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Il melodrammatico

Il melodrammatico

Le cronache di Lampor!

Racconti per bambini troppo cresciuti zeppi di ultraviolenza, magia e goblinate.

Lucia guardava fuor dalla finestra, non le erano mai piaciuti i goblin e i servi del male. Gli animali erano le uniche creature dotate di bontà assoluta con cui valeva la pena relazionarsi. Un animale domestico non ti tradirà mai, non ti cercherà per mero profitto personale e non sciorinerà elogi davanti a te con un coltello nascosto dietro la schiena, pronto a colpire alla prima occasione utile.
Se Lucia non si fosse dedicata tanto al marketing e avesse studiato un po’ di biologia probabilmente la sua idea del mondo animale sarebbe completamente diversa e non ignorerebbe che nel regno animale accadono cose fuori dagli schemi della più perversa mente umana. Come il cannibalismo intrauterino di alcune specie di squali, stupri di gruppo cetacei e coprofagia canina.
Senza tralasciare necrofilia, abbandono e rapimento minorile, bullismo e decapitazioni post sesso.

Gli animali sono persone orribili. 

Capitolo 3

IL MELODRAMMATICO

Nei giorni di festa, i giovani chierici scendono dal Clero-Castello fino in città, guidati unicamente dalla passione nei loro lombi in cerca di qualche sciocca contadina da frullare, in barba alle raccomandazioni dei padri superiori e delle promesse di purezza e castità fatte ai loro déi. Gli abitanti delle città indossano il vestito buono e corteggiano le madamigelle alle feste di paese. Perfino i demoni, durante le loro vacanze pagane, si mettono in viaggio verso una meta esotica alla ricerca di qualcosa che possa far loro dimenticare la solita dannata routine. Le fatine invece giocano quasi tutto il giorno e gli gnomi si prendono delle vacanze così lunghe che spesso ci si chiede se di mestiere non facciano tutti i tour operator o i dipendenti comunali.
I druidi invece, sono soggetti particolari.
È molto difficile che un druido si prenda una vacanza, poiché in una foresta, grande o piccola che sia, c’è sempre molto lavoro da fare. Bisogna accudire le piante più deboli per sopravvivere all’inverno; in primavera bisogna star belli pronti e vigili ad accogliere tutti i fiori neonati; in autunno si devono aiutare gli animali con le provviste per il letargo e in estate va preparata la terra per l’anno che seguirà.

Diana e Lia erano due apprendiste druide, mandate a studiare le arti naturalistiche quando ancora dovevano vedere la terza primavera, questo per volere dei rispettivi genitori, che erano poveretti e non potevano permettersi di mantenerle. Diana e Lia ovviamente possedevano il marchio.

Studiavano presso mastro Ludwig, il druido della foresta nella microscopica regione di Averland. Territorio curioso minacciato da uno stregone in crisi di mezza età – cinquecento anni – il quale passava la maggior parte del proprio tempo nell’impresa di costruirsi un cavallo non morto, ricavandone i pezzi dagli stalloni più performanti. Aveva sentito dire da un amico profeta che la soluzione al suo problema di depressione era sperperare i propri risparmi nell’acquisto di una motocicletta, ed essendo quello un mezzo inesistente nel loro mondo, la cosa che gli assomigliava di più erano appunti i cavalli.
Ma questa è un’altra storia.

Mastro Ludwig era un druido discreto, conosceva tutti gli incantesimi fino al decimo livello (il massimo a quel tempo era il ventesimo) ed era specializzato nell’idioma naturalistico: conosceva i dialetti di ogni pianta e di ogni animale e poteva replicarli alla perfezione. La sfortuna volle, però, che durante una zuffa con l’altrettanto discreto stregone, questi gli avesse inflitto una tremenda maledizione di memoria.
Da quel giorno in avanti,per l’eternità, al sorgere del sole Mastro Ludwig si sarebbe scordato tutto quello che era accaduto il giorno precedente. Questo accadde il terzo anno di insegnamenti, quando Diana e Lia avevano solamente sei anni, troppo piccole per comprendere il nefasto, troppo grandi per smettere di diventare druide. Quando si entra in comunione con la foreste vi si rimane fino alla morte, fino a che non le si restituiscono i frutti presi concimandola con il proprio corpo.

Fu così, che negli anni avvenire, il druido insegnò alle due amiche lo stesso identico incantesimo, giorno dopo giorno. E col passare del tempo, vedendo che appena sveglie loro lo precedevano nell’esecuzione, mastro Ludwig consultava la scaletta e passava all’esercizio successivo, e negli anni arrivarono a compiere decine e decine di incantesimi in un giorno solo! Diana e Lia infatti, appena sveglie mostravano in sequenza al maestro tutta la trafila di esercizi e incantesimi, sparandoglieli davanti al naso uno dopo l’altro come foglie secche trasportate da un vortice. Il maestro veniva ogni volta impressionato dall’abilità delle due, tant’è che non si risparmiava elogi e complimenti, e mai si chiese, se per caso, non ci fosse qualcosa di sospetto. Questo diede modo all’apprendistato di procedere, ma capite bene, che procedeva molto lentamente.

All’età di sedici anni Diana e Lia cominciarono a stufarsi di ripetere ogni giorno la stessa manfrina, e giunta la primavera, anche loro cominciarono a sentire quel tremito amoroso partire dabbasso, inoltre, cominciarono anche loro ad avere bisogno di ferie.
Quella mattina si recarono da mastro Ludwig prima ch’egli si svegliasse, adorabilmente agghindate e con un sorriso smagliante. Diana portava edera e viole attorcigliate nei capelli castani, si era spalmata balsamo di carité sul viso per renderla setosa e aveva risaltato le labbra con succo di fragole.
Lia invece portava i capelli biondi fino alle caviglie, intrecciati con foglie edl colore adatto a rappresentare le quattro stagioni. I bachi da seta le avevano confezionato una leggera tunica bianca e le api avevano provveduto nei ricamarla con steli di margherite grazie al loro pungiglione e l’abilità col punto e croce.
«Maestro!» gridarono in coro.
Mastro Ludwig fece un balzo dalla sua amaca, ondeggiò un poco e cadde di faccia.
«Oh, cielo! Sì è fatto male, maestro?» chiese Lia.
«Sto bene, sto bene, l’erba ha attutito la caduta,» rispose il saggio riprendendosi. «Ditemi, care, che cosa vi porta qui a quest’ora del mattino? C’è un problema con la tana degli orsi? Lo sapevo che non dovevo dar loro il dolce, li fa stare buoni ma poi imbrattano sempre tutto di mer…»
«No, maestro!» lo interruppe Lia che non voleva riascoltare quella storia un’ennesima volta. «Siamo venute qui perché volevamo chiederle la giornata libera.»
Mastro Ludwig assunse un espressione confusa. «La giornata libera? Ma i druidi non hanno giornate libere, sapete come diciamo noi, no? Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai mai più un giorno della tua vita! Che cos’è che vi manca mie giovani apprendiste? Abbiamo i boschi, abbiamo i fiumi, abbiamo gli alberi centenari abbiamo…»
«Vede maestro,» lo interruppe Diana. «è che siamo stanche. Vorremmo svagarci almeno per un giorno, non pensare agli incantesimi. Magari vedere il limite del bosco, osservare com’è la città di cui parlano le rondini, anche solo da lontano.»
Mastro Ludwig si grattò la testa canuta. «La città! Non c’è nulla in città, solamente sporcizia e baccano, qui invece abbiamo il cinguettio degli uccelli, il fruscio del vento tra le foglie, le magnifiche albe che giungono da est con…»
«Lasci che siamo noi a decidere,» lo interruppe Lia. «per favore.»
«Solo per oggi.» aggiunse Diana.
Il vecchio druido sospirò, guardandole con fare paterno. «Come faccio a resistere a due così graziose signorine. D’accordo, penso che in fondo ve lo siate guadagnato, ma non uscite dalla foresta e dal cerchio di protezione verde!»
«Ok! Grazie!» esultò Lia.
«Grazie Lulù!» esclamò Diana.
E prima che il vegliardo potesse cambiare idea, con due rapidi baci sulle guance rugose, le ragazzine si dispersero nella foresta.
Un pettirosso, che aveva osservato tutta la scena appollaiato su un albero, planò sulla spalla del vecchio Ludwig e questi lo guardò con fare rassegnato.
«Lulù?» chiese il maestro. «E da dove salta fuori?»
L’uccellino cinguettò, parve quasi una risata.

