LE CRONACHE DI LAMPOR! IL GRANDE PIANO

LE CRONACHE DI LAMPOR! IL GRANDE PIANO

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«D’accordo Marco,» disse Alex, «la tua è una bella storia, ma ci siamo stancati delle solite favolette per bambini. I ragazzi di oggi vogliono vedere il male in azione! A nessuno interessano più i giovani eroi.»
«Che cosa hai mente?»
In quel momento una macchina sfrecciò lunga la strada, i fari baluginarono oltre il vetro della sala illuminando gli occhi di Alex che risplendettero in maniera indecifrabile. Occhi folli e divertiti, specchio sul mondo di una mente geniale e dissennata. «State a sentire.»

IL GRANDE PIANO

I goblin si accalcarono come mosche intorno a quello che teneva la pergamena. Era peculiarità dei goblin non ricevere un nome alla nascita, di conseguenza si riconoscevano tra loro per alcune caratteristiche momentanee tipo “quello che teneva la pergamena”, o “quello che sta zoppicando”, o ancora “quello che piscia contro il muro” o “quello sventrato”. Questo tipo di riconoscimento così aleatorio e mutevole causava non pochi problemi all’organizzazione sociale della razza, ma i goblin non sono mai stati famosi per il loro pragmatismo, o la ferrea disciplina.
Tutto sommato erano comunque riusciti a non auto estinguersi, c’erano difatti faccende e problemi ben più seri che affibbiarsi un nome, nella breve vita di un goblin.

Quello con la pergamena si arrampicò sopra una cassa e chiamò all’attenzione tutti gli altri. «Fratelli! Avvicinatevi fratelli. Ho un piano!»
Al sol nominare quella parola così carica di ingegno tutti i goblin si avvicinarono, ingobbiti e claudicanti sulle gambette storte. Un brusio incuriosito stava via via trasformandosi in un gran vociare, mentre i goblin ne chiamavano altri ad assistere al grande piano. Piano per che cosa era poi un mistero, ma se moltissime sono le faccende ignorate da un goblin e ancor meno le virtù, una fra tutte non aveva dubbio alcuno, ed era che quelle creature erano tanto curiose quanto appassionate.
Quello con la pergamena scrutò i fratelli dall’alto in basso, aspettando che si riunissero fitti fitti intorno a lui. Il gran vociare scemò, sempre di più fino a ridiventare il reverenziale silenzio che aleggiava nella caverna fino a poco prima, quando avevano appena finito di pranzare.
«Ci siamo tutti.» disse quello con la pergamena. «Quello che sto per mostrarvi è un accurato piano che mi è costato giorni e giorni di fatiche nella mente…» una pausa teatrale rimase sospesa nella stanza come uno gnoblar impiccato. «Attaccheremo gli elfi stanotte! Quando saranno disorientati dal buio!»
Storica difatti, l’eterna faida tra goblin ed Elfi, e chi erano loro, creaturine insignificanti in quella abbietta caverna, per discostarsi da siffatta ostilità.
Con gesto magistrale il goblin che aveva tanto pensato srotolò la pergamena fino a terra e la tenne sollevata con una mano, mentre un suo collega, precedentemente istruito, si affrettava a estrarre una bacchetta con la quale picchiettò professionalmente sull’unica figura rappresentata. Il piano consisteva infatti in un’unica immagine, raffigurante tre omini stilizzati con le orecchie a punta (da goblin) e diverse lineette nere, che partendo da questi andavano a colpire un unico omino stilizzato, con le orecchie a punta (da elfo).
Ora, ad un occhio disattento il piano poteva sembrare sciocco e grossolano, ma soltanto inoltrandoci nella labirintica mente di una di quelle creaturine possiamo carpirne le mille e più colorate sfaccettature.

