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Il melodrammatico

Il melodrammatico

Le cronache di Lampor!

Racconti per bambini troppo cresciuti zeppi di ultraviolenza, magia e goblinate.

Lucia guardava fuor dalla finestra, non le erano mai piaciuti i goblin e i servi del male. Gli animali erano le uniche creature dotate di bontà assoluta con cui valeva la pena relazionarsi. Un animale domestico non ti tradirà mai, non ti cercherà per mero profitto personale e non sciorinerà elogi davanti a te con un coltello nascosto dietro la schiena, pronto a colpire alla prima occasione utile.
Se Lucia non si fosse dedicata tanto al marketing e avesse studiato un po’ di biologia probabilmente la sua idea del mondo animale sarebbe completamente diversa e non ignorerebbe che nel regno animale accadono cose fuori dagli schemi della più perversa mente umana. Come il cannibalismo intrauterino di alcune specie di squali, stupri di gruppo cetacei e coprofagia canina.
Senza tralasciare necrofilia, abbandono e rapimento minorile, bullismo e decapitazioni post sesso.

Gli animali sono persone orribili. 

Capitolo 3

IL MELODRAMMATICO

Nei giorni di festa, i giovani chierici scendono dal Clero-Castello fino in città, guidati unicamente dalla passione nei loro lombi in cerca di qualche sciocca contadina da frullare, in barba alle raccomandazioni dei padri superiori e delle promesse di purezza e castità fatte ai loro déi. Gli abitanti delle città indossano il vestito buono e corteggiano le madamigelle alle feste di paese. Perfino i demoni, durante le loro vacanze pagane, si mettono in viaggio verso una meta esotica alla ricerca di qualcosa che possa far loro dimenticare la solita dannata routine. Le fatine invece giocano quasi tutto il giorno e gli gnomi si prendono delle vacanze così lunghe che spesso ci si chiede se di mestiere non facciano tutti i tour operator o i dipendenti comunali.
I druidi invece, sono soggetti particolari.
È molto difficile che un druido si prenda una vacanza, poiché in una foresta, grande o piccola che sia, c’è sempre molto lavoro da fare. Bisogna accudire le piante più deboli per sopravvivere all’inverno; in primavera bisogna star belli pronti e vigili ad accogliere tutti i fiori neonati; in autunno si devono aiutare gli animali con le provviste per il letargo e in estate va preparata la terra per l’anno che seguirà.

Diana e Lia erano due apprendiste druide, mandate a studiare le arti naturalistiche quando ancora dovevano vedere la terza primavera, questo per volere dei rispettivi genitori, che erano poveretti e non potevano permettersi di mantenerle. Diana e Lia ovviamente possedevano il marchio.

Studiavano presso mastro Ludwig, il druido della foresta nella microscopica regione di Averland. Territorio curioso minacciato da uno stregone in crisi di mezza età – cinquecento anni – il quale passava la maggior parte del proprio tempo nell’impresa di costruirsi un cavallo non morto, ricavandone i pezzi dagli stalloni più performanti. Aveva sentito dire da un amico profeta che la soluzione al suo problema di depressione era sperperare i propri risparmi nell’acquisto di una motocicletta, ed essendo quello un mezzo inesistente nel loro mondo, la cosa che gli assomigliava di più erano appunti i cavalli.
Ma questa è un’altra storia.

Mastro Ludwig era un druido discreto, conosceva tutti gli incantesimi fino al decimo livello (il massimo a quel tempo era il ventesimo) ed era specializzato nell’idioma naturalistico: conosceva i dialetti di ogni pianta e di ogni animale e poteva replicarli alla perfezione. La sfortuna volle, però, che durante una zuffa con l’altrettanto discreto stregone, questi gli avesse inflitto una tremenda maledizione di memoria.
Da quel giorno in avanti,per l’eternità, al sorgere del sole Mastro Ludwig si sarebbe scordato tutto quello che era accaduto il giorno precedente. Questo accadde il terzo anno di insegnamenti, quando Diana e Lia avevano solamente sei anni, troppo piccole per comprendere il nefasto, troppo grandi per smettere di diventare druide. Quando si entra in comunione con la foreste vi si rimane fino alla morte, fino a che non le si restituiscono i frutti presi concimandola con il proprio corpo.