Diana e Lia camminarono nella foresta per tutta la mattina. Salutarono gli amici animali che incontravano annunciando felicissime il loro giorno libero. Saltellarono a braccetto per una buona parte del sentiero di Izpa, quella che gli indigeni chiamavano amichevolmente “l’autostrada della foresta”, una lunga via polverosa e stretta che attraversava tutta la foresta, protetta da una tigre antropomorfa di nome Izpa con la passione per l’oriente. Per pranzo si fermarono sulla riva dell’occhio di ninfe, il grande lago dove la leggende voleva che Afnin, regina delle ninfe, avesse gettato il suo occhio come pegno d’amore per un cavaliere di Stalinbrad al Dio dell’acqua dolce (da non confondere con il classico Nettuno / Poseidone, Dio delle acque salate).
(Ma anche questa è un’altra storia. Ah! Quante novelle e leggende nella terra di Lampor!)
(Vai avanti Lucia, please!)

Nel pomeriggio, Diana e Lia si arrestarono davanti al bagliore verde fosforescente che dalla terra si innalzava fino alla cresta degli alberi, formando una specie di cupola. Il cerchio di protezione verde costituito dal druido Ludwig.
«Mastro Ludwig ha detto che non dobbiamo uscire dal cerchio di protezione.» disse Lia preoccupata.
Diana aveva già messo una mano oltre la barriera baluginante, agitandola come a cercare d’acchiappare tante lucciole.«Ma non siamo mai state così lontane, non sei curiosa di sapere cosa c’è di la?»
«Sì… ma…»
«Eddai Lia! È il nostro unico giorno di ferie. Il picchio Arturo mi ha detto che le persone solitamente escono a fare gite fuori porta nei loro giorni liberi.»
«Mmmm»
«Daaaai»
«E se ci scopre?»
«Non lo farà, diremo agli uccellini di non cantare…» i lineamenti di Diana assunsero per un istante fattezze malvagie e il suo accento mutò. «faremo loro un’offerta che non potranno rifiutare.»
«Mmmm, ok… ma se ci scopre ti prendi tu la colpa.»
«D’accordo!» con un occhiolino Diana prese l’amica sotto braccio e saltarono dall’altra parte.

Quando si è giovani si crede sempre che i cambiamenti stravolgano la vita, inconsapevoli che la maggior parte delle volte le cose mutano molto lentamente, insieme a noi. Molto spesso le cose non cambiano neppure più di tanto, siamo noi a farlo.
Saltate dall’altra parte le due amiche si aspettavano chissà quale magia e invece tutto era perfettamente come prima. L’unica differenza, a loro imperscrutabile, era che da quel punto in poi le forze del male potevano soggiogarle senza fatica. Ma considerate che era il loro giorno di festa, e le cose cattive non accadono (quasi) mai nei giorni di festa.
Da quella parte della foresta la flora non era lussureggiante come nel piccolo regno di mastro Ludwig. Alcune piante apparivano più stanche, leggermente incurvate dal peso degli anni e delle foglie, quest’ultime avevano perso il loro verde brillante e alcuni fiori se ne stavano mosci ad aspettare invano un’impollinazione. Il sottobosco scricchiolava sotto i loro passi a causa dei numerosi rametti secchi che nessuno si era preso la briga di ripulire e perfino l’aria era decisamente meno profumata. Tutto sommato però, la foresta non perdeva il suo reverenziale fascino.
Arrivate in un piccolo spiazzo dove l’erba arrivava loro alle ginocchia le due amiche sentirono un lamento basso.

«Che cos’è?» chiese Lia.
Diana si strinse nelle spallle. «Non so, non si capisce da dove viene.»
Il lamento continuò.
«Sembra provenire da là. Andiamo a vedere.»
In mezzo allo spiazzo stava un albero di mele dai rami aperti e rigogliosi, le due amiche si fermarono sotto la sua ombra. «Ohi, ohi, ohi.» continuò il lamento.
«È l’albero.» disse Diana. «L’albero sta producendo questo lamento.»
«Ma cosa dici, gli alberi non si lamentano.» replicò Lia.
«Parla per te, ragazzina.» disse la voce dolente. «Io ho di che lamentarmi.»
Lia strabuzzò gli occhi. «Il melo ha parlato!»
«E cosa dovrei fare? Starmene qui zitto e immobile dinnanzi a tutte le mie disgrazie? Immobile ci sto di certo. Destinato a rimanere ancorato al terreno fino all’avvizzimento, ma posso lamentarmi, questo lo posso fare. Ohi, ohi, ohi.»
«Perché si lamenta?… non so come chiamarla… signor albero? Devo chiamarla signor albero?»
Diana le diede colpetto. «Non dare confidenza agli sconosciuti.» sussurrò.
I rami del melo si scossero un poco alla domanda della piccola, fu forse una brezza di vento, o forse il suo modo di fare spallucce. «Non ho un nome,» rispose mesto l’albero. «quando sono nato non me lo hanno appioppato… fossi stato un pioppo me lo avrebbero appioppato e invece sono nato melo… Ah! Ed è proprio questa la mia prima miseria. Come può un essere riconoscersi nel mondo se nemmeno possiede un nome?» Il tronco parve incurvarsi un poco, o forse era solo un effetto ottico dovuto all’oscillare delle foglie.
«Beh,» disse Lia ignorando l’avvertimento dell’amica. «Gli uccelli non hanno nomi, eppure sono felici di librarsi nel cielo e cinguettare e fare tutte quelle cose che fanno gli uccelli.»
«Gli uccelli?» borbottò il melo. «Gli uccelli hanno tanti nomi quante sono le foglie nella foresta, è solo che tu non li capisci. E poi a loro nemmeno servirebbe, hanno il cervello grande quanto un seme quelli la.»
«D’accordo,d’accordo, ma mi sembra comunque  un problema di poco conto. Signor albero è comunque un bon nome. A me piace e le da pure un’aria importante, non trova?»
Si sentì uno sbuffo, come se l’albero avesse sospirato e un soffio di vento colpì in faccia Lia. «Signor albero non è un vero nome… ma andrà bene.»

