Le cronache di lampor! Prologo

Le cronache di lampor! Prologo

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Voce narrante: anziana e indiscutibilmente cadenzata e saggia

Questa è la storia di un tempo lontanissimo. È il tempo dei miti e delle leggende, di antichi déi, crudeli e meschini; dei grandi eroi che sfidano la tirannia; di una terra abitata da creature magiche e subdole, alcune spocchiose, altre pompose; di sfrenate passioni, intrighi, tradimenti; di regine sfarzose e re indisponenti; dei signori della guerra e delle forze del male!

Una musica proviene dai corni di cento esseri estinti mentre mille tamburi vengono battuti da braccia vigorose. Dove sono non si sa! È la musica degli eroi, quella musica che irrompe all’improvviso squarciando l’etere e che fa vibrare il cuore nello sterno! Il suono riempie tutta la valle, Una chitarra di ossa e un basso d’avorio li accompagnano. Una voce, tanto potente da dividere il cielo stesso, annuncia la marcia degli eroi.

Fa il suo ingresso da dietro la collina IL BARBARO, prode guerriero in gonnella maculata, prima linea della compagnia. I suoi pettorali sono massicci e oliati affinché la lama del nemico non possa colpir di punta. Egli non indossa armatura poiché l’onore e l’intelletto non glielo permettono. I suoi muscoli sono gonfi come il suo ego, possiede la forza di duecento uomini robusti e si fregia delle innumerevoli cicatrici che il suo corpo sfoggia come fossero medaglie al valore. La barba del barbaro è folta e nera, prima ancor di tremare davanti al pesante spadone brandito da coppia di mani nodose, il nemico cede coraggio, innanzi alla folta, foltissima, barba del barbaro.
Al suo fianco il CAVALIERE AULICO prode anch’egli ma di maggior spessore intellettuale. Fonde il coraggio con l’astuzia e indossa la pesante armatura della nobile famiglia Ollopmar con orgoglio e determinazione. La sua spada è affilata come la sua nobile lingua e il suo scudo è robusto come le querce dei caseggiati di campagna. Figlio dell’agio e disciplinato studioso, sia di lettere che di tattica militare. Con la sua bellezza e le innumerevoli virtù è in grado di rapire il cuore delle dame e la dote ai lor signori. Egli è inoltre danzatore provetto, sia sulla nobile pista da ballo del Clero-Castello, che sul campo di battaglia.
Dietro di loro IL RANGER SELVATICO, colui che cela l’aspetto sotto un cappuccio, che vince di corsa gli stalloni e che mai, dico mai! Ha perso al gioco delle carte. Il suo arco è l’estensione del braccio e dell’occhio, le sue orecchie percepiscono il respiro di una mosca a una distanza di tre giorni di viaggio a cavallo. Agile come una libellula in primavera e lesto tanto di mano quanto di arguzia. Egli è il più scaltro del gruppo, con ballate e intricati tranelli mentali ammalia il gentil sesso, siano esse umane, piccole fatine, gigantesse o le splendide ninfee del lago Ogalnuèotseuq. E dove la sua oratoria non può, è la sua freccia a penetrare ancor più in profondità.
Chiude la fila il MAGICO MAGO, questo potente e attempato stregone ha passato la vita a studiare i segreti delle arcane scritture e ha imparato a controllare gli elementi che la terra ha da offrire. Il FUOCO arde i nemici, l’ACQUA disseta i compagni sfiniti, la TERRA lo guida e lo protegge, mentre il VENTO soffia in lui consigli. La magia scorre potente nelle esili dita del MAGO MAGICO, ma che dico magico: MAGICISSIMO! Indossa una tunica incantata che lo protegge dalle forze del male e i tre anelli magici delle virtù: calma, saggezza e buona volontà. Benché attempato, un bastone lo sorregge e incanala i suoi potenti incantesimi. nessuno può nulla, nemmeno le più orribili creature uscite dagli inferi, innanzi alla stregoneria della casata di Fulginor!
Infine, a capo della spedizione, IL RE, il signore di tutte le terre, colui che ha unito gli sconfinati regni del bene di Lampor! Colui che ha bevuto l’antica pozione dell’eterna giovinezza, custodita dalle tre sorelle stregacce con cura, tediosa, morbosa e folle ossessione. Colui che cavalca Varonno disaronno, lo stallone più veloce del regno, ma che dico del regno: dell’UNIVERSO! Lo sgominatore dei bruti, l’uccisore del satanasso rossastro-striato-cremisi, il diavolo delle campagne che ha rapito e divorato mille primogeniti, la cui testa bicefala bicornuta, è esposta davanti al ponte del castello come monito a tutti i diavolacci.