Fu così, che negli anni avvenire, il druido insegnò alle due amiche lo stesso identico incantesimo, giorno dopo giorno. E col passare del tempo, vedendo che appena sveglie loro lo precedevano nell’esecuzione, mastro Ludwig consultava la scaletta e passava all’esercizio successivo, e negli anni arrivarono a compiere decine e decine di incantesimi in un giorno solo! Diana e Lia infatti, appena sveglie mostravano in sequenza al maestro tutta la trafila di esercizi e incantesimi, sparandoglieli davanti al naso uno dopo l’altro come foglie secche trasportate da un vortice. Il maestro veniva ogni volta impressionato dall’abilità delle due, tant’è che non si risparmiava elogi e complimenti, e mai si chiese, se per caso, non ci fosse qualcosa di sospetto. Questo diede modo all’apprendistato di procedere, ma capite bene, che procedeva molto lentamente.

All’età di sedici anni Diana e Lia cominciarono a stufarsi di ripetere ogni giorno la stessa manfrina, e giunta la primavera, anche loro cominciarono a sentire quel tremito amoroso partire dabbasso, inoltre, cominciarono anche loro ad avere bisogno di ferie.
Quella mattina si recarono da mastro Ludwig prima ch’egli si svegliasse, adorabilmente agghindate e con un sorriso smagliante. Diana portava edera e viole attorcigliate nei capelli castani, si era spalmata balsamo di carité sul viso per renderla setosa e aveva risaltato le labbra con succo di fragole.
Lia invece portava i capelli biondi fino alle caviglie, intrecciati con foglie edl colore adatto a rappresentare le quattro stagioni. I bachi da seta le avevano confezionato una leggera tunica bianca e le api avevano provveduto nei ricamarla con steli di margherite grazie al loro pungiglione e l’abilità col punto e croce.
«Maestro!» gridarono in coro.
Mastro Ludwig fece un balzo dalla sua amaca, ondeggiò un poco e cadde di faccia.
«Oh, cielo! Sì è fatto male, maestro?» chiese Lia.
«Sto bene, sto bene, l’erba ha attutito la caduta,» rispose il saggio riprendendosi. «Ditemi, care, che cosa vi porta qui a quest’ora del mattino? C’è un problema con la tana degli orsi? Lo sapevo che non dovevo dar loro il dolce, li fa stare buoni ma poi imbrattano sempre tutto di mer…»
«No, maestro!» lo interruppe Lia che non voleva riascoltare quella storia un’ennesima volta. «Siamo venute qui perché volevamo chiederle la giornata libera.»
Mastro Ludwig assunse un espressione confusa. «La giornata libera? Ma i druidi non hanno giornate libere, sapete come diciamo noi, no? Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai mai più un giorno della tua vita! Che cos’è che vi manca mie giovani apprendiste? Abbiamo i boschi, abbiamo i fiumi, abbiamo gli alberi centenari abbiamo…»
«Vede maestro,» lo interruppe Diana. «è che siamo stanche. Vorremmo svagarci almeno per un giorno, non pensare agli incantesimi. Magari vedere il limite del bosco, osservare com’è la città di cui parlano le rondini, anche solo da lontano.»
Mastro Ludwig si grattò la testa canuta. «La città! Non c’è nulla in città, solamente sporcizia e baccano, qui invece abbiamo il cinguettio degli uccelli, il fruscio del vento tra le foglie, le magnifiche albe che giungono da est con…»
«Lasci che siamo noi a decidere,» lo interruppe Lia. «per favore.»
«Solo per oggi.» aggiunse Diana.
Il vecchio druido sospirò, guardandole con fare paterno. «Come faccio a resistere a due così graziose signorine. D’accordo, penso che in fondo ve lo siate guadagnato, ma non uscite dalla foresta e dal cerchio di protezione verde!»
«Ok! Grazie!» esultò Lia.
«Grazie Lulù!» esclamò Diana.
E prima che il vegliardo potesse cambiare idea, con due rapidi baci sulle guance rugose, le ragazzine si dispersero nella foresta.
Un pettirosso, che aveva osservato tutta la scena appollaiato su un albero, planò sulla spalla del vecchio Ludwig e questi lo guardò con fare rassegnato.
«Lulù?» chiese il maestro. «E da dove salta fuori?»
L’uccellino cinguettò, parve quasi una risata.

