a tenerne una tra le mani. Ehi ragazzino, esistono incantesimi per ingrandire le mani oppure aggiungere mani al proprio personaggio?»
Mirko sfogliò il manuale con una seria compostezza. «Uhm… direi la metamorfosi.»
Staccio si picchiò velocemente le mani facendole schizzare da una parte all’altra. «Mitico! Allora cercherò un mago abbastanza potente!»

«Ehi!» gridò Nestore piuttosto offeso. «L’importante è che non cerchi SqualoNero.»

Mirko li ignorò, estrasse un tabellone e alcuni piccoli soldatini di piombo raffiguranti cavalieri e mostri, mise i dadi in comune e iniziò a narrare una storia.

«Nell’antico regno di… Mirkoria, terra di potenti maghi e avventurieri, una minaccia si prospetta all’orizzonte. Una nube nera e maligna offusca la luce del sole e il cuore dei baldanzosi. Il re Mirkos II vi ha convocato sotto mentite spoglie in una locanda…»

«Cioè, fammi capire» lo interruppe Nestore. «Sono il re e sono pieno di soldi e ci becchiamo in una locanda? Cioè, se io fossi il re, che ne so, mi convocherei nell’isola più fica coi mari più mossi del mondo e chiacchiererei davanti al mojito più eccezionale del mondo. Se in questo mondo c’è il mojito. Ecco adesso mi è venuta voglia.» Iniziò a vagare con la mente come se fosse in quell’isola immaginaria.
«Ma tutte le avventure iniziano in una locanda, Nestore, è tradizione. E il mojito in questo mondo esiste soltanto come drink al sangue acido di troll.»
Nestore guardò l’amico confuso, da un lato non capiva se il mojito effettivamente esistesse oppure no e dall’altro non capiva il fatto della locanda. Ma se era tradizione era tradizione e non vi erano cazzi; nel suo viaggio alle Hawaii aveva capito che era meglio non fare domande sulle tradizioni e sul perché queste erano tali, si rischiavano sgradevoli dispetti da parte della signora Hepualaha’ole.

«Quindi, dicevamo, vi trovate alla locanda dell’unicorno zoppo dove gozzovigliate reduci dalla vostra più recente impresa. Fiumi di birra nanica inondano i vostri gargarozzi, quando un mendicante si avvicina a voi chiedendo se si può unire alla vostra tavola.» Mirko cambiò il tono della voce facendolo assomigliare a quello del nonno Carlo. Almeno era quello che pensava facendolo, in realtà assomigliava di più all’archetipo del vecchio rimbecillito che si trova in tutti i film. «Scusate giovincelli» riprese, «posso sedermi al vostro tavolo? Ah! Che sete che ho, vorrei rifocillarmi con voi e offrirvi un’occasione per una grande avv…»
Giuseppe saltò in piedi urlando: «Estraggo la spadona e lo uccido, muori drago, muoriiiii, non mi freghi col tuo travestimento!»
Mirko chiuse gli occhi a spillo. «Ma Staccium, questo è il re, te l’avevo spiegato. E poi aspetta un attimo!»
Giuseppe ci rimase un poco male, si accigliò. «Uhm, e chi mi dice che non mi vuoi fregare?» Si rimise a sedere.

«Facciamo una pausa cannetta va!» propose Mirko e sulla bocca di tutti si formò un sorriso improbabile, nel senso che era improbabile che i lati di tutte le loro bocche potessero contemporaneamente allungarsi in quella maniera.

