Mese: Luglio 2020

Ciao e benvenuto sul mio sito

Ciao e benvenuto sul mio sito

Sono Andrea Boccolari e scrivo cose.

Qui potrai leggere in tutta libertà i racconti che verranno rilasciati ogni settimana e trovare i libri da me pubblicati.

Fai un giro nelle varie sezioni e lascia un commento. Se i racconti ti sono piaciuti stampali e appendili in cameretta, oppure bruciali in un rito al Dio che preferisci, o dilettati nel farmi una macumba. in un qualche modo, con la mia scrittura spero di lasciarti qualcosa.

Se ti sono piaciuti tanto falli leggere ai tuoi amici e passagli il libro che ho scritto. Se vuoi pubblicare qualche estratto fallo pure, ma almeno abbi la compassione di citarmi.

Si fanno molti più lettori raccontando di un solo padre che ammazza il proprio figlio,
che di mille padri, i cui figli li educano con amore

Bokko Trash

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

Lo Strano caso del Dottor Poirot… Capitolo 1

LO STRANO CASO DEL DOTTOR POIROT

Una mazzata dietro la nuca è davvero qualcosa di inaspettato.
È come un colpo di fulmine che spezza la nostra routine, come uno zampone trovato dentro l’uovo di
pasqua, il miele sul formaggio o le urla della vecchia vicina di casa gattara.
Ed è solo quando tutto si fa buio che puoi cominciare a essere te stesso.

EDOARDO

Aveva visto il tempo passare attraverso la vetrata di una finestra. Il cielo, dapprima azzurro, si era inscurito passando per toni violacei e rosa, per poi arrivare al nero completo illuminato solo dalla luna.
Si risvegliò il mattino dopo sicuro di non aver mai dormito e di essere rimasto in quella posizione per ore. Gli scappava da pisciare e la prima cosa che notò era che per puro miracolo non se l’era fatta addosso.

Ma perché si ritrovava supino? Alzò la testa dal duro terreno rimanendo appoggiato coi gomiti a terra; è sempre bene rimanere ancorato al suolo in questi casi, si ripeteva tutte le volte che succedeva. Il contatto con esso aiuta a comprendere meglio la situazione mentre rialzarsi ti provoca vertigini rischiando di farti cadere ancora, soprattutto quando senti male alla testa. Si toccò la nuca e lo stupore nel vedere la mano sporca di sangue rappreso era tale da lasciarlo a bocca aperta. Era così sconcertato del fatto che il sangue fosse rappreso e si fossero formati dei crostoni… da quanto tempo si trovava lì? Di sicuro aveva la testa dura ma non era certo di cosa potesse essere successo. Si guardò intorno alla ricerca di qualche indizio che lo aiutasse a comprendere cosa potesse essere accaduto. Sembrava uno studio di quelli che si vedono nei gialli, quelli dei grandi dottori, capoccioni di altri tempi che parlano con termini incomprensibili pensando che tutti possano capirli, ignorando che le persone normali
discutono in maniera molto più semplice; sembra che i loro studi abbiano resettato questa consapevolezza. Sopra una libreria vide un piccolo volume con la parola Genesi sulla costa e questo lo portò a pensare ai suddetti capoccioni. Avrebbero potuto utilizzare il termine Creazione, sicuramente più d’impatto, evitando
così il rischio di incomprensioni da parte di tutta quella fetta di popolazione meno avvezza alla scienza e con un calibrato credo religioso, ma non lo avevano fatto. Se non fosse stato mezzo morto non gli sarebbe dispiaciuto argomentare la questione davanti a un whisky, ma in giro non vi era nessun capoccione o essere dal cranio normodotato, tant’è che lasciò perdere.
La sua mente stava già divagando.

Si riscosse, si rialzò lentamente e, in preda ad altre elucubrazioni si accese nella sua mente un’altra parola, in quel momento decisamente più favorevole: Nemesi.
Nemesi perché di sicuro qualcuno lo aveva pestato lasciandolo lì a morire, e doveva aver pensato di essere riuscito squisitamente nell’impresa, poiché Edoardo aveva interpretato il ruolo del morto talmente bene che fino ad allora ci aveva creduto pure lui.
Ma chi era la sua nemesi? E perché aveva cercato di ucciderlo? Le cose si facevano nebulose e gli scappava veramente tanto la pipì. Cercare tracce del suo carnefice mentre era distratto da questi bisogni fisiologici di sicuro complicava la situazione, ma non voleva lasciare quella stanza senza almeno un indizio su quanto potesse essergli accaduto. Urinò nella pianta di ficus svuotandosi da quell’incombenza, tanto non si sarebbe lamentata, e pensò che se ci fosse stato anche qualcosa per il mal di testa che stava iniziando a far pulsare le sue meningi sarebbe stato il massimo, ma dovette sopportarlo.
Tornò ad analizzare la stanza, guardò gli angoli del soffitto e appurò che c’erano ancora tutti e quattro. Ti immagini che stramberia scoprire che ne manca uno? Si disse quasi divertito.

L’odore acido della minzione si fece spazio nella stanza, forse aveva commesso una mossa falsa dettata dall’urgenza, ma si decise a continuare, i serial alla televisione dicevano che bisognava battere la pista finché era calda, ed era quello che aveva intenzione di fare.
Lo studio aveva qualcosa di strano, qualcosa di diverso dai classici studi archetipi dei gialli, non aveva sedie imbottite, mobili in mogano o di noce antico, nessun portasigari o minibar, non aveva drappi rossi alle finestre e neppure fotografie di persone indiziabili. Solo una cosa lo colpì più di tutte: una teca di vetro in
una zona ben illuminata dal sole che faceva capolino dalla finestra, con al suo interno alcuni libri dall’aspetto antico. Si avvicinò e ne esaminò il contenuto. Il suo occhio scaltro aveva già ben notato che nella libreria erano contenuti per lo più libri di saggistica, mentre all’interno della teca erano tutti gialli, o almeno così gli era dato di pensare, poiché gli unici titoli che conosceva corrispondevano a quelli che leggeva sui dorsi e la sua tesi veniva avvalorata dalla famosissima copertina dell’omonimo colore.
Qualcuno aveva rotto la teca per prendere qualcosa al suo interno; nel notarlo si sentì stupidamente perspicace e decise di guardarli meglio per capire se qualcosa accomunasse tali libri e perché fossero contenuti lì dentro. Ne estrasse uno da un buco sul lato sinistro.

Il volume che aveva in mano era una prima edizione de Assassinio sull’oriente express, firmato da Agatha Christie, lo sfogliò senza trovarvi nulla degno di nota e rimise il volume all’interno della teca, amareggiato.
Ancora non capiva.