Diana e Lia camminarono nella foresta per tutta la mattina. Salutarono gli amici animali che incontravano annunciando felicissime il loro giorno libero. Saltellarono a braccetto per una buona parte del sentiero di Izpa, quella che gli indigeni chiamavano amichevolmente “l’autostrada della foresta”, una lunga via polverosa e stretta che attraversava tutta la foresta, protetta da una tigre antropomorfa di nome Izpa con la passione per l’oriente. Per pranzo si fermarono sulla riva dell’occhio di ninfe, il grande lago dove la leggende voleva che Afnin, regina delle ninfe, avesse gettato il suo occhio come pegno d’amore per un cavaliere di Stalinbrad al Dio dell’acqua dolce (da non confondere con il classico Nettuno / Poseidone, Dio delle acque salate).
(Ma anche questa è un’altra storia. Ah! Quante novelle e leggende nella terra di Lampor!)
(Vai avanti Lucia, please!)

Nel pomeriggio, Diana e Lia si arrestarono davanti al bagliore verde fosforescente che dalla terra si innalzava fino alla cresta degli alberi, formando una specie di cupola. Il cerchio di protezione verde costituito dal druido Ludwig.
«Mastro Ludwig ha detto che non dobbiamo uscire dal cerchio di protezione.» disse Lia preoccupata.
Diana aveva già messo una mano oltre la barriera baluginante, agitandola come a cercare d’acchiappare tante lucciole.«Ma non siamo mai state così lontane, non sei curiosa di sapere cosa c’è di la?»
«Sì… ma…»
«Eddai Lia! È il nostro unico giorno di ferie. Il picchio Arturo mi ha detto che le persone solitamente escono a fare gite fuori porta nei loro giorni liberi.»
«Mmmm»
«Daaaai»
«E se ci scopre?»
«Non lo farà, diremo agli uccellini di non cantare…» i lineamenti di Diana assunsero per un istante fattezze malvagie e il suo accento mutò. «faremo loro un’offerta che non potranno rifiutare.»
«Mmmm, ok… ma se ci scopre ti prendi tu la colpa.»
«D’accordo!» con un occhiolino Diana prese l’amica sotto braccio e saltarono dall’altra parte.

Quando si è giovani si crede sempre che i cambiamenti stravolgano la vita, inconsapevoli che la maggior parte delle volte le cose mutano molto lentamente, insieme a noi. Molto spesso le cose non cambiano neppure più di tanto, siamo noi a farlo.
Saltate dall’altra parte le due amiche si aspettavano chissà quale magia e invece tutto era perfettamente come prima. L’unica differenza, a loro imperscrutabile, era che da quel punto in poi le forze del male potevano soggiogarle senza fatica. Ma considerate che era il loro giorno di festa, e le cose cattive non accadono (quasi) mai nei giorni di festa.
Da quella parte della foresta la flora non era lussureggiante come nel piccolo regno di mastro Ludwig. Alcune piante apparivano più stanche, leggermente incurvate dal peso degli anni e delle foglie, quest’ultime avevano perso il loro verde brillante e alcuni fiori se ne stavano mosci ad aspettare invano un’impollinazione. Il sottobosco scricchiolava sotto i loro passi a causa dei numerosi rametti secchi che nessuno si era preso la briga di ripulire e perfino l’aria era decisamente meno profumata. Tutto sommato però, la foresta non perdeva il suo reverenziale fascino.
Arrivate in un piccolo spiazzo dove l’erba arrivava loro alle ginocchia le due amiche sentirono un lamento basso.