Mentre Mirko raccoglieva il necessario per la fabbricazione dell’artefatto, Nestore notò il vasetto. Era un vasetto di yogurt bianco di vetro con un’etichetta sbiadita e rovinata che non aveva mai visto al supermercato. Al suo interno vi erano tanti fogliettini di carta ingialliti dal tempo, erano così tanti che strabordavano. «Mirko cos’è sta cosa?» chiese indicandolo.
«È un gioco che facevo con mio nonno Carlo, lui era appassionato di supereroi. Diceva che da piccolo volevano fottergli Superman chiamandolo Nembo-kid, ma che alla fine era tornato Superman grazie agli americani. Comunque aveva preso questo vasetto e mi diceva che era magico e che ogni bigliettino era un potere speciale che ricordava i supereroi. E mi diceva anche che i biglietti si moltiplicavano da soli grazie ai poteri del vasetto. E giocavamo tantissimo, ne estraevamo uno a caso e con la fantasia viaggiavamo per universi impossibili!» All’improvviso si rabbuiò. «Mi manca mio nonno, caspita.»
Nestore ascoltò a bocca aperta. «Che storia! Non credevo che i fumetti fossero così vecchi. Mi dispiace per tuo nonno, immagino che ti manchi tanto.» Mirko annuì. «Adesso proverò a usare la magia Tiki sul vasetto! Così, per onorare la memoria di tuo nonno. È magia potente, non so se lo sai. Me l’ha insegnata la signora Hepualaha’ole.»
Mirko non fece in tempo a rispondere che Nestore prese in mano una statuetta di legno che aveva a ciondolo e inizio a cantilenare e a ballare in una maniera stupida e buffa. «Oh! Dea del Vulcano Pele, presto aiutaci nell’impresa. Onora la memoria di nonno Carlo affinché lui sia felice nell’avaiki e osservi con fierezza il proprio nipote anche se non sa cavalcare le onde!» Poi si ricompose. «Finito.»
«Tutto qua?» chiese Mirko.
Il surfista scrollò le sue belle spalle muscolose e abbronzate.

Mirko osservò il vasetto sperando in una qualche luce, come nei film di fantascienza quando il potere magico riempie un oggetto o succede qualcosa di strano che ti fa pensare che abbia funzionato. Ma non successe nulla.

Se ne disinteressò, lasciando andare il triste ricordo del nonno scomparso. I ragazzi fumarono il cannone e continuarono a giocare per altre due ore, prima di dileguarsi ognuno nella propria casa.

Successe più tardi, mentre Mirko dormiva. Nel buio il vasetto si illuminò di una luminescenza azzurra, rilasciando un rumore di fondo piuttosto rilassante. Un’ombra si avvicinò al ragazzo appoggiandogli una mano sulla spalla.

«Ma io sono fiero di mio nipote» disse l’ombra, mentre sorrideva felice sotto il cappuccio della tunica

Le cronache di Lampor! Cornice

Le cronache di Lampor! Cornice

Le cronache di Lampor! cornice

 