Rimase impalato per un lungo periodo davanti a quella colonna di vetro ora informe. In realtà aveva perso ogni cognizione del tempo e ragionava su possibili collegamenti tra cose a lui ancora del tutto ignote. Ad esempio su chi lo avesse assalito, per quale motivo, se il suo aggressore fosse lo stesso che aveva rotto la
teca e se esistesse un collegamento tra i libri gialli e lo studio nel quale si trovava.
Quando si accorse che non riusciva a formulare pensieri nonostante avesse fatto riposare il suo cervello a sufficienza, si convinse che doveva esserci una spiegazione più semplice per la sua aggressione, e fu allora che vide il block-notes.
Era buttato per terra sotto la scrivania, un pezzo di pagina bianca faceva capolino da un angolo in ombra, che l’irradiazione preponderante stava via via dissolvendo. Si abbassò per raccoglierlo e questo fu il suo primo grande errore della giornata. Prese una testata contro uno spigolo e cadde rovinosamente all’indietro con le mani sulla fronte esternando una lunga serie di imprechi.
Ma era scemo o cosa? Si domandò incredulo.
Probabilmente cosa.

Accettata la risposta strisciò dunque fino a raccogliere il blocchetto e in un attimo tornò felicissimo, finalmente avrebbe potuto trovare qualcosa di importante, un indizio in grado di dipanare quel mistero. Lo aprì.
Lo trovò bianco.
Sul suo volto era sicuro si fosse dipinto un sorriso al ritrovamento, sorriso poi completamente cancellato dalla delusione. Rimase ancora un po' per terra a massaggiarsi la fronte e a bestemmiare per meritarsi un posto all’inferno.
Terminata la frizione cutanea, nella sua mente si accese una lampadina e si ricordò il più classico dei trucchi, quello della matita. Si alzò velocemente cercandone una sulla scrivania e trovandola incastonata come un gioiello in un bellissimo portapenne di ottone lavorato. Iniziò a sfregare la grafite in maniera omogenea sul foglio del block-notes, certo che sarebbe apparsa una scritta.
Niente.
Nessuna scritta, nemmeno un disegnino.

Imprecò mentalmente rigirandosi il blocchetto fra le dita, fino a quando non si accorse della frase scritta dietro la paginetta che aveva impietosamente scarabocchiato.
Il volto riprese quel sorriso demente e la sua bocca diede voce al suo primo pensiero di senso compiuto. «Bingo!» poi si rese conto che forse non era una frase così ad effetto come aveva pensato, considerando che non vi era nessuno ad ascoltarlo.
La frase sul block-notes era: cercare il dottor Poirot…
Un urlo improvviso lo fece sobbalzare come una femminuccia, incespicò con le mani perdendo la presa sul libricino e cominciò a balbettare in maniera incoerente varie vocali dell’alfabeto.
Ecco il qualcuno, finalmente.

Il block-notes cadde di nuovo sotto la scrivania e lui si voltò verso la fonte della paura. Era la cameriera, che agitava davanti a sé il suo spolverino e urlava con una voce roca e sottile, ricordandogli il suono di una lama arrugginita che veniva estratta da un cadavere mummificato, che era una similitudine assurda, ma quella che secondo lui rendeva al meglio l’idea.
La donna era carina, una giovincella alle prime armi vestita in maniera abbastanza spartana che nella sua mente aveva già trovato posto con vestiti classici da camerierina di commedia erotica; sembrava spaventata e puntava minacciosamente l’attrezzo senza troppa convinzione. Probabilmente tradiva la sua paura giustificata dalla consapevolezza che, se avesse voluto, lui le avrebbe spezzato entrambe le braccia senza la minima difficoltà, assodato che c’erano meno muscoli in lei che nelle zampe di un piccolo passerotto appena nato.
Dipanato lo sgomento e raccolto il savoir-faire, Edoardo se ne uscì con una frase da duro, fingendo di cercare un pacchetto di sigarette che non aveva, e facendo una figura da scemo magistrale sembrando un cretino che si spegneva tanti micro-incendi sul corpo.
«Non avere paura piccola, è tutto ok,» disse ricomponendosi. «Ormai ho finito il mio lavoro qua dentro ed è ora che me ne vada da qui.» Inarcò il sopracciglio sinistro e fece due passi in avanti muovendo il più possibile le anche.
«Ma lei chi è?» la cameriera urlò senza rendersene conto, con una voce graffiata che sembrava uscire dall’inferno dei passerotti.
«Non è importante chi sono, ma quello che sono» pausa teatrale. «Di sicuro quel che potrei fare!» Allungò i pugni verso di lei, certo della minacciosità delle macchie di sangue rappreso tra le dita. La cameriera iniziò a tremare.
«Ma il dottore sa che è qui?» chiese la donna titubante ormai priva di speranze.
«Il dottore? Sicuro.» Alla nomina di un terzo personaggio, nonché indiscutibile carica sociale di spicco, le cose iniziarono ad assumere un contorno, accompagnate da quell’odore affumicato e piccantello che hanno i misteri che conducono a un’indagine.
Edoardo ricacciò il dispiacere che provava per aver messo paura alla donzella e rimase nel personaggio. Il suo sguardo fulminò quello color nocciola di lei, e intanto si diresse verso il quadernetto, lasciato a terra nella stessa identica posizione di prima. Una volta arrivato si piegò per raccoglierlo e picchiò la testa per la terza volta sulla scrivania, imprecando come un dannato per il dolore fitto alla tempia.
Il viso della cameriera si tramutò da pauroso a sconvolto, accentuando deliziosamente l’incurvatura di un sopracciglio gabbiano-forme e lui si rese conto di una cosa: come la terza volta? Ma allora era proprio scemo.
Barcollò per un momento con il block-notes stretto in una morsa. «Non si preoccupi,» disse. «Ordinaria amministrazione.» Poi si diresse scattando verso la scialbetta che non era ancora riuscita a scuotersi dalla paralisi che la bloccava. Mentre fuggiva, Edoardo riconobbe appeso alla maniglia della porta il suo cappello grigio a tesa larga, lo agguantò e si mise a correre verso una possibile via d’uscita da quel maniero gigantesco.

Sentiva solo il tap tap dei suoi passi per gli androni, il ché significava che per sua fortuna la donna non lo stava seguendo. Credeva di cavarsela in poco tempo, ma dopo un paio di svolte ancora si ritrovava in corridoi deserti. Era veramente fastidioso non trovare una porta, ma dove cazzo era finito? Poi finalmente la luce. Non chissà quale luce abbagliante di salvezza, era solamente una grossa porta nera in metallo socchiusa, che lasciava penetrare una lieve sfumatura di sole. La spalancò e si buttò all’esterno.
Fu allora che lo struzzo lo lasciò di stucco.
Lo osservava da dietro uno steccato di legno, mentre sbatteva gli occhioni e dei moschini nerissimi
ronzavano annoiati intorno al suo becco.
«E tu chi saresti?» gli chiese beffardo.
«E chi saresti tu, scusa?» rispose lo struzzo, altrettanto beffardo.

