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Dungeons & Dragons (un capitolo del tempo delle bromiliaceae)

Dungeons & Dragons (un capitolo del tempo delle bromiliaceae)

Dungeons & Dragons

Mirko passò le schede, i dadi e la cancelleria agli altri ragazzi. Non credeva ai suoi occhi, Nestore era riuscito a convincere Tamara a giocare, nonostante anche il suo moroso si fosse intromesso. Il noto DJ della zona, al secolo Giuseppe, amava Il Signore degli Anelli ma non capiva perché avessero fatto uscire il libro dopo il film. Chi legge più un libro al giorno d’oggi?

Mirko provava non aveva mai voluto così bene al suo amico surfista dal saluto strambo, nonostante, mentre pensasse questo, Nestore stesse provando a leggere la scheda al contrario con uno sguardo perplesso e piegando il collo dai due lati.

Aveva iniziato a spiegare le regole e l’ambientazione, facendo una versione molto più semplice del gioco per iniziare a gradi. A volte i suoi pensieri si focalizzavano su Tammy e iniziava a balbettare incostantemente, spostando lo sguardo timido.

I giocatori scelsero il loro alter ego virtuale e si descrissero agli altri, entrando in una realtà di fantasia da libro che sarebbe durata alcune ore intervallate da patatine da due soldi, birrette soft e droghe leggere fatte su a cilindro.

Giuseppe prese la palla al balzo per partire, amava mettersi in mostra e il suo alter ego non era da meno. «Sono Staccium, un nerboruto guerriero di due metri e mezzo – nella realtà era poco più di uno e sessantacinque – figlio di un gorilla e di una donna violentata dal suddetto. I miei muscoli eburnei riflettono la luce del sole dall’olio che li fa risaltare. In molti hanno provato a uccidermi ma non ci sono mai riusciti!»
Mirko si passò una mano sulla faccia, le tre parole difficili dette dal DJ (nerboruto, suddetto, eburnei) gliele aveva suggerite lui durante la creazione del personaggio; in pratica gliela aveva scritta, ma Staccio se l’era un po’ rigirata come voleva.

Nestore saltò in piedi mimando un’onda. «Wowowowow! Sono SqualoBianco, il mago dinamico! Studio le onde della corrente magica nella mia tunica-bermuda e sono pronto a cavalcare… che cosa cavalcano i maghi Mirko?»
Mirko sospirò. «SqualoBianco? Seriamente?»

«Sì, perché?»

«Ah! Giusto, ho uno spadone! Grosso! E duro!» rubò la battuta DJ Staccium, ormai un tutt’uno col suo personaggio.

«Comunque sono i cavalieri che cavalcano» disse Mirko. «I maghi studiano la magia e quindi non riescono ad affinare le loro doti combattive.»

Nestore si fece triste. «Neanche un pony? Un cane gigante? Una lunga tavola?»
Mirko ci pensò su un attimo. «Potrei dare al tuo personaggio un tappeto volante, in fondo sei un mago e la conoscenza degli oggetti incantati è la tua prerogativa.»
Nestore riprese colore. «Figata! Aggiudicato. Intrecciata sul tappeto c’è l’immagine di due squali che si fronteggiano e in mezzo un sole. Uno squalo è bianco come me, l’altro è nero come il mio malvagio fratello gemello SqualoNero!»
Mirko iniziò a pensare che non fosse stata una grande idea quella di giocare, ma poi il suo sguardo ricadde sulla meraviglia davanti a lui, o meglio, l’idea mitizzata che aveva di Tamara, che pur essendo una ragazza caruccia non era certo quella super gnocca da combattimento. Ma agli occhi di Mirko risplendeva più della Venere che cavalcava la conchiglia (cazzo, Nestore gli aveva attaccato la mania del cavalcamento).

«Io sono Olimpia» cominciò Tamara, «come l’amica della principessa guerriera… ehm, sono un chierico di primo livello e ho carisma 16.» I suoi bellissimi occhi si incrociarono. «Cos’è il carisma?»
Le rispose Giuseppe: «È  quanto sei gnocca!»
«Ma no dai» lo corresse Mirko con timidezza. «Il carisma sarebbe un insieme di magnetismo e leadership e doti di…»

«Allora sono piuttosto gnocca e… posso avere le tette grosse qui? Le mie sono due meline piccoline.»

Mirko arrossì.

«Piccola, le tue meline sono succose al punto giusto!» disse Staccio.
Il rossore di Mirko si mischiò all’invidia. «Sì, sì… puoi avere le, ehm, tette grosse.»

«Piccola, quando Staccium l’immenso diventerà un cavaliere ti regalerà i soldi per l’incantesimo per aumentare la dimensione delle zinne, così non riuscirò più a tenerne una tra le mani. Ehi ragazzino, esistono incantesimi per ingrandire le mani oppure aggiungere mani al proprio personaggio?»
Mirko sfogliò il manuale con una seria compostezza. «Uhm… direi la metamorfosi.»
Staccio si picchiò velocemente le mani facendole schizzare da una parte all’altra. «Mitico! Allora cercherò un mago abbastanza potente!»

«Ehi!» gridò Nestore piuttosto offeso. «L’importante è che non cerchi SqualoNero.»

Mirko li ignorò, estrasse un tabellone e alcuni piccoli soldatini di piombo raffiguranti cavalieri e mostri, mise i dadi in comune e iniziò a narrare una storia.