Spigola stava preparando il tabellone e posizionando i dadi. Aveva già estratto tutte le miniature dalla scatola e messo le schede personaggio nei rispettivi posti a sedere. Spigola arrivava sempre trenta minuti prima, non perché non avesse nulla da fare, ma perché giocare a Lampor! era una cosa seria; tutto doveva essere perfetto, e dieci minuti guadagnati erano dieci minuti in più di sessione, minuti che avrebbero potuto utilizzare per finire la scena e ponderare scientificamente sulle abilità da dare ai loro alter ego. Gli altri non dovevano fare altro che sedersi a giocare, e lui era felice di far trovare loro tutto pronto.
Pinolino arrivò per primo, seguito da Space, Marco e Alex; le ragazze, Elisa e Lucia arrivarono insieme per ultime.
Space prese posto a capotavola come Game Master, alzò la scheda del GM, che gli copriva interamente il volto, e dallo zaino estrasse un tomo di fogli volanti che componevano l’avventura.
«Abbassa quella scheda, Space.» disse Spigola. «Non ti si vede in faccia e mi tocca sempre parlare con un muro di cartone.»
«Non voglio che spiiate i miei tiri di dado.» rispose burbero. «Questa è la scena finale, c’è bisogno di tutto il pathos disponibile e ammissibile.» cercò tra i fogli quelli utili per l’avventura, sapeva benissimo che era un’operazione inutile, aveva perso tutti gli appunti settimane prima e le ultime sessioni di gioco se le era inventate di sana pianta, ma questo i ragazzi non lo sapevano e lui si sentiva il Master più furbo e migliore del mondo. Avrebbero dovuto dargli una coppa, con la scritta: Mr. Space, il più straordinario Game master/genio dell’anno. «Allora! Chi vuole fare il riassunto dell’ultima sessione?» chiese.
Nessuno aprì bocca, finché Spigola, dopo aver fatto scorrere lo sguardo avanti e indietro su tutti i presenti, non attaccò a raccontare. Era quasi un rituale per loro.
«Pinolino si è trasformato in un gufo e, riuscendo in un tiro di destrezza, è planato da un albero gettando il purgone per centauri nel calderone dei banditi. Dopo la prima mestolata quelli sono fuggiti in tutte le direzioni per evacuare, e noi siamo entrati nella torre. Una volta dentro, Lucia, non so come, ha ammaliato uno scheletro e ora… beh, devono sposarsi!»
«Eliminare il male di quinto livello.» intervenne la ragazza. «Grande abilità!»
«Ma tu sei il chierico!» disse Alex esplodendo in una fragorosa risata. «Dovresti far scoppiare gli scheletri, non sposarli.»
«La magia funziona in modi buffi e misteriosi a Lampor!.» disse Space mentre Lucia faceva spallucce. «Andiamo avanti.»
Spigola annuì. «Quando siamo arrivati in cima alla torre, Spadone, il cavaliere dal gran manico, si era già convertito alle forze del caos e siamo stati costretti a combatterlo. Elisa ha convinto un cinghiale da guerra evocato che non ne valeva la pena prendersi tutto quel disturbo per assecondare i voleri dei suoi padroni e lo ha convinto a farsi una nuova vita lontano da qui. Ora starà sicuramente leccando il muschio da qualche parte a nord… gustandosi tutto il sapore che può avere il muschio immagino… insieme alla gloria eterna che inevitabilmente ti concede l’ essere un cinghiale da guerra.»
«Evocato!» aggiunse Pinolino.
«Pensavo non si potesse parlare con gli animali evocati.» disse Alex alzando gli occhi da un manuale.
«Nel Background della mia druida ho inserito la specializzazione corso di comunicazione non verbale animale. Sapete, la comunicazione verbale incide solamente per il sette per cento e con gli animali non è necessaria… e poi Space me lo ha permesso.» Lucia studiava strategie di marketing al secondo anno di università. Le aveva un po’ dato alla testa.
In realtà Space, avendo l’ultima volta dimenticato il manuale a casa, come sempre, ignorava bellamente quella regola. «Le vie di !Ropmal, Signore di Lampor! sono infinite!» esclamò. «E poi, e poi? Cos’è successo?» chiese trepidante, prima che a qualcuno potessero sorgere dubbi riguardo la sua professionalità come Game Master.
«E poi niente,» continuò Spigola. «abbiamo battuto spadone e terminato l’avventura d’introduzione. Oggi dovremmo cominciare l’avventura vera e propria.»
«Ah… giusto, giusto.» disse Space nascondendo la sua delusione. Era sicurissimo dovessero ancora compiere il duello finale. Mollò un peto, più per necessita che per nascondere il rumore della carta stracciata che componeva l’ultima scena.
Buttò la pallina di carta dietro di sé e disse: «Prima di iniziare potete comprare l’equipaggiamento.» fece passare un plico di fogli spillati, in cui c’era scritto tutto l’armamentario disponibile. «Inoltre, tu Lucia sei salita di livello, puoi scegliere un famiglio.»
«Voglio un tardigravo!»
Alex esplose in un’altra risata. «Che diamine è un tardigravo!»
«È un insetto immortale capace di vivere a pressione zero, come nello spazio, e in moltissime altre condizioni estreme. Il compagno perfetto di ogni avventura!» Lucia inclinò la testa di lato, sorridendo soddisfatta, poi insieme a Elisa si strinsero le guance così forte da ammazzare ogni acaro presente sulla pelle. «Ed è pure così pacioccone!» esclamarono.
«Non puoi avere un tardigravo.» disse tranquillamente Space.
«Eddai!»
Il Game master la ignorò e passò a Pinolino. «Ecco il paragrafo che ti dicevo ieri su come funzionano i punti potere.» disse porgendogli un manuale in formato tascabile.
Pinolino fece per prenderlo quando il suo telefono squillò.
Rispose: «Pronto… sì, sto giocando…no, sto per iniziare…»
Spigola lo guardò preoccupato, quando Pinolino faceva quella faccia non era mai un buon segno.
«…no, no, va bene… d’accordo, arrivo.»
Chiuse la comunicazione. «Ragazzi, mi dispiace ma devo andare. Mio nonno è uscito un’altra volta e sta fermando la gente in piazza spacciandosi per uno del fisco.»
«Non può andarlo a prendere tua madre?» chiese Elisa.
«E fuori a cena, poverina, almeno questa volta le faccio il piacere.» si alzò dalla sedia mettendosi il giubbotto. «Scusate, voi continuate senza di me, se faccio in tempo vi chiamo, altrimenti, sarà per la prossima volta.» guardò Spigola con aria sconsolata e uscì, scendendo le scale della sede del loro club.