Astropizzeria

Astropizzeria

sottotitolo: pizze galattiche per gatti quantici

Il giovane Timmy giocherellava stravaccato sul divano, con il palmare che il padre aveva lasciato incustodito. Completato il livello la pubblicità partì immediatamente, accompagnata da una suoneria. Una di quelle canzoni pop che entrano in testa per rimanerci a lungo, aiutata anche dal fatto che un team di ricercatori, una ventina di anni prima, era riuscito a scovare la melodia giusta che plasmava la mente delle persone per aiutare le aziende a vendere. Era stata soprannominata Market Jingle, o MJ. L’opinione pubblica ne era a conoscenza, ma una volta ascoltata, accompagnata da immagini e offerte d’acquisto, non si aveva scampo: i livelli di dopamina e serotonina si alzavano e si era inevitabilmente più sereni e propensi a spendere. La federazione ne aveva limitato gli usi, ma alcune grandi aziende riuscivano comunque a trovare il modo di inserire la melodia nelle loro pubblicità.
Tempo cinque secondi di jingle che una voce squillante annunciò: Le leggi della fisica non hanno più misteri! Venite all’Astropizzeria per provare la pizza quantica! Un’esperienza all’orizzonte degli eventi!
Più in basso una scritta gialla lampeggiante recitava: Portate anche il vostro gatto!
Gli occhi di Timmy si illuminarono, e pensò che non poteva sottrarsi a una sana dose di molestie rivolte ai genitori. Doveva assolutamente assaggiare la pizza e raccontarlo ai propri amici.
Un ignaro Orione, il gatto persiano di Timmy, passava sfortunatamente di lì. Il ragazzo si ribaltò giù dal divano, lo raccolse al galoppo come fosse un sacco di patate, benché le patate fossero ormai estinte, e corse dai genitori. Orione, che era troppo pigro e grasso anche solo per pensare di divincolarsi, accettò il rapimento con fatalismo cosmico, proprio dei gatti domestici che abitavano fuori dagli anelli.
Timmy trovò i genitori in cucina. Il padre seduto sopra uno sgabello ergonomico che preparava dei panini, e la madre che rassettava la casa tramite l’apposita App.
«Papà, papà! Dobbiamo andare all’Astropizzeria a mangiare la pizza quantica.»
«Te lo avevo detto che prima o poi sarebbe accaduto,» disse distrattamente la madre, «era solo questione di tempo.»
«Il tempo è relativo.» mugugnò il padre senza togliere gli occhi di dosso dalla crema spalmabile.
Timmy conosceva bene quella tattica e assunse la sua espressione da battaglia. Con qualche scossone avrebbero ceduto. Prese a strattonare la camicia del padre saltellando come un razzo cui era stato fatto il pieno di carburante sbagliato, mentre Orione, stretto nel suo braccio, rimpiangeva con sguardo vacuo il fatto di essere così grasso e di aver appena mangiato. D’altronde, Orione aveva sempre “appena mangiato” e la sua coscienza felina ne era ben consapevole. Scrollando le spalle come solo i gatti sanno fare, rimpianse sé stesso.
«Questa volta no, Timmy.» disse severo il padre appoggiando il coltello. «È troppo cara e non possiamo permettercela.»
Il ragazzino alzò il braccio libero e lasciò che fu il telefono a parlare, appiccicandolo al naso del padre: Solo per questa settimana sconto MegaGalattico! Provate la pizza quantica al costo di una pizza normale!
A quel punto anche la madre lasciò perdere l’App di casa, il cui banner pubblicitario in basso a destra recitava con volume al minimo le stesse cose del palmare di Timmy. Si voltò verso il marito e, con uno sguardo d’intesa, i due coniugi si diedero l’ok. I panini preparati dal padre erano sempre troppo asciutti e  quella poteva essere una cosa da raccontare ai colleghi il lunedì successivo.
«D’accordo,» dissero all’unisono i genitori, «ma prima sistema i tuoi giochi.»
Timmy levò le braccia al cielo con un risolino di gioia lasciando Orione in balia della forza di gravita. Il gatto roteò in aria compiendo due giri completi, miagolando sommessamente descrisse una parabola perfetta e atterrò in piedi tremante, con esito improbabile, sui braccioli del divano.
Timmy corse in camera a sistemare frettolosamente i giochi: il piccolo fisico e la fabbrica dei quanti vennero buttati dentro l’armadio senza troppe cerimonie, impilò le sue riviste su una sedia in un’unica colonna traballante e frastagliata e corse a vestirsi.
Dieci minuti dopo la famiglia era già in macchina.