Ci furono dei secondi di pausa, che Diana utilizzò per scrutare la corteccia dell’albero. Non vi trovò nessuna traccia di occhi o di bocca col quale il signor albero potesse vederle o comunicare con loro.
«Che c’è?» chiese quello. «Ho qualcosa tra le insenature?»
«No, no.» si affretto a dire la ragazza. Si allontanò di un passo. Ci fu un altro sbuffo.
«Mi dica cosa c’è che la turba?» chiese Lia, sinceramente preoccupata.
«Cos- cos’è che mi turba?» borbottò ancora. «Potrei scrivere un libro su cos’è che mi turba. Tanto per incominciare sono piantato nel terreno.»
«È bello essere piantati nel terreno!» esultò Lia.
«È bello, è bello, direte voi. È bello assimilare acqua dal terreno, sentire la sua energia scorrermi nei canali linfatici e far crescere i miei figli, è una sensazione piacevole e mi da soddisfazione… se non fosse per gli uomini che se li mangiano!»
Lia sussultò. «Gli uomini mangiano i suoi figli? Ma è orribile!»
«Anche noi li mangiano, stupida.» le sussurrò Diana dandole un altro colpetto. «Sono le mele.»
Lia si portò le mani davanti la bocca.
«Vorrei soltanto lasciarmi avvizzire e farla finita,» continuò l’albero. «per non dover sopportare questo strazio un giorno di più, ma sono bloccato nel terreno e, come beffa alla mia impossibilità di morire, nei periodi di siccità gli uomini annaffiano le mie catene e mi tengono in vita, per poter continuare a nutrirsi di me!»
«Ma lei è un melo,» disse Diana. «dovrebbe essere contento di poter donare prosperità alla gente.»
«Oh… lo sono, lo sono… diciamo che lo sono.» rispose poco convinto. Fece una pausa. «Ma voi non avete visto cosa fanno quei selvaggi degli umani. Il vecchio falcone mi ha detto che non si limitano a mangiare i miei figli. Ogni tanto qualcuno di loro viene e mi stacca un braccio, poi se ne va e lo riattacca a un altro disgraziato di albero tramite innesto. Così facendo replicano i miei stessi figli e continuano a mangiarseli! Capite? Mi clonano credendosi il Dio !Ropmal in persona per continuare a nutrirsi di meeee.»
«Gli uomini fanno questo?» chiese Lia inorridita.
«Già… gli uomini della città. Gli uomini civilizzati, come vogliono esser chiamati loro. Si nascondono nei loro buchi e tramano orrendi delitti naturalistici, pensando che tutto in questa foresta gli appartenga. Esseri selvaggi! Esseri immondi!»

«Dove sono questi demoni?» chiese Diana.
«È poco più lontano, oltrepassate quelle capanne.»
«Quali capanne?»
«Laggiù, dopo le file di alberi ci sono delle piccole capanne. Gli uomini le usano per conservarci i loro strumenti di tortura.»
Diana scrutò oltre una fila di meli più piccoli dall’altra parte delle spiazzo e vide un paio di costruzioni di legno e paglia.
«Come vorrei fare una passeggiata,» continuò a lamentarsi il melo. «sgranchirmi le gambe, vedere oltre quel bel baluginare verde che proviene da dove siete venute voi. Invece sono incatenato qua, destinato a farmi pisciare addosso dagli uomini e dai loro cani.»
«A me sembra che lei stia facendo un po’ troppo il drammatico, signor melo.» disse Diana ricomponendosi.«Potrei capire se fosse un salice piangente, ma la natura l’ha fatta così e…»
«La natura è una puttana.» sbottò.
Lia si morse una mano. «Se la sentisse Mastro Ludwig.»
Tutti i rami dell’albero si scossero. «Vorrei…» fece un lunghissimo sospiro. «Ah! Déi… in fondo, vorrei soltanto conoscere l’amore, penso che questo mi basterebbe. Sono nato e cresciuto qui, da dei semi scagliati a casaccio nell’orto. Ho subito soprusi per tutta la vita, ma ecco, vorrei soltanto che ella mi amasse. Penso che questo possa bastarmi.»
«Ella?» chiese Lia ritrovando il sorriso smagliante. «Ci sono tanti meli qui intorno. Chi è la fortunata?»
«Quelli sono tutti meli maschi! Vedete, c’è una piantina, ma è piccola e lontana, ed io non mi posso muovere.»
«Chi è? Chi è?» chiesero le ragazze tutte eccitate.
«Beh, sta propria la, nella capanna.» Diana e Lia si sporsero aguzzando il più possibile la vista, ma a parte file di alberi, assi di legno e paglia non videro nulla.
Il melo rise scioccamente. «È un po’ lontana, provate ad avvicinarmi, io non ho mai nulla da fare qui e ho studiate attentamene la zona, è proprio là.»
Le ragazze si avvicinarono. Oltrepassarono gli alberi da frutto fino alla prima capanna e si guardarono intorno, non c’era traccia di altre persone.

«Là.» indicò Diana. Dal buco che fungeva da finestra della capanna videro una graziosa piantina, possedeva un grosso bulbo viola, dei fiorellini più piccoli rosa e un lungo stelo verde come uno smeraldo. Si avvicinarono ancora fino ad appoggiare i gomiti alla finestrella della capanna e guardare dentro. L’abitazione era al momento vuota.
«Ma…» disse Diana delusa. «ma è un quadro…»
La bella piantina era appesa al muro con un chiodo, disegnata su carta ruvida e incorniciata da quattro stecche di legno colorate di bianco e azzurro.
«Poverino. Il melo si è innamorato di un disegno…»
«Secondo te dovremmo dirglielo?» chiese Lia.
Diana ci pensò su, si era fatta triste in viso. «No, non credo, è già triste di suo, non penso che possa reggere a una notizia simile.»
«E che cosa facciamo allora?»
«Faremo finta di nulla. Anzi, gli diremo che abbiamo parlato con la piantina, che anche lei si è accorta di lui.»

Quando le ragazze tornarono indietro il melo era tutto eccitato. «Allora, l’avete vista? È bella non è vero? Tutto il giorno non faccio che pensare a lei per dimenticarmi delle mie disgrazie. La guardo e la osservo da lontano e lei è sempre bellissima e curatissima. In ogni stagione non perde mai la sua vivida lucentezza. Non come me, io sono vecchio ormai. D’autunno perdo le foglie e d’inverno mi rattrappisco tutto. Lei è diventata la mia unica ragione di vita, un giorno spero di poterle parlare, di stringerla e abbracciarla… anche se sono albero… e non ho le braccia per farlo.»
«Sì, l’abbiamo vista,» disse Diana sforzando un sorriso. «è molto bella…»
«Speriamo che un giorno voi due possiate incontrarvi! Ne saremmo felici!» esclamò Lia cercando di essere il più positiva possibile.
«Ehi! Ho un idea, perché non la portate qua da me?»
Le due amiche si guardarono l’una con l’altra, preoccupate. «Non… non possiamo.» disse Lia.
«Le abbiamo parlato.» disse Diana. «Anche la piantina si è accorta di lei, signor albero, ma adesso non può venire qua a parlarle. Ha detto che non vede l’ora di conoscerla, non appena sarà cresciuta abbastanza s’intende.»
«Oh, capisco.» disse il melo affranto. «Grazie ragazze, cominciavo a temere non fosse nemmeno reale. In tutti questi anni non è cambiata di un sol fiore.»
«Ma no, è solo timida e assorbe poco l’acqua, nel giro di qualche stagione sarà pronta, ha detto che per incontrarla vuole essere nella sua forma migliore.»
«Sarà… sarà… attenderò con ansia il nostro incontro.»