Cinque uomini, cinque eroi, partiti per la loro ultima e più importante missione: scendere nelle viscere della terra corrotta e affrontare il labirinto del male. Purificare, ripulire e all’occorrenza saccheggiare, fino ad arrivare alla maestosa sala del trono e sgominare una volta per tutte il temibile Robertus Tirannus, il signore del labirinto infestato di trappole, profeta dell’odio, il distruttore di regni, amante efferato, castigatore di dolci animali e padre della guerra. Robertus è come bava cementata sulla lingua di tutte le vedove, egli mette il formaggio sulla pasta al tonno, indicibilmente sacrilego, tronfio, arrogante, nauseabondo e peggio di tutte: PELATO!

Nella valle risuonava la musica proveniente dall’etere, segno che gli déi erano dalla parte dei nostri eroi. Avevano lasciato i cavalli poco lontano decidendo di procedere a piedi l’ultimo tragitto poiché moltissime strane storie venivano raccontate dai viaggiatori riguardo la valle di Rodrom. Si dice che la sola aria respirabile sia in grado di far impazzire gli animali, che la terra muti sotto i propri piedi e che le cose all’apparenza vicine siano in realtà irraggiungibili, mentre quelle lontane a un palmo dal naso.
Alcuni raccontavano dei loro compagni, che dopo aver visto un pozzo a pochi passi di distanza erano periti in una marcia senza soste di cinque giorni, mentre altri, che incuranti del pericolo, erano precipitati in un abisso che pareva loro distante.
Sopra la collina il grano era alto e l’erba brillante, dal basso, invece, ai nostri eroi si apriva uno spettacolo deplorevole. Man mano che si avvicinavano le granaglie avvizzivano, le acque cristalline diventavano putride e i coniglietti tutt’intorno mutavano sorrisi in sguardi tetri e circospetti.
Scesero, procedendo la camminata per alcune ore. L’inquietudine sarebbe parsa inaffrontabile persino al più navigato dei veterani ma la determinazione degli avventurieri era incrollabile, la loro volontà una montagna e il loro coraggio inestinguibile, poiché loro erano i più grandi eroi di tutta Lampor! e nessuno avrebbe osato affermare il contrario.

L’ingresso al labirinto era protetto da un incantesimo che ne impediva la vista, riflettendo il paesaggio, ma il magico mago ben lo sapeva. Sapiente studioso e attento ascoltatore ne era venuto a conoscenza molti anni addietro, ascoltando le innumerevoli storie affogate nel vino di una locanda. Brandendo il suo bastone e richiamando a sé le forze degli elementi recitò la formula magica. Le nubi vorticarono sopra la testa del gruppo, saette colpirono la terra lasciando solchi profondi come catacombe e squarciando gli alberi avvizziti. L’enorme portone si levò dal terreno con un terremoto, smuovendo sabbia e detriti, una nuvola di polvere li avvolse. La musica cessò e un’altra voce andò a sostituire quella del cantante. Un suono gutturale, aspro e malvagio, che mai, e ripeto MAI sarebbe potuto provenire da un essere di buon cuore. Era la voce dell’Overlord del labirinto, signore delle terre morte e padre del peccato. Robertus Tirannus, richiamato dalla potente magia del magico mago espandeva il suo grido dalla sala del trono fino all’ingresso, invitava gli eroi ad entrare, dove si sarebbero sfidati in un’ultima gloriosa battaglia.

La barba del barbaro si mosse più veloce del portare ed egli lanciò il suo grido di guerra, precipitandosi dentro oltre il pesante portone adornato di rune demoniache. Il gruppo lo seguì. Il re disegnò un sorriso privo di timore, la forza della giovinezza scorreva nuovamente in lui e sapeva che di li a poco sarebbe uscito vittorioso, trasportando la testa mozzata del suo più acerrimo nemico.