Un arcobaleno di stelle luminose circondava tutto il complesso, donando luce all’intero parcheggio e facendo brillare lo spazio intorno a esso per parecchie centinaia di chilometri. Timmy, con la faccia premuta contro il vetro, rimase a bocca asciutta davanti a quello spettacolo. Si poteva addirittura vedere dallo spazio da quanto era grande!
Atterrarono in una delle ultime file del parcheggio strapieno. Era venerdì sera e per un raro colpo di fortuna erano riusciti a prenotare un posto. Una famiglia, con lo stesso numero di componenti, tre persone e un gatto, aveva rinunciato proprio dieci minuti prima. Che cosa improbabile!
Orione ballonzolava stretto tra le braccia di Timmy, con le zampette pelose che venivano sconquassate di qua e di là sotto la forza centrifuga provocata dai saltelli di gioia del ragazzino. Finché, da lontano, videro finalmente gli ingressi.
L’Astropizzeria era un edificio enorme a forma di razzo spaziale, presa in gestione dalla precedente attività commerciale Pianeta Pizza. A questa erano stati aggiunti due grossi silos, per contenervi tutto il formaggio e il pomodoro necessari all’impresa, che svettavano sul retro come razzi d’emergenza.
All’ingresso c’era un gran via vai di gente, che entrava e usciva dalle numerose porte. Di fronte a loro volteggiava a mezz’aria un uomo con una tuta spaziale a forma di pizza, che salutando gli ospiti consegnava loro un buono omaggio per una seconda serata. Il padre lo prese con cortesia ed infine entrarono, varcando la porta girevole automatica.
Giunti all’interno aspettarono vicino al bancone di una reception, vuota. Timmy si guardò intorno: l’interno del locale non era come se lo era immaginato. Un edificio di quelle dimensioni doveva contenere centinaia, se non migliaia o miliardi di coperti, per sopperire alla richiesta proveniente da tutta la sezione della galassia. Il trambusto doveva essere assordante mentre orde di ragazzini scalmanati si rincorrevano tra i tavoli insieme ai loro gatti. Invece era tranquillo, troppo tranquillo.
Si trovavano in un corridoio dal pavimento grigio chiaro, sopra un tappeto rosso che proseguiva lungo il corridoio. Le pareti erano illuminate da neon multicolori che lampeggiavano e si muovevano grazie all’aiuto di fari automatizzati. Il gioco di luci proiettava sui muri figure mutevoli che si fondevano una con l’altra, tramite oculate dissolvenze: paesaggi incontaminati presi dai vari mondi della federazione, porzioni di spazio cosmico costellati di nebulose, asteroidi, pianeti. Da invisibili altoparlanti proveniva una musica da radio. In quel momento la canzone era l’ultima delle tante versioni riproposte nella storia di Don’t stop me now, arrangiamento originale dei Queen. Ai lati del corridoio c’erano moltissime porte, una ogni sei metri circa, all’apparenza spesse come quelle di un bunker antiatomico, ma eleganti. Decorate con simboli sgargianti incisi nel metallo e aforismi in lingue aliene che il ragazzo non riusciva a decifrare.
Timmy si accorse che il corridoio proseguiva per parecchio, diramandosi oltre la loro vista. Perfino il rosso acceso del tappeto su cui si trovava si perdeva nell’oscurità, data dalla distanza. Si chiese quanto avrebbero dovuto camminare se fosse stato assegnato loro uno dei tavoli in fondo, cercò di scorgerne la fine ma la sua percezione si distorse, allungandosi e stringendosi. In quel momento, sollevandosi sulle punto con il naso all’insù, avrebbe giurato che il corridoio fosse infinito.
Vide una famiglia uscire allegramente da uno dei loculi più vicini. La porta si aprì con un sibilo, rilasciando una densa nuvola di fumo che congelò istantaneamente gli stipiti intorno. I membri della famiglia erano bardati come astronauti, con caschi sulla testa e una strana tuta spaziale chiusa ermeticamente. Come avevano fatto a mangiare in quelle condizioni?
All’improvviso, dal nulla, apparve il cameriere, come materializzato dietro il bancone. «Buona sera signori, benvenuti all’Astropizzeria. Avete prenotato?»
Il padre sobbalzò e, ancora disorientato per l’apparizione, gemette un timido «Sì.»
«Nome?»
«V-Vigliotti.»
«Molto bene, se volete seguirmi.» Il cameriere digitò un paio di cose sul palmare personale allacciato al polso. Sorrise e si posizionò sul nastro trasportatore sotto i loro piedi, cosa che Timmy non aveva notato perché il nastro era lo stesso tappeto rosso.
Partirono lungo il corridoio a velocità sostenuta, ma nonostante questo i loro corpi si mossero appena. Evidentemente il locale era provvisto di un regolatore di gravità, pensò il ragazzo. Molto all’avanguardia. Affrontarono diverse svolte e ad ogni curva il nuovo corridoio sembrava infinito. Persero la cognizione del tempo ammirando le porzioni della galassia che si materializzavano intorno a loro grazie ai giochi di luci sulle pareti. Timmy si esaltò sentendosi come un cosmonauta disperso nello spazio profondo, saltellando sul nastro con un’espressione così felice che solo un bambino con il pallino della fisica e dello spazio poteva assumere. Anche Orione si esaltò, sentendosi come un cosmogatto disperso nello spazio profondo, quindi da schifo e, cacciando rispettosamente la testa di lato, rigettò una pallina di pelo.
Dopo tre minuti di corsa si fermarono e il cameriere aprì loro una delle porte.
La sala era pulita e luminosa, con un ampio spazio tra un tavolo e degli armadietti decorati sulla parete opposta. Molto accogliente, nonostante si trovassero dentro una specie di capsula isolata dal mondo esterno. Sulla tavola era imbastita una tovaglia a quadri rossi e bianchi, con sei bei piatti rotondi di ceramica della grandezza di un volante da cargo spaziale. Completavano la mise posate e bicchieri classici.
«Per i signori è la prima volta?» chiese il cameriere.
«Sì. È la prima volta.» rispose la madre accomodandosi intimorita ed eccitata al tempo stesso. Le sembrava di essere finita nelle viscere di una base militare.
«Molto bene, allora vi spiego tutto. Per prima cosa il vostro tavolo, o “la capsula”, come piace chiamarla a noi…»
«Aspetti.» lo interruppe il padre, «abbiamo visto la pubblicità e controllato sul sito ma è sicuro che non c’è nessuno problema per il gatto?»
Orione si stava rimettendo dalla gita nello spazio oscillando sul posto, miagolò piano, cercando la compassione di quegli esseri. Proprio non gli andava di essere sbattuto fuori al freddo, o a riaffrontare quel corridoio maledetto le cui luci stroboscopiche gli avevano scombussolato i sensi da gatto.
«Non si preoccupi,» rispose cordialmente il cameriere, «come vede gli ospiti non hanno interazioni tra di loro perciò il vostro gatto non è assolutamente un problema.»
«D’accordo.» rispose il padre, poi mugugnò pensieroso. «E proprio riguardo a questo non avere a che fare con gli altri, non è un po’ asfissiante?»
«In verità molti nostri ospiti apprezzano questo tipo di servizio, comunque non si preoccupi, durante la cena avrà modo di cambiare idea.»
«Lascialo continuare, Marcel.» lo ammonì la moglie, «nessuno vuole sentire i tuoi borbottii. Mi scusi, prego.»
Il cameriere abbassò impercettibilmente la testa. «Nessun problema, come dicevo, l’ambiente della capsula può essere regolato tramite questo telecomando, così come la musica. Abbiamo di tutto: pareti e musica da discobar, uno stile da taverna, western del diciannovesimo secolo, mensa da base aerospaziale e così via. Potete scegliere il tema che preferite. Ora è impostato su standard, cioè lo stile classico Italiano anni cinquanta del ventesimo secolo. Il più apprezzato all’esterno della via lattea.» il cameriere si coprì garbatamente la bocca con le dita concedendosi un sorriso, poi continuò. «Per quanto riguarda la tavola è olografica, perciò potete cambiare forma e colore anche a quella. Non abbiate timore di romperla, può sopportare una forza impressa pari a quella della massa terrestre. Infine, questo è il nostro menù.» consegnò loro eleganti depliant color crema ripiegati in tre parti, «Posso passare a prendere personalmente le ordinazioni o potete utilizzare il metodo classico, tramite la schermata sul tavolo, dove ovviamente, trovate il menù completo; come preferite.»
«Che ne dici caro? Proviamo come si faceva una volta?»
Marcel scrollò le spalle, «Perché no.»
«Molto bene, come ultima cosa vi chiedo gentilmente di indossare le tute che troverete dentro quegli armadietti.»
La madre assunse un’aria preoccupata, «Sì, avevamo letto che bisognava indossare delle tute… ma… poi come faremo a mangiare?»
«Non ci sarà bisogno di mangiare, non nell’accettazione comune del termine.»
La famiglia sbarrò gli occhi. «Cioè?» chiese la madre.
Il cameriere sorrise ancora, professionalmente. Quella parte lo divertiva sempre. «Lasciate che vi spieghi. La pizza quantica segue le leggi della fisica quantistica, non di quelle della fisica reale. Per permettere ciò, la vostra capsula dev’essere portata ad una frazione di grado dallo zero assoluto, sottovuoto e schermata dalla luce. Senza quelle tute, beh, voi rimarreste uccisi.»
A Timmy si illuminarono immediatamente gli occhi, mentre il padre chiedeva con una punta di apprensione: «Ma tutto questo è… sicuro?»
«Siamo aperti da due anni e non abbiamo avuto nessun problema, giorno per giorno effettuiamo controlli sulle apparecchiature e ogni nostro cliente ne è uscito soddisfatto.»
«Ma sì, Marcel, non c’è nulla di cui preoccuparsi.» con un frenetico gesto della mano la moglie scacciò l’apprensione che la circondava, trattenendo per sé solamente l’eccitazione per quella rivelazione assurda.
«Allora vi lascio cinque minuti per preparavi,» disse il cameriere, «quando suonerò non dovrete far altro che premere il pulsante per aprire la porta.»
Il cameriere uscì e Timmy si precipitò all’armadietto, dove vi trovò una tuta della sua taglia. In un lampo la indossò e scoprì che gli andava troppo larga, finché, smanettandoci sopra com’è solito per uno della sua generazione, non premette il pulsante di adattamento e quella aderì perfettamente al suo corpo. Adesso si sentiva proprio un vero astronauta.
Anche i genitori indossarono le tute. La madre non faceva che ripetere eccitata di come avrebbe raccontato la serata ai colleghi in ufficio, il padre invece, continuava a mugugnare.
Timmy agguantò Orione e prese a correre intorno al tavolo, immaginando di essere un pilota con un gatto alieno antropomorfo a fargli da secondo. In una delle sue riviste, tempo prima aveva letto di una razza umanoide simili a leoni, che commerciava pietre e gioielli in galassie lontane dalla loro. Orione poteva essere una loro versione in miniatura. Il padre e la madre si scambiarono qualche battuta lievemente intimorita, cercando nuovamente sulla rete informazioni riguardo a quel posto.
Miliardi di recensioni in soli due anni, tutte a cinque stelle. Non vi erano però dettagli su come funzionava l’esperienza, cioè il “mangiare” senza realmente mangiare. L’Astropizzeria ci teneva particolarmente alla privacy e faceva una pubblicità intensa, ma non rivelava nulla su quello che era il loro servizio.
Nonostante tutto i due coniugi si rilassarono. Chiusero la schermata del palmare, scrollarono le spalle e si ricordarono del figlio: «Timmy, smettila! Vieni qui.»
Il ragazzo era eccitatissimo nel vedere i genitori con addosso le tute spaziali, rinchiusi insieme a lui dentro una capsula ermetica. Da un momento all’altro si aspettava di partire nell’iperspazio. Saltò giù dal tavolo e cambiò gioco, mettendosi il gatto sopra la spalla e utilizzandolo come se fosse un cannone sonoro distorci miagolii. «Morite alieni maledetti! Morite! Non avrete mai la mia pizza!»
Orione, inutile dirlo, era in balia degli eventi.
«Piantala Timmy! Vieni qui e dimmi che pizza vuoi.» insisté la madre.
Il ragazzino atterrò sulla sedia e appoggiò il gatto sul tavolo. Ancora ansimante scorse con il dito il menù. Le pizze erano tantissime, divise sulle pagine per sistemi e galassie a cui appartenevano.
Fu il padre ad accorgersi che le pizze in offerta erano in realtà solo quelle nella pagina della via lattea, sezione sistema solare. Timmy giro il depliant su sé stesso e si accorse che non era piegato solo in tre parti come era sembrato quando il cameriere glielo aveva consegnato. I fogli si connettevano e si incastravano, si mescolavano e si nascondevano tra loro. Voltando due volte la stessa pagina si poteva cambiare sezione senza trovare le pizze lette poco prima. Alla fine, dopo aver tribolato un po’, Timmy trovò la sezione desiderata. Accanto ad ogni pizza c’era una foto con la relativa descrizione.
Marte: rossa solo pomodoro. Luna: senza pomodoro con crateri di formaggi diversi. Saturno: caratterizzata da molteplici anelli di crosta insaporiti che roteavano intorno alla farcitura. Giove: pizza gigante con farcitura a piacere, ideale dalle dieci persone in su. Mercurio: servita bollente con peperoncini e salame piccante (solo per veri esploratori solari). Venere: farcitura a scelta tra una serie di ingredienti afrodisiaci (ideale per un primo appuntamento o per riaccendere vecchie passioni). Pluto: baby pizza per bambini. Urano: farcita con frutti di bosco. Nettuno: melanzane, radicchio, scamorza. Terra: pomodoro, mozzarella, basilico.