I tre goblin stilizzati dovevano rappresentare la moltitudine degli stessi: l’orda, la marea verde, il loro grande, malvagio e inarrestabile esercito. Mentre le lineette nere rappresentavano gli attacchi che costoro avrebbero sferrato agli ignobili elfi, raffigurati da un unico omino poiché erano di meno.
Gli esserini stettero ad ascoltare a lungo il piano d’attacco di quello con la pergamena e questi si dilungò in inutili e contorti discorsi, in certi casi si inventò delle parole e volentieri ne usò a sproposito, senza mai giungere a una vera conclusione. I goblin comunque persero velocemente l’attenzione e non lo ascoltarono. A loro bastò sapere di avere un piano, un vero piano, Stampato su carta!
Uno di loro disse: «Dovremmo far approvare il piano al nostro Re.»
Ah, la burocrazia! Chi l’avrebbe mai detto che perfino nelle sudice caverne la popolazione dovesse sottostare a siffatta macchina soporifera, eppure, nessuna società che voglia dirsi tale può scamparvi. Ecco così che vediamo apparire figure come quella del goblin tesoriere, riconoscibile da un borsello tintinnante legato alla vita; quella del goblin notaio, con una vestaglia bianca legata a una spalla, il ministro degli interni, con una candela appiccicata all’elmo per permettergli di internarsi nelle profondità della caverna; e quella del goblin assessore, che non è riconoscibile da nulla e spesso non viene considerato.
Seguito da un gruppetto di fedeli galvanizzati, quello con la pergamena, che ora aveva guadagnato anche l’appellativo di quello con il piano, si precipitò di corsa dal suo Re, per esporgli il frutto del suo ingegno e farselo approvare.
Le caverne dei goblin erano nere come l’anima di un cavaliere della morte, puzzavano di zolfo e di cloro e nelle loro profondità accadevano cose che nessun essere dotato di orecchie avrebbe mai voluto ascoltare: incesti, brutti gesti, spazzatura senza cesti e incontri con goblin indigesti.
E se vi dicessi… che vi sono pure goblin senza vesti?! (vabbé qua sto delirando).

Il re dei goblin si trovava nel piano terzo. Il suo trono era composto da ossa calcificate e pezzi di ferraglia parzialmente fuse, alla base dello scanno sbucavano pezzi di elmo e punte di ascia, legati insieme da femori e crani delle razze più disparate. I piccoli snotling del Re giocavano a rincorrersi intorno al trono con spade di legno, mentre la regina stava svaccata obesa e sorridente sopra una moltitudine di sudici cuscini merlettati.
«Che c’è?» chiese burbero il re dei goblin con voce gracchiante e fastidiosa.
«Signore, signore.» disse quello con il piano. «Vorrei far vedere a lei il piano che io ho pensato.»
Il re rise di gusto. «Tu hai pensato? Non farmi ridere! Anche se l’ho già fatto! Ma sentiamo, sentiamo, sono curioso, che cosa hai pensato?»
«No sentire. Guardare!» quello con il piano srotolò la pergamena e si prodigò in un secondo discorso ancora più insensato e contorto del primo, perfino quello con la bacchetta, precedentemente istruito, faticò a stargli dietro e più volte sbagliò nell’indicare una o l’altra figura. Quando ebbe terminato il re era parecchio confuso ma non poteva mostrarsi stupido davanti ai suoi sudditi, così, si grattò il mento, guardò la sua signora che scrollo le spalle e, con gesto di mano, approvò il piano e ordinò venisse attuato quella sera stessa.