«Che cos’è?» chiese Lia.
Diana si strinse nelle spallle. «Non so, non si capisce da dove viene.»
Il lamento continuò.
«Sembra provenire da là. Andiamo a vedere.»
In mezzo allo spiazzo stava un albero di mele dai rami aperti e rigogliosi, le due amiche si fermarono sotto la sua ombra. «Ohi, ohi, ohi.» continuò il lamento.
«È l’albero.» disse Diana. «L’albero sta producendo questo lamento.»
«Ma cosa dici, gli alberi non si lamentano.» replicò Lia.
«Parla per te, ragazzina.» disse la voce dolente. «Io ho di che lamentarmi.»
Lia strabuzzò gli occhi. «Il melo ha parlato!»
«E cosa dovrei fare? Starmene qui zitto e immobile dinnanzi a tutte le mie disgrazie? Immobile ci sto di certo. Destinato a rimanere ancorato al terreno fino all’avvizzimento, ma posso lamentarmi, questo lo posso fare. Ohi, ohi, ohi.»
«Perché si lamenta?… non so come chiamarla… signor albero? Devo chiamarla signor albero?»
Diana le diede colpetto. «Non dare confidenza agli sconosciuti.» sussurrò.
I rami del melo si scossero un poco alla domanda della piccola, fu forse una brezza di vento, o forse il suo modo di fare spallucce. «Non ho un nome,» rispose mesto l’albero. «quando sono nato non me lo hanno appioppato… fossi stato un pioppo me lo avrebbero appioppato e invece sono nato melo… Ah! Ed è proprio questa la mia prima miseria. Come può un essere riconoscersi nel mondo se nemmeno possiede un nome?» Il tronco parve incurvarsi un poco, o forse era solo un effetto ottico dovuto all’oscillare delle foglie.
«Beh,» disse Lia ignorando l’avvertimento dell’amica. «Gli uccelli non hanno nomi, eppure sono felici di librarsi nel cielo e cinguettare e fare tutte quelle cose che fanno gli uccelli.»
«Gli uccelli?» borbottò il melo. «Gli uccelli hanno tanti nomi quante sono le foglie nella foresta, è solo che tu non li capisci. E poi a loro nemmeno servirebbe, hanno il cervello grande quanto un seme quelli la.»
«D’accordo,d’accordo, ma mi sembra comunque  un problema di poco conto. Signor albero è comunque un bon nome. A me piace e le da pure un’aria importante, non trova?»
Si sentì uno sbuffo, come se l’albero avesse sospirato e un soffio di vento colpì in faccia Lia. «Signor albero non è un vero nome… ma andrà bene.»