Mentre Timmy si mordeva la punta della lingua, indeciso tra una Giove – da condividere con Orione – e una Saturno, il cameriere squillò alla porta.
«Avanti.» disse il padre, poi si ricordò del pulsante e lo premette.
«Molto bene,» disse il cameriere abbassando la testa per evitare gli sbuffi di vapore del condotto di ventilazione. «vedo che vi siete sistemati. Come vanno le tute, sono comode?»
«Perfette.» squillo Timmy, poi fece scorrere lo sguardo sulla sua ciurma finché non si accorse di Orione, ancora stravaccato sul tavolo. «Orione però non ha una tuta, come può stare qui dentro?» chiese.
I genitori si guardarono incuriositi, non ci avevano pensato.
«Non preoccuparti,» rispose il cameriere, «i gatti non seguono le leggi della fisica classica. Sono da sempre considerate creature divine e probabilmente proprio questa convinzione li ha trasformati in tali.»
«Che assurdità!» esclamò il padre.
«Si dice che i gatti abbiano nove vite,» disse il cameriere. «questo è falso, ma posso assicurarle che le particelle di cui sono composti, i quanti per l’appunto, continuano a comportarsi in maniera quantistica anche nel loro insieme, nella perfetta e misteriosa creatura macroscopica che è il gatto. Solo così si spiegano certi comportamenti felini.»
«Mi stai dicendo che avete risolto il paradosso del sorite in materia quantistica?» chiese Timmy balzando dalla sedia. Giusto una settimana prima avevo letto della cosa nella rivista a cui era abbondato.
«Il paradosso del sorite?» chiese il padre incrociando le braccia.
«Sì, il paradosso tale per cui “mucchi” di particelle, che sono regolati da leggi quantistiche caotiche, fatte di informazioni che non si possono conoscere, particelle che sono in più posti contemporaneamente e fenomeni che smettono di avvenire se li si osserva; finiscono per essere determinati da leggi fisiche regolari che si sanno gestire in modo esatto quando, insieme, formano oggetti macroscopici. Come le persone appunto, o i palmari o li alberi o le vaschette per gatti. Tutto!»
«Esattamente.» disse il cameriere, ingessato come sempre.
Assurdo rispondesse così serenamente. «E tutto questo lo si osserva nella completezza di particelle che forma… il mio gatto?» Timmy osservò Orione come non aveva mai fatto prima. Orione dal canto suo miagolò piano, come sempre, rimando stravaccato nell’agognante attesa di una pizza. Erano già un paio d’ore che non mangiava nulla.
«Non solo il tuo gatto, ma tutti i gatti.» rispose il cameriere, divertito.
«E come avete fatto?»
«Per le pizze intendi? Beh, con la farina ovviamente. Il paradosso afferma che, dati oggetti piccolissimi, come la sabbia per esempio, non si può stabilire quando si ha effettivamente un mucchio e quando no. Un solo granello in più o in meno non fa differenza tra un mucchio e un insieme di singole entità, perciò semplicemente, usiamo farina quantica.»
La domanda fondamentale che da sempre i fisici si pongono: se tutto è fatto di particelle microscopiche e tutte le particelle seguono la meccanica quantistica, allora non dovrebbe tutto quanto seguire la meccanica quantistica?
Svelata così, in una pizzeria.
Marcel e la moglie nel frattempo non capivano nulla e guardavano distrattamente i menù per non destare sospetti.
«E dove l’avete trovata della farina quantica?» chiese il ragazzo.
«Questo purtroppo non posso dirvelo, o i nostri pizzaioli mi metterebbero dentro il forno.» il cameriere sfregò le mani. «Ma torniamo a noi: i signori sono pronti per ordinare?»
«Certo, ordiniamo.» disse la madre. «Tutta questa fisica mi ha messo una gran fame. Ah! Non faccia caso a mio figlio, è un nerd.»
«Non si preoccupi, ci siamo abituati.»