Il sole scese rapidamente e gli agricoltori tornarono alle loro abitazioni. Le ragazze videro una vecchia rientrare nella capanna a sistemare gli attrezzi e decisero che era giunto anche per loro il momento di rientrare.
«Dobbiamo andare, se non vogliamo essere scoperte.»
«Grazie ragazzine, avete fatto felice un povero melo.»
«Torneremo qui presto per il vostro felice primo incontro.» mentirono all’unisono.
«Conterò le mele cadute che ci separano.» rispose il melodrammatico.
«Arrivederci signor melo.»
«Arrivederci.»

Diana e Lia tornarono a casa senza trovare problemi sulla strada, trovando Mastro Ludwig intento a leggere un libro foderato di legno di quercia nera spesso un palmo.

«Allora ragazze, com’è andata la vostra giornata?» chiese il mentore chiudendo il libro con un tonfo.
Quelle scrollarono le spalle, l’incontro con la vita del melo le aveva rattristate oltremodo.
«Sembrate stanche. Su, andate a dormire, domani vi aspetta una giornata faticosa di allenamenti. Dobbiamo provare un incantesimo nuovo che sono sicuro vi piacerà.»
Diana e Lia sentivano quella frase da tutta la vita ormai e l’incantesimo lo conoscevano alla perfezione. E benché anche loro delle volte si sentissero come incatenate da profonde radici a quella terra, quella notte andarono a letto con una consapevolezza diversa.
La natura può essere strana a volte, addirittura incomprensibile, ma è come la si affronta che conta davvero.

Le cronache di Lampor! La prima prova

Le cronache di Lampor! La prima prova

Le cronache di Lampor!

Racconti per bambini troppo cresciuti zeppi di ultraviolenza, magia e goblin.

La prima prova

Tutti noi conosciamo le gesta dei più grandi eroi della storia. Ma come nasce un eroe? Ve lo siete mai chiesti? Quali sono le prove da affrontare, i nemici da sconfiggere e i cammini da percorrere? Chi è degno di diventare tale e quanti ci hanno provato fallendo? A noi sono pervenute solo parte delle imprese e così, lasciatemelo dire, è fin troppo facile. Ogni stella ha il suo declino e un eroe non vive per sempre, rimane solo il suo ricordo, eterno e immutabile, dal quale ognuno di noi impara qualcosa.
Entrando nella leggenda l’esistenza dell’eroe non è più mera e ineluttabile vita, ma si trasforma in concetto, una morale da seguire. Raccontiamo le loro imprese ai giovanotti per formare persone migliori, le raccontiamo a noi stessi per farci coraggio e in letteratura ci piace trasformarli in figure retoriche
Ma che cosa è successo prima?
Anche questo sono le cronache di Lampor!
Lampor! terra di eroi, fornace di guerrieri. A Lampo! vi è l’accademia della magia, la cripta delle arti oscure, la caserma unisex per soli maschi e il palazzo rosa delle guerriere. La boscosa siepe gigante delle fate, gigantesca per loro che la abitano e piccina per le altre creature che la visitano. A Lampor! ci sono le grotte mistero e il Clerocastello, dove attualmente risiede il nuovo re. È una terra attraversata da fiumi che nascondono mondi sommersi e foreste infinite al cui interno non è mai arrivata la luce del sole. Paludi bulbose, montagne affilate e steppe circospette. Insomma c’è di tutto e di più, ed è da qui che noi partiremo. È qui che tutto ebbe inizio.

A Lampor! può capitare che un bambino nasca con il marchio.
Compiuto il quindicesimo anno di età al ragazzino o alla ragazzina marchiata viene affidata una missione, compiuta quella missione gliene viene affidata un’altra, poi un’altra e un’altra ancora, così via finché non guadagna sufficiente reputazione per poter presenziare innanzi al gran consiglio dei Rituali-virtuosi, che assegneranno loro un potere speciale pescato a caso dal grande calderone dei poteri. In base a quello verrà poi assegnata loro una classe e ovviamente un alter ego. Tante sono le cose che bollono in pentola e tante sono le storie da raccontare, ci arriveremo, non temete. Ora è giunto il momento di lasciar parlare i nostri eroi e, con loro, la storia stessa.

Nel villaggio di Blossom, in provincia di Dexal, vivevano la piccola Mary-jane Victoria Williams e suo fratello Pompaduro Martello. Nati da madre del nord e padre del sud, così a sud da aver passato l’oceano, l’isola adiacente, un piccolo continente, ed essere stato pescato dalla genetrice su un’altra isola ancora più in là.
La giovane Vic e suo fratello MartelDuro, o DuroMartello, dipende da chi lo nominava e soprattutto in che contesto, possedevano entrambi il marchio. MartelDuro era un anno più grande della sorella per cui aveva già avuto esperienza in missioni eroiche (solo due per la verità) mentre Vic compiva gli anni quel giorno e come da tradizione si sarebbe dovuta recare al palazzo delle quest per la sua prima missione.
«Oggi è il grande giorno Vic,» disse il padre seduto a tavola quando la vide varcare la soglia. «come ti senti?»
«Benissimo!» normalmente la giovinetta era silenziosa la mattina appena sveglia, ma quel giorno si sentiva energica.
«Perfetto, tua madre non ha potuto permettersi gli ingredienti per prepararti una torta, ma abbiamo una sorpresa che credo ti piacerà ancora di più.»
Con l’agilità di un goblin condannato Vic si era già seduta a tavola e aveva preso a sorseggiare rumorosamente un intruglio d’avena. «Sul serio?!» chiese con la bocca strapiena lasciando cadere il grosso cucchiaio di legno. «Che cosa?»
La madre le cinse le spalle da dietro e le stampò un bacio sulle guance candide, facendo un gran rumore di schiocco. «Buon compleanno Vic.»
La ragazzina arrossì e si girò febbrilmente di scatto, accidentalmente diede un colpo al cucchiaio facendolo schizzare in aria e imbrattando d’avena il padre e tutta la tavola. «Ma è bellissimo!» gridò.
Un lungo vestito nero scendeva dalle dita della madre, lo stringeva appena, quasi avesse il timore di scucirlo. Vic si alzò e ci si tuffò dentro, scoprendo che le andava a pennello: il vestito era largo e delicato, la gonna arrivava alle caviglie. Vic ci si sentì subito protetta e allo stesso tempo leggera. «Grazie! Grazie mamma, grazie papà.»
La ragazzina non la smetteva più di baciare i due genitori e contemporaneamente finire la sua colazione, imbrattandoli ancor di più, quando fece il suo ingresso MartelDuro. Aveva gli occhi gonfi e la bocca impastata poiché era rimasto tutta la notte in modalità DuroMartello con la pastorella Elisa, la figlia del vecchio Girolamo, il vicino. «Che si dice famiglia?» chiese il ragazzo buttandosi su una sedia. «Stamane fate un gran baccano.»
«Si dice che oggi è il compleanno di Vic e tu l’accompagnerai in città al palazzo delle quest.» disse severo il padre.
«Cosa!?» Esclamò DuroMartello in modalità alzabandiera. «È oggi? Me l’ero completamente dimenticato.»
Si grattò la testa e fece cadere il braccio sopra la spalla della sorella. «Allora come ti senti sorellina, sei pronta?»
«Ahi mi hai fatto male con quelle manacce… Sì, certo che sono pronta,» si alzò dalla sedia e indicò un punto indefinito della baracca. «partiamo subito!».
DuroMartello incrociò le braccia dietro la testa. «Lasciami prima fare colazione.»
«Non c’è tempo per mangiare, i mostri e le donzelle in pericolo ci aspettano, il male non dorme mai!»
«Donzelle in pericolo? Le ragazze non salvano donzelle in pericolo. Quello lo faccio io.» commentò MartelDuro, che come la sorella, si voltò verso un angolo della baracca, tendando di bucare la quarta parete facendo l’occhiolino a una telecamera, che non c’era.
«Muoviti!» Vic prese il fratello maggiore per la cottola e lo trascinò fuori dalla baracca.
«Ti ho già sellato il cavallo.» disse il padre affannandosi sull’uscio insieme alla moglie.
«Grandioso.» La stanchezza piombò addosso a Martello tutta d’un colpo. Quando Vic finalmente lo lasciò espirò pesantemente dal naso, bevve un sorso dalla borraccia legata alla sella e saltò sul ronzino. La sorella era già seduta sul sedere della bestia che lo aspettava trepidante. «D’accordo allora,» lo sbadiglio del fratello maggiore si trasformò in incitamento «si parte!»
«State attenti mi raccomando.» La madre agitò un fazzoletto come si usa alle partenze nelle grandi storie d’avventura. I due genitori guardarono allontanarsi quei loro frutti appena acerbi e, ancora non lo sapevano, ma solo uno dei due avrebbe udito le loro gesta.