I goblin erano entusiasti di dare una lezione a quei bacchettoni degli elfi e per riconoscersi tra la folla, quello con il piano (e la pergamena) si mise una corona di lische di pesce sulla testa, fabbricata lì per lì dagli avanzi del pranzo. Ci stava prendendo gusto a inventare le cose.
Per quanto potesse essere efficace però, il piano mancava di un elemento fondamentale: ovvero che i nostri non avevano la benché minima idea di dove si trovassero gli elfi.
Fu in quel momento dunque, che il gran pensatore capì che il suo rimuginare sui pensieri non aveva condotto poi a molto e che per compiere con successo un’impresa ardita come quella di un agguato era fondamentale almeno una cosa: ovvero degli assaliti, coloro che dovevano essere trucidati e derubati, qualcuno da attaccare… il nemico insomma.
Ma se il goblin pecca di arguzia e prende più granchi di qualunque altra creatura senziente di Lampor! è anche vero che non elemosinerebbe mai audacia. Così, con dedizione e spirito d’avventura, il gruppo d’agguato goblin si mise alla ricerca degli elfi e fortuna volle che ne trovarono una mezza dozzina accampati nei pressi di una vecchia torre, che bivaccavano durante un lungo viaggio diplomatico di ritorno da Acibsel, capitale delle Amazzoni guerriere.
«Quelle signorine sono forti, ma per niente femminili.» stava dicendo un elfo dalla erre moscia con la pelle tiratissima, candida come uno sputo dopo aver bevuto molta acqua.
«E vogliamo parlare del loro trucco?» disse un secondo dalla voce femminile oscillando il polso. «Sembravano piuttosto pitture di guerra. Pitture che il mio assistente per due monete di bronzo faceva meglio.»
I goblin si posizionarono dietro l’ultima fila di alberi prima della piana in cui sorgeva la vecchia torre. «Gli elfi sembrano forti.» sussurrò un goblin con una bella cicatrice sulla guancia.
«Sssh! Cosa dici? Guarda quei polsini minuscoli, come fanno a impugnare i ferri con quei rametti? Ricorda il piano!» quello con la pergamena glielo sventolò d’innanzi al naso.
«Io non lo ricordo più.» disse uno dall’ultima fila.
«Me lo ricordo il piano!» disse quello con la cicatrice, poi agguantò la pergamena e la buttò per terra. «È un buon piano, ora andiamo e portiamolo  termine!»
«D’accordo, seguitemi e fate quello che faccio io!» il collega precedentemente istruito gli si affiancò.
«Estraete le armi!» tutti eseguirono. Rivelando accette, mazzette, frustini, bastoni, spadini e pugnali.
«Gli elfi non sanno che siamo qui!» disse al gruppo, sbagliandosi.
«Col favore della notte non ci vedranno arrivare!» e si sbagliava.
«Noi vinceremo!» e si sbagliava.

I goblin corsero fuori dagli alberi galvanizzati dal buon discorso, purtroppo per loro però, gli elfi erano abilissimi nel vedere di notte e disponevano di un udito sopraffino, tant’è, che dopo pochi metri sei di loro vennero falciati da una salva di frecce.
Ma i goblin non demorsero. Le linee scure rappresentate sulla pergamena potevano anche rappresentare delle frecce, questo non è dato saperlo, e non avendo né capo né coda, quelle frecce non per forza dovevano provenire dagli attaccanti, potevano anche arrivare dai difensori, a rigor di logica il grande piano stava ancora funzionando.
Altri sei di loro vennero colpiti a morte dalle frecce, mentre saltellando percorrevano la distanza che li separava dalla torre, altri sei vennero uccisi mentre scalavano quest’ultima e solamente due loro morirono precipitando.
Ma ce l’avevano fatta! Dopo aver percorso quell’ultima fatica un manipolo di goblin si trovò tosto di fronte agli elfi e qui, tutti quanti i rimasti impararono a costo della vita che la forza non serve quando sei un maestro di spada.
Il collega precedentemente istruito non era stato informato dell’ignobile fine che lo aspettava, ignobile perfino per un sudicio goblin. Eppure il piano aveva smosso in lui un sentimento così immenso e profondo da convincerlo a seguire quello con la pergamena. E a noi piace pensare che sia morto così, indicando quel glorioso piano un’ultima volta. Cadendo in battaglia sopra quella pergamena, disegnata e pensata con cura da un goblin capace di rischiare per un mondo diverso, un goblin capace di sognare.

Questa storia insegna che non importa quanto tu sia convinto di una cosa, quanto abbia studiato o quanto ti sia impegnato per portarla a termine. Perché se nasci goblin, muori come un goblin.

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