Ci furono dei secondi di pausa, che Diana utilizzò per scrutare la corteccia dell’albero. Non vi trovò nessuna traccia di occhi o di bocca col quale il signor albero potesse vederle o comunicare con loro.
«Che c’è?» chiese quello. «Ho qualcosa tra le insenature?»
«No, no.» si affretto a dire la ragazza. Si allontanò di un passo. Ci fu un altro sbuffo.
«Mi dica cosa c’è che la turba?» chiese Lia, sinceramente preoccupata.
«Cos- cos’è che mi turba?» borbottò ancora. «Potrei scrivere un libro su cos’è che mi turba. Tanto per incominciare sono piantato nel terreno.»
«È bello essere piantati nel terreno!» esultò Lia.
«È bello, è bello, direte voi. È bello assimilare acqua dal terreno, sentire la sua energia scorrermi nei canali linfatici e far crescere i miei figli, è una sensazione piacevole e mi da soddisfazione… se non fosse per gli uomini che se li mangiano!»
Lia sussultò. «Gli uomini mangiano i suoi figli? Ma è orribile!»
«Anche noi li mangiano, stupida.» le sussurrò Diana dandole un altro colpetto. «Sono le mele.»
Lia si portò le mani davanti la bocca.
«Vorrei soltanto lasciarmi avvizzire e farla finita,» continuò l’albero. «per non dover sopportare questo strazio un giorno di più, ma sono bloccato nel terreno e, come beffa alla mia impossibilità di morire, nei periodi di siccità gli uomini annaffiano le mie catene e mi tengono in vita, per poter continuare a nutrirsi di me!»
«Ma lei è un melo,» disse Diana. «dovrebbe essere contento di poter donare prosperità alla gente.»
«Oh… lo sono, lo sono… diciamo che lo sono.» rispose poco convinto. Fece una pausa. «Ma voi non avete visto cosa fanno quei selvaggi degli umani. Il vecchio falcone mi ha detto che non si limitano a mangiare i miei figli. Ogni tanto qualcuno di loro viene e mi stacca un braccio, poi se ne va e lo riattacca a un altro disgraziato di albero tramite innesto. Così facendo replicano i miei stessi figli e continuano a mangiarseli! Capite? Mi clonano credendosi il Dio !Ropmal in persona per continuare a nutrirsi di meeee.»
«Gli uomini fanno questo?» chiese Lia inorridita.
«Già… gli uomini della città. Gli uomini civilizzati, come vogliono esser chiamati loro. Si nascondono nei loro buchi e tramano orrendi delitti naturalistici, pensando che tutto in questa foresta gli appartenga. Esseri selvaggi! Esseri immondi!»

«Dove sono questi demoni?» chiese Diana.
«È poco più lontano, oltrepassate quelle capanne.»
«Quali capanne?»
«Laggiù, dopo le file di alberi ci sono delle piccole capanne. Gli uomini le usano per conservarci i loro strumenti di tortura.»
Diana scrutò oltre una fila di meli più piccoli dall’altra parte delle spiazzo e vide un paio di costruzioni di legno e paglia.
«Come vorrei fare una passeggiata,» continuò a lamentarsi il melo. «sgranchirmi le gambe, vedere oltre quel bel baluginare verde che proviene da dove siete venute voi. Invece sono incatenato qua, destinato a farmi pisciare addosso dagli uomini e dai loro cani.»
«A me sembra che lei stia facendo un po’ troppo il drammatico, signor melo.» disse Diana ricomponendosi.«Potrei capire se fosse un salice piangente, ma la natura l’ha fatta così e…»
«La natura è una puttana.» sbottò.
Lia si morse una mano. «Se la sentisse Mastro Ludwig.»
Tutti i rami dell’albero si scossero. «Vorrei…» fece un lunghissimo sospiro. «Ah! Déi… in fondo, vorrei soltanto conoscere l’amore, penso che questo mi basterebbe. Sono nato e cresciuto qui, da dei semi scagliati a casaccio nell’orto. Ho subito soprusi per tutta la vita, ma ecco, vorrei soltanto che ella mi amasse. Penso che questo possa bastarmi.»
«Ella?» chiese Lia ritrovando il sorriso smagliante. «Ci sono tanti meli qui intorno. Chi è la fortunata?»
«Quelli sono tutti meli maschi! Vedete, c’è una piantina, ma è piccola e lontana, ed io non mi posso muovere.»
«Chi è? Chi è?» chiesero le ragazze tutte eccitate.
«Beh, sta propria la, nella capanna.» Diana e Lia si sporsero aguzzando il più possibile la vista, ma a parte file di alberi, assi di legno e paglia non videro nulla.
Il melo rise scioccamente. «È un po’ lontana, provate ad avvicinarmi, io non ho mai nulla da fare qui e ho studiate attentamene la zona, è proprio là.»
Le ragazze si avvicinarono. Oltrepassarono gli alberi da frutto fino alla prima capanna e si guardarono intorno, non c’era traccia di altre persone.