Vic e Martelduro arrivarono a Dexal verso mezzogiorno. Il capoluogo della regione distava cinque giorni dalla capitale. Dexal era un luogo perennemente affollato, ma siccome il ragazzo c’era già stato due volte durante le sue quest, sapeva esattamente dove andare.
Quando varcarono le porte della città un odore di spezie e oli li investì, nella grande strada principale vi era sempre un mucchio di gente intenta a commerciare e a truffarsi, a bere e lavorare. Un sottile strato di polvere permeava l’area e faceva tossire i più asmatici. Poco prima di entrare, i due videro un gigante avvicinarsi all’orizzonte, che camminava a passo spedito verso un mucchio di casette e campi coltivati fuori le mura della città. Non vi diedero troppo peso, a Lampor! Le tragedie erano normali: assedi, rapimenti e invasioni erano all’ordine del giorno, per questo si formavano tanti eroi e le missioni non mancavano mai. Ci sarà già stato qualcuno pronto a occuparsi di quella minaccia.
ll palazzo delle quest era un edificio monumentale al centro della città. Davanti all’ingresso vi era una fontana che zampillava allegra e raffigurava una scena del primo eroe: Gué il Guerriero, l’eroe per antonomasia, colui che tutti conoscono, invidiato dagli uomini e sognato dalle pulzelle.
Nato da una famiglia di musicanti, Gué si era dato alla vita da strada intonando musiche dal ritmo incalzante e racimolando quanto poteva (più avanti qualcuno avrebbe categorizzato quel suono definendolo rap). Ci si accorse solo più tardi che Gué era un marchiato, poiché il misterioso disegno era situato sotto il piede nell’insenatura del mignolo e all’epoca si prestava poca attenzione alla cosa. Ora invece, che il business eroico ha preso piede si è molto più scrupolosi.
Il consiglio dei rituali-virtuosi infatti, notando un incremento dei ragazzi che nascevano col marchio, decise che doveva per forza significare qualcosa, così convinsero la gente che quello era il marchio degli eroi e chiunque fosse così fortunato da nascerci era destinato a grandi imprese. Forse non tutti, ma almeno la maggior parte di loro.
Gué cominciò la carriera da eroe all’età di vent’anni e in poco tempo compii imprese ad oggi definite insuperabili. La rappresentazione battistera vedeva lui mentre era intento a strozzare un grosso serpente marino dalla cui bocca usciva tutta l’acqua che avrebbe composto il globo. Leggenda questa, tutt’oggi accreditata dagli storici.
«Aspetta» disse Vic bloccando il fratello con una mano sul petto.
«Che c’è?»
«Non sono pronta, mi devo sistemare i capelli, stirare il vestito, provare le battute e poi c’è il trucco. Com’è il trucco? Oddio sarà andato via tutto per colpa della gita a cavallo»
«Tu non ti trucchi Vic…»
«La veste, guardala è tutta sgualcita.»
«È così da quando sei salita a cavallo…»
«Mi sono scordata cosa devo dire!»
«Non devi dire nulla Vic, stai calma!» il fratello la prese per le spalle. «Senti, capisco che sei agitata, è normale, lo sono tutti alla prima missione, beh a dir la verità lo si è anche alla seconda e alla terza e a tutte quante, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Fanno tutto loro, tu devi solo presentarti dall’uomo delle quest e farti assegnare la tua missione, tranquilla, ci sono qua io con te. Siamo degli eroi Vic… insomma quasi… ci andiamo molto più vicino di altri, ecco. È il nostro destino.»
Quattro occhi azzurri si guardarono l’un l’altro intensamente, MartelDuro la superava di tutta la testa e per la sorellina fu come osservare dal basso il suo golem protettore, i loro capelli biondi ballavano la stessa danza, guidati dal vento, mentre il sale e la sabbia vi si incollavano senza chiedere permesso.
«No!» disse Vic. «Non sono pronta, me ne vado» e si allontanò.
«Assolutamente no!» Questa volta fu il fratello a prenderla per il colletto e la scaraventò dentro l’edificio. In quel momento la porta fu aperta da un terzo giovanotto intento ad uscire e Vic si ritrovò culo a terra in mezzo al grande salone principale.
MartelDuro la raggiunse. «Non è magnifico?» disse.
Non c’era bisogno di rispondere, in ogni capoluogo del regno il palazzo delle quest era l’edificio più importante, e di anno in anno l’associazione per l’assegnazione delle quest e della nascita di nuovi eroi (Abbreviata in A-P-A-D-Q-E-D-N-D-N-E) guadagnava sempre più fondi espandendo la sua gloria. Era finanziata dalle gilde, dai comuni e da sporadici filantropi che avevano voglia di mettersi in mostra. Lampor! Era una terra in perenne tumulto, ricca, e per questo avida di eroi.
Il tetto del salone principale era sorretto da quattro colonne di due metri di diametro, finemente istoriate da disegni di animali e gesta mitologiche. All’interno della sala c’era un gran baccano ed era zeppo di gente: al fianco di ragazzini sbarbati in pantaloncini camminavano uomini fatti e finiti in armatura completa. Maghe livello massimo chiacchieravano con chierici rasati e ragazzine dal buffo cappello a punta si guardavano intorno cercando l’ufficio per l’assegnazione dei bastoni magici di livello superiore. C’erano omini alati, altri mezzo cavallo e mezzo uomini, e altri mezzuomini e basta; donne bellissime dai capelli argento piene di ornamenti brillanti e vecchie streghe gobbe e deformi. Era un luogo poligamo, poliglotto, politropo e multietnico.
Il palazzo delle Quest di Dexal era appena stato ristrutturato e tutto questo carnaio stucchevole e pacchiano che vi si trovava era racchiuso da mura color panna e solcava un pavimento liscio di piastrelle, nel quale si specchiava un soffitto regale dipinto a mano. In mezzo alla sala vi era una cattedra circolare adibita a ufficio informazioni e due umane di sesso femminile con occhiali a goccia e camicetta bianca gestivano la clientela con tale velocità da sembrare di possedere otto braccia ciascuna, e forse era proprio così.
«Ragazzina tutto ok?» chiese un mulatto palestrato, oliato e con un caschetto biondo.
«Sta bene,» Rispose MartelDuro avvicinandosi. «ehi, qui è cambiato tutto dall’ultima volta che sono venuto, dove hanno spostato l’ufficio assegnazione prima quest?»
«Devi andare al primo piano, in fondo, penultima porta a destra, comunque ci sono le indicazioni.»
«Grazie amico.»
«Non c’è di che.»
Arrivati al primo piano i due si ritrovarono bloccati in fila. Una schiera di ragazzi della stessa età di Vic era in attesa della loro prima missione, così i due fratelli si sedettero contro il muro e aspettarono. Mentre aspettavano videro un gran via vai di posta coi relativi messaggeri che, trafelati, correvano su e giù a recapitare i messaggi. Videro statali annoiati perennemente in pausa e clienti insoddisfatti prendersela con loro tra i denti. Eroi ed eroine andavano e venivano, qualcuno portava tesori, altri teste mozzate di orribili creature gocciolando il pavimento e altri ancora andavano consegnando certificati di morte dei compagni caduti. Quando fu il turno di Vic erano passate già tre ore e la ragazza si sentiva sfinita.
Nell’ufficio, ad accoglierli, trovarono un uomo a petto nudo con un giacchetto di pelle smanicato e una benda sull’occhio, scuro di carnagione, con baffi e un pizzetto a incoronargli le labbra.
«Nome?» chiese.
«Mary-jane Victoria Williams Arafat.»
«Documenti e marchio.»
Vic porse quanto richiesto e abbassò il colletto della veste mostrando il marchio inciso nella pelle, una fenice stilizzata che spiccava il volo ad ali spianate i cui tratti risplendevano debolmente di una luce cremisi.
«Voi siete la figlia del vecchio Gustavo “El nino pirata” Arafat?»
«Ehm… sì, è mio padre.»
«Che il grande mago mi fulmini, e come sta il vecchio bastardo?»
«Sta… sta bene, è piuttosto in forma per la sua età.»
«Accidenti, sapevo che aveva dei figli ma non credevo foste già così grandi. Tu devi essere il primogenito?» chiese rivolto a MartelDuro.
«Esatto»
«Sapete, è colpa di vostro padre se ho perso quest’occhio,» tirò su la benda mostrando l’orbita vuota, come il buco nel petto di un burocrate. «ma non gliene ho a male, sono stati anni interessanti quelli, non rimpiango nulla della pesca agli squaloni delle isole di giada.»
«Sì, nostro padre ci ha parlato ogni tanto di…»
«Non vi avevo riconosciuti ragazzi,» li interruppe l’uomo «come ha fatto uno come vostro padre a generare due bei biondi con gli occhi azzurri come voi?»
«Nostra madre dice che è merito del marchio, fa sballare i tratti somatici e…»
«Sì, sì certo…» li interruppe ancora lo statale. «del marchio… beh ragazzina, ecco qua,» da sotto il bancone l’uomo tirò fuori una pergamena srotolandola in aria con mosse esperte. «la tua prima missione, fresca fresca appena arrivata.»
Vic era stata confusa da quell’uomo così esagitato e ciarliero ma alla vista della pergamena si ricordò il motivo per cui era lì e il cuore le balzò in gola, non si sentiva pronta.
«Avanti aprila.» disse l’uomo appoggiandosi al bancone.
«Qui? Davanti a tutti?» chiese con un filo di voce.
L’uomo delle quest guardò dietro di lei. «Siete gli ultimi, non c’è fila e non c’è fretta e sono curioso di vedere cos’ha riservato il destino alla figlia del vecchio Gustavo.»
«D’accordo.» la ragazzina prese la pergamena dalle mani dell’uomo, si strofinò gli occhi stanchi e lesse.