Le cronache di Lampor!

«Non possiamo iniziare un’avventura senza il ladro,» disse Spigola. «come facciamo a rubare i soldi ai personaggi e comprare l’equipaggiamento? A comprare da mangiare. E la corda? Come facciamo se non possiamo comprare la corda per scendere nei dungeon
«Abbiamo tutti una corda.» disse Marco.
«Non possiamo comunque iniziare senza Pino.»
«Quindi?» chiese il Game Master afflitto. «Alla prossima settimana?»
Improvvisamente saltò la luce. I ragazzi ammutolirono, ritrovandosi a fissare le loro forme indistinte nella semi oscurità della sala.
«Perfetto!» esclamò Lucia. «Non ci facciamo mancare niente.»
«Vado a controllare,» disse Spigola, Alex lo accompagnò.
Cinque minuti dopo tornarono annunciando che c’era stato un black out in tutta la zona.
«I vegliardi giù al bar dicono che non sanno quanto ci vorrà a ripristinare la luce, forse un paio d’ore.»
«Direi che oggi non è proprio serata,» disse Space, cominciando a sistemare i brogliacci dell’avventura. «possiamo anche tornare a casa.»
«No, aspettate,» disse Marco. «non possiamo giocare è vero, ma possiamo ancora fare quello per cui siamo venuti.»
«Siamo venuti per giocare.» disse Alex.
«Errato, siamo venuti per raccontarci una storia, per costruire una storia, per creare un mondo, dei personaggi, de luoghi, culti e religioni. Siamo venuti per evadere dalla realtà, ma allo stesso tempo per trasportare quella realtà nella nostra fantasia, per riconoscerci nelle proprie esperienze e in quelle altrui. Per ampliare e arricchire il nostro spazio mentale. E per divertici, sì anche per quello.»
«Cosa vuoi dire?» chiese Elisa.
«Voglio dire, che se non possiamo raccontarci questa storia tutti insieme, perché manca un pezzettino di noi, possiamo stare a sentire quella di altri, abbandonando per una sera l’arduo compito di narratore/protagonista e cullandoci nei panni dello spettatore. Possiamo raccontarci a turno la storia del nostro personaggio di Lampor! di quello che vorremmo creare, oppure un altro completamente inventato. Possiamo fare qualunque cosa. Lampor! è un mondo gigantesco in continua espansione, come un panettone che lievita dentro il forno: l’uvetta sono i personaggi e la pasta è il mondo intero.»
«E i canditi?» chiese Alex sardonico.
Marco ci pensò su: «I canditi sono le varie razze, perché sono di colore diverso.»
«Ma hai già detto che è l’uvetta ad essere i personaggi.»
«D’accordo, allora l’uvetta sono gli equipaggiamenti.»
«Naa, non mi piace, non ha senso.»
«L’uvetta può essere i personaggi del male, perché è di colore scuro.» provò Elisa.
«Perfetto! Allora i canditi sono i buoni e uvetta è il male.»
«Ma i canditi fanno schifo a tutti, mentre l’uvetta è buooonissima.» disse Lucia.
«Dannazione è vero!» esclamò Alex abbandonandosi sulla sedia.
«Non è questo l’importante!» esclamò Marco. «La mia era una similitudine accidenti! Volevo solo dire che il mondo di Lampor! è infinito e possiamo starcene qui al buio raccontarci a turno una storia diversa, secondo la nostra fantasia e le nostre esperienze.»
«Mi piace come idea.» disse Elisa. Tutti gli altri ragazzi annuirono. «Chi comincia?»
«Non avrei avuto l’idea se non avessi una storia pronta.» disse Marco con un sorrisetto. «Mettetevi comodi, le cronache di Lampor! stanno per incominciare.»

 

 

 

Ciao e benvenuto sul mio sito

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Sono Andrea Boccolari e scrivo cose.

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Si fanno molti più lettori raccontando di un solo padre che ammazza il proprio figlio,
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