«Là.» indicò Diana. Dal buco che fungeva da finestra della capanna videro una graziosa piantina, possedeva un grosso bulbo viola, dei fiorellini più piccoli rosa e un lungo stelo verde come uno smeraldo. Si avvicinarono ancora fino ad appoggiare i gomiti alla finestrella della capanna e guardare dentro. L’abitazione era al momento vuota.
«Ma…» disse Diana delusa. «ma è un quadro…»
La bella piantina era appesa al muro con un chiodo, disegnata su carta ruvida e incorniciata da quattro stecche di legno colorate di bianco e azzurro.
«Poverino. Il melo si è innamorato di un disegno…»
«Secondo te dovremmo dirglielo?» chiese Lia.
Diana ci pensò su, si era fatta triste in viso. «No, non credo, è già triste di suo, non penso che possa reggere a una notizia simile.»
«E che cosa facciamo allora?»
«Faremo finta di nulla. Anzi, gli diremo che abbiamo parlato con la piantina, che anche lei si è accorta di lui.»

Quando le ragazze tornarono indietro il melo era tutto eccitato. «Allora, l’avete vista? È bella non è vero? Tutto il giorno non faccio che pensare a lei per dimenticarmi delle mie disgrazie. La guardo e la osservo da lontano e lei è sempre bellissima e curatissima. In ogni stagione non perde mai la sua vivida lucentezza. Non come me, io sono vecchio ormai. D’autunno perdo le foglie e d’inverno mi rattrappisco tutto. Lei è diventata la mia unica ragione di vita, un giorno spero di poterle parlare, di stringerla e abbracciarla… anche se sono albero… e non ho le braccia per farlo.»
«Sì, l’abbiamo vista,» disse Diana sforzando un sorriso. «è molto bella…»
«Speriamo che un giorno voi due possiate incontrarvi! Ne saremmo felici!» esclamò Lia cercando di essere il più positiva possibile.
«Ehi! Ho un idea, perché non la portate qua da me?»
Le due amiche si guardarono l’una con l’altra, preoccupate. «Non… non possiamo.» disse Lia.
«Le abbiamo parlato.» disse Diana. «Anche la piantina si è accorta di lei, signor albero, ma adesso non può venire qua a parlarle. Ha detto che non vede l’ora di conoscerla, non appena sarà cresciuta abbastanza s’intende.»
«Oh, capisco.» disse il melo affranto. «Grazie ragazze, cominciavo a temere non fosse nemmeno reale. In tutti questi anni non è cambiata di un sol fiore.»
«Ma no, è solo timida e assorbe poco l’acqua, nel giro di qualche stagione sarà pronta, ha detto che per incontrarla vuole essere nella sua forma migliore.»
«Sarà… sarà… attenderò con ansia il nostro incontro.»

Il sole scese rapidamente e gli agricoltori tornarono alle loro abitazioni. Le ragazze videro una vecchia rientrare nella capanna a sistemare gli attrezzi e decisero che era giunto anche per loro il momento di rientrare.
«Dobbiamo andare, se non vogliamo essere scoperte.»
«Grazie ragazzine, avete fatto felice un povero melo.»
«Torneremo qui presto per il vostro felice primo incontro.» mentirono all’unisono.
«Conterò le mele cadute che ci separano.» rispose il melodrammatico.
«Arrivederci signor melo.»
«Arrivederci.»

Diana e Lia tornarono a casa senza trovare problemi sulla strada, trovando Mastro Ludwig intento a leggere un libro foderato di legno di quercia nera spesso un palmo.

«Allora ragazze, com’è andata la vostra giornata?» chiese il mentore chiudendo il libro con un tonfo.
Quelle scrollarono le spalle, l’incontro con la vita del melo le aveva rattristate oltremodo.
«Sembrate stanche. Su, andate a dormire, domani vi aspetta una giornata faticosa di allenamenti. Dobbiamo provare un incantesimo nuovo che sono sicuro vi piacerà.»
Diana e Lia sentivano quella frase da tutta la vita ormai e l’incantesimo lo conoscevano alla perfezione. E benché anche loro delle volte si sentissero come incatenate da profonde radici a quella terra, quella notte andarono a letto con una consapevolezza diversa.
La natura può essere strana a volte, addirittura incomprensibile, ma è come la si affronta che conta davvero.

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