Gigante attacca Dexal, urgente, minaccia categoria tre.
In caso di complicazioni spostare in categoria uno con permesso di appoggio e assegnazione equipaggiamento.

«Ma è il gigante che abbiamo visto fuori città!» esclamò MartelDuro.
«Cosa?» gli fece eco Vic. «Come prima missione mi aspettavo qualcosa di più semplice, come una rana-malvagia o un riscatto di rapimento goblin. Non ne sono capace!»
«Mi dispiace, ma sei nata in un anno sfortunato,» disse l’uomo, poco convincente. «quest’anno c’è stato un incremento significativo di marchiati e le missioni più semplici sono state già tutte assegnate. Come vedi è classificato categoria tre con possibilità di spostamento in categoria uno, ovvero la tua, previa consegna di armi adeguate.» l’uomo sorrise.
Vic non ci trovava nulla da ridere e rimase zitta, immobile.
«Quindi?» la esortò l’impiegato. «Datevi da fare! I giganti non si ammazzano da soli… Oh, ma, dannazione che ore sono?» si staccò dal bancone e andò alla finestra dietro di lui per controllare una grossa meridiana nella piazza sottostante. «È già tardissimo! Sentite io devo scappare, passami un attimo la lettera… grazie.» L’uomo le strappo di mano la pergamena, la rigirò e, in fretta, segnò sul suo registro un codice, dopodiché la restituì a Vic e registrò i loro nomi, scribacchiò qualcosa su un foglio, prese da un cassetto una busta, la riempì, ci sbatté sopra un paio di timbri e buttò il tutto dentro un buco nel muro alla sua destra. «Apposto, io devo scappare.» fece il giro del bancone e li accompagnò fuori con garbata fretta e qualche spinta. «Buona fortuna, addio» girò il cartello su “chiuso”, serrò la porta a chiave. «e alla prossima missione.» in un lampo sparì alla loro vista.

Vic era disorientata. «Cosa dobbiamo fare ora, Martellino?» Chiese.
«Seguimi» rispose il fratello, diventato improvvisamente serio.