In poco tempo vennero prese le ordinazioni e il cameriere si congedò. Non appena la porta si chiuse, Timmy si buttò sul gatto con tutto l’interesse che aveva per la fisica. Prese Orione da sotto le zampe e lo scosse per bene. Il gatto non reagì, questa volta utilizzando come scusa a sé stesso il fatto che fosse troppo debole data la mancanza di cibo.
Come faceva quel gatto così pigro a eludere le leggi della fisica? Pensò Timmy. Certo è, che a volte i gatti riuscivano a compiere gesta impressionanti, e si cacciavano in situazioni che, in un universo dettato unicamente da leggi deterministiche, si sarebbero potute definire “improbabili”. Orione però non era uno di quelli, era un gatto grasso e pigro, che avrebbe preferito essere rapito da chicchessia piuttosto che prendersi la briga di correre o fare evoluzioni quantiche.
Timmy non vedeva l’ora che arrivassero le pizze, sia per vedere cosa sarebbe successo, sia perché cominciava a sentire una gran fame.

Il cameriere ritornò con quattro pizze fumanti. Davanti ai genitori mise una Luna e una Marte, una Saturno per il ragazzo e una Pluto per Orione. Quest’ultimo ci si gettò sopra famelico, come se non mangiasse da giorni, e sporcandosi di pomodoro tutte le vibrisse. Timmy si trattenne con fatica dal buttarsi anche lui su quella magnifica pizza, costringendosi a osservare con attenzione il felino in attesa di una qualunque stranezza che potesse coinvolgerlo.
«Eccoci qua, signori.» disse il cameriere. «Il computer della sala mi dice che le vostre tute sono state indossate correttamente e sono in ottimo stato. Ora chiuderò ermeticamente la porta, sarete messi sotto vuoto e portati ad una frazione di grado dallo zero assoluto, non preoccupatevi, non sentirete nulla. Buon appetito.»
Il cameriere uscì con un mezzo inchino e i commensali rimasero a fissarsi l’un l’altro.
«Come facciamo a mangiare con queste tute addosso?» chiese il padre da dietro il vetro del casco parzialmente annebbiato dal respiro.
Intanto Orione era già a metà pizza e non dava segni di cedimento. Timmy lo scrutò con piglio scientifico ma ancora non notava nulla di anormale.
Ad un certo punto il gatto smise di mangiare. Il ragazzo trattenne il respiro nella trepidante attesa di osservare un fenomeno quantico, ma Orione si limitò a miagolare triste, probabilmente per non aver ricevuto una ben più sostanziosa Giove.
E allora, solo allora, d’un tratto tutto cominciò.
Le loro pizze presero a vibrare, poi scomparvero. Immediatamente riapparvero a mezz’aria in punti diversi della stanza e in stati fisici differenti: solide come pietre, gassose, liquide. Una delle Lune colava formaggio da tutte le parti e la Marte era diventata un’esplosione di pomodoro sopra il muro. Eppure non sporcarono nulla, e un attimo dopo si materializzarono istantaneamente da un’altra parte. Fenomeni che quando li si osservava smettevano di esistere, pensò Timmy esterrefatto. Una giostra di pizze stava girando per la stanza in maniera del tutto incontrollabile e caotica. Le pizze volavano sopra di lui, deformandosi in un caleidoscopio di colori e ingredienti la cui forma non era esattamente quella consona. Pomodoro gassoso, mozzarella solida, frammenti di farina sparsi per tutto il tavolo in minuscole particelle.
Le pizze avevano cominciato a comportarsi in maniera quantica.
Non si poteva più quindi determinare la loro reale posizione ma solamente affermare che ci fosse un’alta probabilità che fossero all’interno di una lunghezza d’onda. Ogni oggetto macroscopico, in realtà, pensò Timmy ammirando quella magia, si comporta in tale maniera, dai grattacieli agli acini d’uva, dalle zanzare alle persone, ma normalmente la loro lunghezza d’onda è così infinitamente microscopica e trascurabile che gli atomi di cui sono composti restano “uniti” evitando che l’oggetto in questione si disintegri e vada a zonzo per il cosmo. Quanto doveva essere grande la lunghezza d’onda dentro quella stanza? Probabilmente grande quanto la stanza stessa. Perciò, ogni cosa al suo interno poteva muoversi liberamente senza però essere effettivamente disintegrata.
All’improvviso Timmy sentì il sapore della pizza, calda e gustosa, doveva trovarsi all’interno del suo stomaco! Anche lui faceva ora parte della lunghezza d’onda.
Era buonissima. D’un tratto rivide la sua pizza, poi non la vide più, un millisecondo dopo si trovava sparsa per la stanza in forme diverse e contemporaneamente ne sentiva ancora il sapore sulle papille gustative, insieme a un’improvvisa sensazione di pienezza nello stomaco. Timmy non sapeva più dove guardare, attraverso i caschi della tuta notò che anche i genitori erano spaesati come lui, felici e increduli per quanto stava avvenendo.
La sua pizza Saturno gli ricomparve davanti agli occhi, un capolavoro della cucina, con gli anelli di crosta insaporiti che vorticavano intorno alla base farcita. Quando la pizza scomparve, o sarebbe meglio dire, si spostò probabilmente in un luogo diverso, a fissarlo Timmy vide sé stesso, seduto davanti a lui.
Una parola di stupore si perse nello spazio ristretto del suo casco, silenziosa a tutti, perfino a sé stesso. Poi rimase senza del tutto parole. Notò che anche i suoi genitori si erano sdoppiati e stavano girando come delle trottole supersoniche in differenti stati fisici insieme alla giostra di pizze.
Non vi erano dubbi, perfino loro cominciavano a comportarsi in maniera quantica.
Il secondo Timmy lo salutò timidamente, per poi scomparire una frazione di secondo dopo e ricollocarsi all’interno della stanza. Confuso, Timmy cercò Orione e lo trovò esattamente dove lo aveva lasciato, intero, integro, stravaccato sul piano della cucina a fissare melanconico il piatto vuoto. Allungò un braccio per accarezzarlo ma prima di sentirne il pelo morbido sotto le dita, l’onda di probabilità lo travolse catapultandolo di qualche metro. Gli balzò il cuore in gola. Come poteva evitare di essere trasportato di qua e di là senza il suo volere?
Prima che potesse rendersene conto, il ragazzo si ritrovò a vagare per la stanza insieme ai genitori, teletrasportati di continuo da un punto a un altro, in molteplici posti contemporaneamente e in stati fisici assurdi che smettevano di essere non appena li si osservava. Solamente Orione sembrava immune a tutto quel caos, e i suoi occhioni gialli vorticavano insieme alla famiglia nelle loro evoluzioni.
Timmy prese a essere e a non essere probabilmente in più posti. D’altronde non vi è nessuna certezza nella materia che si comporta in maniera quantistica.  Altri lui gli giravano intorno e d’un tratto si chiese, o si chiesero, o probabilmente si chiesero, chi fosse quindi il vero Timmy. Erano ancora l’oggetto macroscopico che formava Timmy o erano un unico insieme di singoli? Erano ancora vivi? Un altro sbalzo della lunghezza d’onda lo trascinò in uno stato differente. Si concentrò sul sapore delizioso della pizza che gli pungeva la lingua e la sua risposta non poté che essere sì, era ancora vivo. Eppure, gli sembrò che l’altro Timmy, quello che ruotava vibrando vicino agli armadietti, non fosse soddisfatto di quella pizza Saturno. Avrebbe preferito un piatto vegetariano, o una porzione di patatine fritte, o del cioccolato, e poi gli brontolava un po’ lo stomaco, doveva andare di corpo. E quell’altro, quello che stava provando ad acchiappare il gatto, non lo faceva per accarezzarlo, lo sapeva, lo sentiva nella sua testa, ma perché una parte di lui, più sadica, godeva nel tirargli la coda e gettarlo in aria. Oddio, pensarono i Timmy, i miei pensieri si sono sdoppiati, la mia coscienza si è divisa tra i tanti me stesso nell’onda di probabilità! Chi sono io in questo momento?
Lo pensò e non lo pensò, probabilmente lo fece, forse non riuscì a farlo perché di fatto non era così. Timmy continuò una personale battaglia con sé stesso, tra parti di coscienza che volevano continuare a mangiare e altre che volevano solo andare a casa, assaporando e disgustando il sapore della pizza mentre la mangiava e tentava di afferrarla, la quale, al tempo stesso non c’era più, perché era dentro il suo stomaco o espansa in forma d’aria per la stanza.
Orione stette a fissare la scena dei tre umani che vibravano e si spostavano di continuo discutendo tra loro, entusiasti e disgustati, infastidito per non riuscire ad acchiappare nessuna delle loro pizze. Fino a quando, galvanizzato dalla fame insaziabile e dall’allegra giostra sopra di lui, in uno slancio atletico provò a prenderne al volo qualcuna, ma tutte le volte rimase a bocca asciutta. Le vibrisse vibrarono. Il gatto eseguì altri due saltelli ma ottenne come unico risultato quello di sporcarsi il muso con un impasto semisolido di farina e molecole d’olio. Dopo un paio di minuti quel caos incontrollato cominciò a scemare e una pizza comparve davanti a lui, immobile. La fissò e, temendo potesse fuggire via, vi si lanciò addosso affossando le zampette.
In una frazione di secondo la giostra finì e i tre umani si ritrovarono al loro posto, confusi, ammaliati, le pizze davanti a loro esattamente come se non fosse successo nulla, a parte il fatto che si sentivano sazi.
Tutti tranne Marcel. «Ehi! La mia pizza!» esclamò il padre.
Orione si leccò i baffi. Probabilmente avrebbero sospettato di lui, ma nel momento in cui l’uomo vi posò lo sguardo, Orione aveva già smesso di masticare.
Fenomeni che smettono di accadere se li si osserva.