«Nell’antico regno di… Mirkoria, terra di potenti maghi e avventurieri, una minaccia si prospetta all’orizzonte. Una nube nera e maligna offusca la luce del sole e il cuore dei baldanzosi. Il re Mirkos II vi ha convocato sotto mentite spoglie in una locanda…»

«Cioè, fammi capire» lo interruppe Nestore. «Sono il re e sono pieno di soldi e ci becchiamo in una locanda? Cioè, se io fossi il re, che ne so, mi convocherei nell’isola più fica coi mari più mossi del mondo e chiacchiererei davanti al mojito più eccezionale del mondo. Se in questo mondo c’è il mojito. Ecco adesso mi è venuta voglia.» Iniziò a vagare con la mente come se fosse in quell’isola immaginaria.
«Ma tutte le avventure iniziano in una locanda, Nestore, è tradizione. E il mojito in questo mondo esiste soltanto come drink al sangue acido di troll.»
Nestore guardò l’amico confuso, da un lato non capiva se il mojito effettivamente esistesse oppure no e dall’altro non capiva il fatto della locanda. Ma se era tradizione era tradizione e non vi erano cazzi; nel suo viaggio alle Hawaii aveva capito che era meglio non fare domande sulle tradizioni e sul perché queste erano tali, si rischiavano sgradevoli dispetti da parte della signora Hepualaha’ole.

«Quindi, dicevamo, vi trovate alla locanda dell’unicorno zoppo dove gozzovigliate reduci dalla vostra più recente impresa. Fiumi di birra nanica inondano i vostri gargarozzi, quando un mendicante si avvicina a voi chiedendo se si può unire alla vostra tavola.» Mirko cambiò il tono della voce facendolo assomigliare a quello del nonno Carlo. Almeno era quello che pensava facendolo, in realtà assomigliava di più all’archetipo del vecchio rimbecillito che si trova in tutti i film. «Scusate giovincelli» riprese, «posso sedermi al vostro tavolo? Ah! Che sete che ho, vorrei rifocillarmi con voi e offrirvi un’occasione per una grande avv…»
Giuseppe saltò in piedi urlando: «Estraggo la spadona e lo uccido, muori drago, muoriiiii, non mi freghi col tuo travestimento!»
Mirko chiuse gli occhi a spillo. «Ma Staccium, questo è il re, te l’avevo spiegato. E poi aspetta un attimo!»
Giuseppe ci rimase un poco male, si accigliò. «Uhm, e chi mi dice che non mi vuoi fregare?» Si rimise a sedere.

«Facciamo una pausa cannetta va!» propose Mirko e sulla bocca di tutti si formò un sorriso improbabile, nel senso che era improbabile che i lati di tutte le loro bocche potessero contemporaneamente allungarsi in quella maniera.

Mentre Mirko raccoglieva il necessario per la fabbricazione dell’artefatto, Nestore notò il vasetto. Era un vasetto di yogurt bianco di vetro con un’etichetta sbiadita e rovinata che non aveva mai visto al supermercato. Al suo interno vi erano tanti fogliettini di carta ingialliti dal tempo, erano così tanti che strabordavano. «Mirko cos’è sta cosa?» chiese indicandolo.
«È un gioco che facevo con mio nonno Carlo, lui era appassionato di supereroi. Diceva che da piccolo volevano fottergli Superman chiamandolo Nembo-kid, ma che alla fine era tornato Superman grazie agli americani. Comunque aveva preso questo vasetto e mi diceva che era magico e che ogni bigliettino era un potere speciale che ricordava i supereroi. E mi diceva anche che i biglietti si moltiplicavano da soli grazie ai poteri del vasetto. E giocavamo tantissimo, ne estraevamo uno a caso e con la fantasia viaggiavamo per universi impossibili!» All’improvviso si rabbuiò. «Mi manca mio nonno, caspita.»
Nestore ascoltò a bocca aperta. «Che storia! Non credevo che i fumetti fossero così vecchi. Mi dispiace per tuo nonno, immagino che ti manchi tanto.» Mirko annuì. «Adesso proverò a usare la magia Tiki sul vasetto! Così, per onorare la memoria di tuo nonno. È magia potente, non so se lo sai. Me l’ha insegnata la signora Hepualaha’ole.»
Mirko non fece in tempo a rispondere che Nestore prese in mano una statuetta di legno che aveva a ciondolo e inizio a cantilenare e a ballare in una maniera stupida e buffa. «Oh! Dea del Vulcano Pele, presto aiutaci nell’impresa. Onora la memoria di nonno Carlo affinché lui sia felice nell’avaiki e osservi con fierezza il proprio nipote anche se non sa cavalcare le onde!» Poi si ricompose. «Finito.»
«Tutto qua?» chiese Mirko.
Il surfista scrollò le sue belle spalle muscolose e abbronzate.

Mirko osservò il vasetto sperando in una qualche luce, come nei film di fantascienza quando il potere magico riempie un oggetto o succede qualcosa di strano che ti fa pensare che abbia funzionato. Ma non successe nulla.

Se ne disinteressò, lasciando andare il triste ricordo del nonno scomparso. I ragazzi fumarono il cannone e continuarono a giocare per altre due ore, prima di dileguarsi ognuno nella propria casa.

Successe più tardi, mentre Mirko dormiva. Nel buio il vasetto si illuminò di una luminescenza azzurra, rilasciando un rumore di fondo piuttosto rilassante. Un’ombra si avvicinò al ragazzo appoggiandogli una mano sulla spalla.

«Ma io sono fiero di mio nipote» disse l’ombra, mentre sorrideva felice sotto il cappuccio della tunica

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Ti scrivo dal warp. Al di là dei mondi dove tempo e spazio non hanno ragion d’essere.

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