MartelDuro accompagnò sua sorella all’assegnazione equipaggiamento, in un grande magazzino adiacente al palazzo delle quest. Nella sala principale la ressa umana e quella quasi umana non sembrava volersi placare e dovettero spintonare un bel po’ per arrivare allo sportello adeguato. Mostrarono nuovamente i documenti, il marchio e la pergamena, così facendo l’uomo esibì loro l’equipaggiamento disponibile: armi bianche standard con prestito a perdere. MartelDuro già sapeva cosa avrebbe scelto: una spada corta, ben bilanciata, affilata e veloce, accompagnata da uno scudo tondo borchiato. Aveva intenzione di diventare un guerriero, l’eroe per eccellenza, capace di gestire tutte le situazioni, abile sia nell’incassare che nel portare colpi poderosi. Anche Vic ci aveva pensato molto negli ultimi anni, era bassa ed esile ,non di certo capace di maneggiare armi pesanti, suo padre l’aveva addestrata quanto poteva negli esercizi fisici, era veloce, snella e sveglia di mente, si decise ben presto che avrebbe intrapreso la strada della stregoneria. Purtroppo abitava in un paesino che aveva poco da offrire agli aspiranti eroi e non poteva addestrarsi in palestra, non c’era; non poteva imparare le basi delle arti magiche, non c’era una biblioteca né un mago pronto a consigliarla. Lei e suo fratello avrebbero dovuto, più di tutti, fare esperienza sul campo. Così mentre studiava a scuola e aiutava i genitori nelle faccende domestiche la sera si chiudeva nella sua cameretta e, quando suo fratello usciva lasciandola sola, lei si immaginava cosa sarebbe diventata da grande. Faceva progetti sul futuro, nella sua mente creava i mostri da affrontare e scriveva su fogli sparsi le frasi che avrebbe usato una volta sconfitti.
Una maga, aveva dunque deciso, magari del ramo incantatrice o devastatrice, nel caso il potere speciale acquisito più avanti glielo avesse permesso. Preferiva lasciar perdere la negromanzia, le facevano paura i morti e gli scheletri. E pure la specializzazione da chierica, troppo noiosa. Vic si sentiva bruciare dentro di passione, come la fenice che portava al collo che tutti i giorni le ardeva la pelle con il fuoco. Vic Voleva fare i danni, veder sgretolarsi davanti ai suoi occhi il male e tutte le sue creature come il ceppo nel camino di casa, non di certo essere la balia dei compagni di viaggio distratti.
Fu così, che automaticamente il suo dito indicò il bastone magico standard, oggetto in grado di incanalare l’energia presente nell’animo di ognuno, ma che solo i maghi sapevano orchestrare.
L’addetto glielo consegnò, Il bastone le arrivava alla fronte, era fatto di legno di pioppo bianco arricciato in cima, robusto e leggero.
Non dovettero nulla all’ufficio, le armi da iniziati era gratuite, il comune le metteva a disposizione di tutti gli aspiranti eroi.
E come tutte le cose che costano poco e sono sacrificabili, valevano poco.

Un’ora dopo erano fuori dalla città, ci avevano messo tanto perché la gente continuava a intasare le strade, Victoria vide moltissimi ragazzi della sua età passarle accanto, partire per la loro prima missione con l’arma sghemba presa in prestito legata alla cinta e un ronzino da quattro soldi che era probabilmente un regalo di compleanno della famiglia poveretta. Vi erano anche ragazzi di famiglie più facoltose, indossavano già l’armatura e alcuni di loro si muovevano a fatica dentro quell’ammasso di ferro, sudavano parecchio e Vic era sicura non sarebbero andati molto lontano.
Magari a loro è capitata una prima missione più facile, pensò, loro non devono andare a uccidere un gigante alto ottanta piedi!
A Vic salì l’ansia, le mancò il fiato e sentì tutti e quattro gli arti informicolati, finché suo fratello non le diede una pacca sulle spalle riportandola alla realtà. MartelDuro stava gridando il famoso motto dei marchiati di Lampor! accompagnato dagli avventurieri tutt’attorno. «Colossale il nemico, eterna la gloria!» poi ancora «Guidati dal marchio!»
Che sono due motti piuttosto banalotti, ma tenete presente che l’eroe medio aveva quindici anni e non superava i primi tre mesi. Lampor! cambiava gli eroi come un rubinetto cambiava l’acqua (anche se i rubinetti non erano ancora stati inventati), perciò i motti erano gli stessi da generazioni.