Giunti all’interno del labirinto il barbaro e il cavaliere passarono a fil di spada tutte le più orribile creature che il male mandava loro contro, esseri ributtanti, pelosi, viscidi e peccaminosi. Nei loro occhi gialli e acquosi si poteva leggere tutto l’odio che provavano per la razza degli uomini. Il ranger scorse e disattivò tutte le trappole che l’Overlord aveva per loro preparato, l’abile incappucciato correva sui muri, scoccava frecce precise, veloci e letali; mentre il mago illuminava loro la via, abbatteva le pareti e inondava le riserve di cibo nei sotterranei.

Robertus aveva costruito quel labirinto nel corso della sua lunga, lunghissima vita, centinaia e migliaia di anni a scavare, aggiungere stanze, preparare trappole, migliorarle e a unire incestuosamente gli esseri che l’abitavano provando ad ottenere creature sempre più cattive, impietose e pacchiane. Il labirinto si estendeva ormai per tutto il sottosuolo della valle del male, possedeva quattro ingressi magici e ognuno era protetto da uno specifico incantesimo. Robertus rimase sorpreso dalla facilità con cui il mago riuscì ad entrare, ma quello, non era che l’inizio. Ogni altra stanza sarebbe stata per il gruppo di avventurieri una sfida ad alto rischio mortale.

Ma i nostri eroi erano i più grandiosi, i più valorosi, i più astuti, i più forti eroici avventurieri del reame, ma che dico del reame: dell’UNIVERSO conosciuto!
E chi non apprezza i refusi eroici superlativi non potrà mai comprendere la grandiosità degli stessi.

Giunti nella sala magna, i nostri avventurieri trovarono Robertus ad aspettarli, accompagnato dai suoi cavalieri della morte più fidati. C’era perfino il nipote, con il suo migliore amico Greg, seduti in un angolo. I cavalieri della morte portavano pesanti armature nere a scaglie, solcate da un’aura azzurra che incessantemente percorreva sinuosamente tutto il loro profilo. Erano gli spiriti dei caduti, coloro i quali avevano avuto la sfrontatezza, o solo la sfortuna di sfidarli, ed erano periti, trapassati dalla lama demoniaca cattura-anime e intrappolati per sempre in quel viaggio che sarebbe stata la corazza dei loro carnefici. Le anime dei deceduti proteggevano e davano forza ai cavalieri della morte, si dice che Mortaccio, il loro generale, avesse sfidato e sconfitto più di un miliardo di guerrieri e, che ora, dopo migliaia di anni di conflitti, fosse pressoché imbattibile.

Robertus stava sul suo trono d’ossa, a dieci metri d’altezza, con la lunga vestaglia nera e rossa striata d’oro. Un arto accasciato su un bracciolo e l’altro che distrattamente accarezzava la spada Fendimi, la lama più longeva, affilata e bramosa di tutto… avete capito… Dell’UNIVERSO! Due metri di lama per quarantacinque di elsa, fabbricata con dell’ossidiana talmente opaca che nemmeno un giovane Grommoloc ci si sarebbe potuto specchiare.

Nel cuore del re non vi fu timore alcuno. «Robertus,» disse, la sua voce mai fu più regale. «siamo giunti fin qui per porre fine alla tua esistenza e alla tirannia che da tempo immemore minaccia il nostro mondo. Non ti è concessa resa alcuna per le tue azioni, e nemmeno la pietosa morte. Verrai annullato, cancellato per sempre da tutto e dal ricordo di tutti.»
Dopo aver pronunciato la sentenza il re si scagliò all’attacco alzando la sua nobile spada, tramandata di generazione in generazione e incantata dalla magia più impietosa mai esercitata: la magia dell’annullamento totale dell’esistenza.
Ma accadde qualcosa, il re si accorse di essere tremendamente stanco. La pozione della giovinezza rendeva infatti giovani solo di aspetto e di spirito, mentre le forze e la mente rimanevano quelle di un vecchio: con un sol colpo venne decapitato e dopo di lui tutti i più grandi eroi perirono quel giorno.

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