Il padre pagò, ancora esterrefatto per l’esperienza provata, mise una mano nella tasca accertandosi che ci fosse ancora il buono per una seconda serata e tornò barcollando alla macchina a braccetto con la moglie.
Durante il rientro, solo una domanda frullava ancora nella testa del giovane Timmy, inebetito e affascinato. Se per far avverare quella magia erano stati rinchiusi in una stanza depressurizzata, schermata dalla luce e con una temperatura dello zero assoluto, come aveva fatto Orione a sopravvivere?
Forse il cameriere aveva ragione. I gatti godono del privilegio di non seguire le normali leggi della fisica e, adottando un comportamento quantico in un mondo macroscopico, sono capaci di fare cose che a noi esseri umani appaiono straordinarie.
Chiunque abbia un gatto non può che sottoscrivere questa teoria.
Timmy si accomodò sul sedile posteriore e arruffò il pelo sulla testa di Orione, che miagolò piano sistemandosi vicino a lui. «Bravo Orione. Sei un buon gatto.»
E probabilmente aveva ragione, Schrodinger sarebbe stato fiero di lui.

 

 

 

 

 

Quando scoprirai di avere i superpoteri

Quando scoprirai di avere i superpoteri

Adoro i supereroi. Il problema dei supereroi però è che nascono dai fumetti, e i fumetti vengono letti da esseri umani in miniatura che tendenzialmente non possiedono sufficienti scorte di danaro per collezionarli. In tutti questi anni poi, ne sono usciti così tanti che per leggerli mi ci vorrebbero due vite di tempo e di soldi.
Per questo motivo, un giorno mio nonno mi fece uno dei più bei regali che io avessi mai ricevuto. Lui non era in miniatura, ma la sfortuna ha voluto che non fosse particolarmente abbiente e quindi nemmeno ui poteva soddisfare le mie frivolezze da nanetto. Un giorno però prese uno dei tanti fogli che teneva impilati su una sedia in cucina, ritagliò tanti bigliettini quadrati, e in ognuno ci scrisse sopra un super potere. Velocità supersonica, Superforza, Vista raggi X, Creare aziende, Avvelenare le cose, Lanciare miccette infinite e tanti altri stranissimi. Non dovendosi preoccupare di far crescere soldi, mio nonno mi diceva che aveva tempo per fecondare l’immaginazione.
Li mise dentro un vasetto di yogurt bianco, di quelli da mezzo chilo di plastica. Lo agitò per bene e me lo diede.
«Qua dentro ci sono tutti i tipi di superpoteri che tu possa immaginare.» disse. «Ma ci sono delle regole. La prima è che potrai pescare solo un potere al giorno, e il suo effetto durerà fino a mezzanotte. La seconda è che se il potere pescato non ti piace, potrai cambiarlo pagandone come prezzo un anno della tua vita.»
Io ero felicissimo di avere tra le mani un vasetto pieno zeppo di poteri, ma non ero più un bambino tanto credulone, sapevo che si trattava solo di un gioco e, non vi nego un poco angosciato per quell’avvertimento, lo incalzai. «Grazie nonno, ma trovo molto improbabile che la cosa sia vera. Se io adesso li pescassi tutti in una volta morirei istantaneamente?»
Mio nonno non rispose, mi guardò sorridendo criptico e mi piazzò una mano incallita sopra la testa, «Quando si è giovani le cose improbabili accadono più spesso, non te lo dimenticare.»