Il gigante aveva già schiacciato un intero villaggio ai confini di Dexal e, quando lo raggiunsero, i due fratelli lo trovarono impegnato nel sgretolare un mulino a vento a pugni. Portò un colpo a una pala e la fece schizzare in aria, conficcandola nel terreno a decine di metri di distanza. Soddisfatto cacciò in dietro la testa e sorreggendosi la pancia rise di gusto. «Oh, oh, oh. Volaaaa» il gigante aveva la voce nasale, irritante e sbiascicata.
MartelDuro capì immediatamente perché l’avessero catalogato come minaccia di categoria 3 modificabile a uno, era un gigante standard: alto ottanta piedi, una pancia che avrebbe contenuto un laghetto di montagna e furbo quanto un sasso.
Innanzi alla creatura Vic cedette nuovamente alla fifa più nera. Quel giorno sentiva la sua prodezza muoversi come un mare in burrasca, che come le onde veniva scossa, si infrangeva e ritornava indietro. L’essere era gigantesco e il fatto di essere così tonto lo rendeva maggiormente imprevedibile.
Il fratello legò il cavallo e scese imbracciando le armi.
«Molla quel mulino ,ciccione.» minacciò MartelDuro, posizionatosi davanti al gigante.
«Martellino! Non avremmo dovuto prima escogitare un piano?» gridò Vic sorreggendosi un lembo di vestaglia per proteggersi dalla polvere che alzava il gigante. «Affrontarlo di petto non mi sembra la scelta migliore!»
«Imparerai Vic, che un buon guerriero affronta tutto di petto.»
Vic non disse nulla, si sentiva di nuovo terrorizzata e stupita dalla negligenza del fratello.
«Phetto…» disse il gigante con la sua irritabile voce nasale, girandosi verso di loro. «Phollo… phetto di phollo, bonoo»
«D’accordo Vic,» continuò il fratello «tocca a te.»
«Che?»
«Io ho attirato la sua attenzione, sconfiggilo!»
«Era questo il tuo piano!?» chiese Vic isterica «come faccio?»
«Usa la magia.»
«Non so come si fa.»
«Come sarebbe a dire non sai come si fa?»
«Per caso, in tutti questi anni mi hai mai vista lanciare un incantesimo, o studiarne uno?!»
«Beh…»
«Phollooo» Il gigante allungò una mano a prendere MartelDuro ma egli era svelto di gambe più che di ragione e lo schivò.
«Uh, c’è mancato poco» ansimò.
«Te lo avevo detto di aspettare e studiare un piano!» urlò Vic ancora seduta sul ronzino.
«Non è vero! Tu non mi hai detto proprio nulla, te ne stai muta da quando abbiamo preso le armi.»
«Beh… allora l’ho pensato! Non lo sai che il silenzio di una ragazza vale più di mille parole?»
«A quanto pare no perché io le ragazze le faccio gridare!»
«Porco! Ma che cosa c’entra ora?»
«Sto entrando in modalità DuroMartello»
«Cosa? Che schifo, fosse almeno una gigantessa.» gridò Vic indicando la bestia, la polvere intorno a loro cresceva sempre di più, alzata dalle zampate del gigante.
«Non è per lui!» replicò DuroMartello. «Mi serve per quando combatto, mi rende più concentrato.»
«Oh mamma…» Vic si diede una pacca sulla fronte. Il cavallo nitrì.
In quel momento un gruppo di uomini in arcione li distrasse. Uscirono dal nulla. Un attimo prima c’erano solo i due fratelli intenti a discutere e un gigante che li guardava stranito, l’attimo dopo dieci cavalli con relativo padrone correvano intorno a loro alzando un gran polverone. Portavano bandane sulla bocca e lunghe funi, che agitavano in aria formando cerchi perfetti. Cavalcavano leggeri e la punta di una spada brillava dal fodero legato alla sella.
«Oh no!» Esclamò DuroMartello.
«Chi sono?» Chiese Vic, scendendo da cavallo e mettendosi dietro le spalle del fratello.
«Sono dei cacciatori di gloria…»
I cacciatori di gloria sono la seconda nemesi degli eroi. Dopo i mostri, gli assedi, le guerre e tutto il resto, vengono questi simpatici bricconi briganti, non marchiati, che invece di andare a rubare onestamente come si dovrebbe fare in tempi bui, decidono di prodigarsi in gesta eroiche e vagano senza meta a fregare le missioni degli aspiranti, chiedendo poi una sorta di riscatto, o di indennizzo, sperando che i rituali-virtuosi li accolgano nel loro tempio facendo pescare anche a loro un magico potere speciale.
«State indietro, qui ci pensiamo noi, non è un lavoro per dei bambini questo.» a parlare era un uomo dal volto coperto. Passò veloce davanti ai due ragazzi e il suo mantello blu l’accompagnò sventolando come una bandiera, in mezzo alla polvere prodotta. Lo seguivano i suoi compagni, tutti intabarrati mentre con la bocca producevano strani versi acuti d’incitamento.
«Ci fregheranno tutta la gloria,» disse MartelDuro. «dobbiamo fermarli!»
I dieci cavalieri si disposero al trotto intorno al gigante, lanciando delle funi per bloccarlo. L’essere si muoveva lento e sembrava non aver ben capito cosa stesse succedendo. Dal fondo della sua bocca uscì un lamento basso, come una lagna o un pianto, per un momento, i suoi occhioni giganti parvero perfino tristi. Fin quando gli assalitori non estrassero i loro archi. Alcuni tra i cavalleggeri cominciarono a tirare al ragazzone mentre altri giravano intorno alle gambe provando a bloccarle con le corde, ma il gigante era alto ottanta piedi e, quando alzò un braccio portandosi dietro due cavalieri, si destò dalla nebbia di confusione che ottenebrava il suo cervello stupido, e cominciò a massacrarli.
I cavalli imbizzarrirono, solo Geppetto, il cavallo dei fratelli, se ne stava al sicuro legato dietro al mulino, ruminava e sembrava avere la testa altrove, forse pensava a una bella cavallona vista in città.
Con movimenti lenti delle braccia grasse il gigante cominciò a spazzare la terra dalla minaccia dei cavalieri, questi volavano via con tutto l’arcione schiantandosi al suolo e producendo suoni simili a un masso che crolla sopra rametti secchi.
MartelDuro chiamò sua sorella. «Vic! Io vado sul tetto del mulino, da lì mi lancerò sulla sua testa e gli infliggerò il colpo mortale.»
«Non farlo Martellino,» Gridò Vic. «È un’idea stupida!»
Ma suo fratello era già partito. «Tu fai qualcosa di magico!» gridò allontanandosi. «Conto su di te.»
Una nube di polvere alzatasi dalla steppa invase Vic e le impiastricciò la faccia incollandole i capelli. Tossì e, quando la nube si disperse, Vic vide tre cavalieri giacere a terra con le budella mischiate a quelle dei loro cavalli, stritolati e fusi insieme dalla stretta del gigante.
Fai qualcosa di magico, fai qualcosa di magico, si ripeteva Vic. Ma cosa?
Il cuore le stava trapanando il petto, non sentiva più le gambe né la lingua. Suo fratello però era in pericolo, quell’incosciente era salito sul tetto e stava per farsi ammazzare, stritolato come i cavalieri.
Non poteva permetterlo.
Ignorando la paura Vic si posizionò davanti alla battaglia furente e tenne il bastone con ambedue le mani, chiuse gli occhi. Nella testa le rimbombava il lamento del gigante, che si faceva sempre più aggressivo mischiato alle grida degli uomini che, invano, provavano a catturarlo. Si concentrò a tal punto che le sembrò quasi di sentire i passi di suo fratello salire le scale del mulino diroccato. Forse era un inizio di magia, pensò, il potere di avere un udito fine e sviluppato, ma cosa se ne sarebbe fatta in quel momento? Scacciò quel pensiero. Chiuse gli occhi fortissimo, strinse il bastone fino a farsi male alle mani e si concentrò, su che cosa, non lo sapeva nemmeno lei.
Nel frattempo, il capo dei cacciatori di gloria era rimasto solo, tutti i compagni orribilmente massacrati sparsi a decine di metri di distanza tutt’intorno. Cavalcando abilmente era riuscito a far arrivare una fune oltre la testa della creatura e le aveva stretto il collo. Teneva quella corda con tutte le sue forze.
A quel momento si innestò una serie di fortunate coincidenze: mentre il gigante masticava un cavallo, il capo dei banditi diede uno strattone. Non gradendo il gigante prese le corde che aveva legate al collo e le strappò, disarcionando il capo della banda la cui testa esplose contro una roccia. Contemporaneamente DuroMartello spiccò un balzo dal mulino e affondò lo spadino nella schiena della creatura. Voleva arrivare alla testa ma si accorse tardi che il gigante era troppo alto e si buttò lo stesso. Il gigante ebbe quindi uno spasmo e la sua testa guardò verso l’alto. In quel momento il sole si fece più brillante, non è dato sapere se per effetto della magia di Vic o per un tramonto tediosamente inclinato in maniera fortuita. Fatto sta che il gigante rimase abbacinato, si lamentò e, nel farlo, il cavallo gli andò di traverso e perse l’equilibrio, cadde di schiena contro il mulino e si ruppe il collo.
Fine del gigante.
Un secondo dopo il mulino andò in frantume e del cavallo Geppetto rimase tartare.

Vic riaprì gli occhi. Non vedeva nulla, una nube di polvere ricopriva tutta la zona e si coprì meglio che poté per andare a cercare suo fratello. Lo trovò barcollante sorreggersi alla piccola spada. Vic Lo portò fuori e lo sdraiò in terra, dove svenne.
Quando si riprese, qualche minuto dopo, si misero a ridere e si abbracciarono fortissimo. Intorno a loro erano sparsi i resti di dieci uomini e un cavallo e i loro organi inzuppavano la terra, ma Vic era felice, ce l’aveva fatta. Aveva compiuto la sua prima missione.

Tornarono in città per riscuotere la gloria dovuta. Vic slittò in categoria due mentre MartelDuro per poco rimase al terzo livello – la gloria era divisa per due. Quella notte alloggiarono nell’ostello degli eroi, messo a disposizione gratuitamente dalla città. Suo fratello si fece una buona dose di vino e dormì fino all’indomani, Vic invece era emozionatissima, non riusciva a prender sonno. Aveva appena battuto un gigante di ottanta piedi con le sue sole forze: grazie alla sua magia. Restò sveglia ad occhi chiusi tutta la notte abbracciando il suo magico bastone, di pioppo bianco, arricciato in cima, artefatto che quella notte le sembrava bellissimo e potentissimo, non una taroccata riproduzione per eroi stagisti.
Nel petto il cuore le batteva come non aveva mai battuto prima, la fenice brillava e rischiarava il cuscino sul quale stava sdraiata e quella notte qualcosa cambiò davvero in lei. Nel tabellone delle imprese in centro città ora c’era anche il suo nome e ci sarebbe rimasto un intero giorno, come voleva la tradizione.
Mentre ripensava alla giornata trascorsa, Vic si ripromise che la “V” rossa col quale aveva contrassegnato l’impresa sul cartellone avrebbe brillato a lungo, e che nessuno a Lampor!, si sarebbe scordato facilmente di lei.

 

 

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