Così da piccolo portavo il vasetto sempre con me, e insieme ai miei amici ci divertivamo a giocare ai super eroi. Poi crebbi. Da adolescente lo portavo alle prime feste cui partecipavo e mi divertivo a intrattenere i ragazzi facendogli pescare i bigliettini. Tutti quanti si divertivano perché poi stavamo a disquisire sui vari utilizzi che ne avremmo fatto e a come trarre il massimo vantaggio nella vita quotidiana. Come utilizzereste voi, ad esempio, i poteri di cupido? Avreste un arco per andare a caccia; senza dimenticarvi che potreste volare, finendo così tra le mani di fantascienziati inclini a studiare strani fenomeni come un ragazzo intento a librarsi nel cielo. Oppure, più semplicemente potreste aprire un’agenzia di incontri.
Va detto inoltre, che il vasetto non era affatto noioso. Ho già accennato che al suo interno non c’erano troppi superpoteri scontanti e banali, come diventare invisibili o rigenerarsi. Vi erano cose più particolari, tipo: energia infinita, comprare tutto al 50% di sconto, essere laureato in tutto, rimuovere l’attrito, i poteri del papa e cose del genere. E stranamente, era molto raro pescare lo stesso potere due volte o nell’arco di poco tempo. Era come se i bigliettini mutassero di volontà propria.
Ma il tempo passava. Io crescevo, le feste diminuivano e mio nonno ci lasciò. I miei amici li vedevo meno e il vasetto rimaneva più spesso a casa.
Quando diventai più grande me ne dimenticai. Trovai un lavoro, una ragazza stabile, iniziai a dare dei soldi in casa a mia madre che aspettava solo la pensione e l’aiutavo a pagare le bollette. Avevo i soldi per poter iniziare a pensare di seguire una serie di fumetti, ma non avevo il tempo e la testa per impegnarmici.
Un giorno io e la mia ragazza decidemmo di andare a vivere insieme. Non lo avevamo programmato ma lei rimase incinta e noi eravamo giovani con tutta la vita davanti. Felici.
Ci fu il matrimonio, un mutuo.
Mentre svuotavo il garage per il trasloco ritrovai il vasetto dei poteri. Era ingiallito e i bigliettini consumati dal tempo. Non appena lo vidi un’ondata di calore mi pervase il petto e mi mancò il fiato. Sudai come se stessi svuotando un solaio pieno zeppo in estate. Era febbraio.
Aprii il vasetto ed estrassi un potere. D’istinto presi il cellulare e pensai di mandare un messaggio ai vecchi amici per annunciarne la grande riscoperta. Per ridere insieme della spensieratezza che si aveva all’epoca, ma ci ripensai. Decisi di leggere prima il biglietto. Avrei sempre potuto mandare una foto sul gruppo whatsapp.
Pescai scomporsi in goleador ridendo di gusto all’idea. Non ricordavo ci fosse quel potere. Stavo per scattare la foto quando una rivelazione mi balzò addosso come un gatto a cui hanno pestato la coda. Mi venne in mente che, in tutto quel tempo, non avevo mai davvero provato a usare i miei poteri. Congetturavo sui mille utilizzi che ne avrei fatto, seri o ludici che fossero, sognavo. Sognavo ma non ci credevo. Accompagnate da una lacrima mi ritornarono alla memoria le parole del nonno, che quando si è giovani le cose improbabili accadono più spesso.
La voce di mio nonno non la sentivo più da anni ormai, eppure, i suoi insegnamenti ancora albergavano nei miei ricordi. Così decisi di crederci sul serio.
Lasciai il cellulare e strinsi il vasetto. Liberai la mia parte fanciullesca, che in tutto questo tempo non si era lasciata sopraffare da quella adulta e responsabile. Quella che rende le persone noiose e piagnucolanti.
E ci riuscì.
È difficile spiegare com’è il mondo visto dalla prospettiva di centinaia di goleador sparse nel mio garage, in cui ogni pezzo è cosciente degli altri e tutte insieme formano… te stesso.
Rimasi in quella situazione così per un tempo indefinito, cercando di assimilarne l’esperienza: sentivo il cuore battere all’impazzata per l’emozione, ma non avevo un petto. Potevo elaborare dei pensieri, ma non avevo effettivamente più un cervello. Sentivo il cemento freddo della rimessa, ma non avevo un vero corpo, né una pelle.
Io ero centinaia di goleador sparse in terra.
Mi concentrai e ritornai normale.
Mi sentii sciocco, non potevo crederci, eppure l’esperienza appena subita era decisamente reale! Decisi di riprovare. All’improvviso mi sovvenne la regola di perdere un anno di vita. Se il vasetto funzionava, se le parole del nonno erano vere, allora doveva esserlo per forza anche quella regola, ma per quella volta decisi non mi importava. Dovevo avere una conferma.
Pescai conoscere tutte le lingue dell’universo. La mia mente esplose e il cervello mi sembrò espandersi all’infinito. Oltre la mia casa, la mia nazione, la terra e la stessa galassia in cui viviamo. In un attimo mi resi conto che conoscere tutte le lingue dell’universo implicava indirettamente anche sapere dell’esistenza di altre razze senzienti a noi sconosciute. Ero fuori di me. Non mandai il messaggio ai miei amici ma capii che cosa avrei dovuto fare da quel giorno in poi.
Continuai il mio lavoro – scrivere per un piccolo giornale locale – e la mia ragazza continuò il suo. Nessuno sa nulla di me, e benché prenda molto seriamente questo mio nuovo secondo lavoro, mi sono prima dovuto togliere qualche capriccio.

Mia figlia è nata, l’abbiamo chiamata Viola. Io stamattina ho pescato cambiare colore alle cose.
Non avrei dovuto espormi così tanto, è vero, il mio alter ego va tenuto celato e molti potrebbero rimanere scioccati.
Sono appoggiato al balcone e scruto la citta al tramonto come faccio tutti i giorni dopo quella volta in garage.
E Indovinate di colore è oggi il mondo intero.

super eroe
Per ringraziarvi dello sforzo nella lettura vi lascio questa bella immagine Super Trash!!
Ciao

Ciao

Mi chiamo Bokko e mi piace scrivere.
Nel nome uso le “k”, perché sono anni ’90 e perché voglio allontanare tutti quelli che prendono la scrittura troppo seriamente.
Tutti gli altri, quei pochi di voi rimasti, saranno il mio pubblico.

Mi piacciono le parole, quelle belle e quelle brutte, i giochi da tavolo, i coccodrilli gommosi e tutto ciò che è TRASH.

Ti avverto subito che qui non troverai storie d’amore. Forse da qualche parte ho accennato qualcosa: un occhione da cerbiatta, un battito cardiaco reggaeton, o un latino muscolo sudato, ma non mi sentirete mai parlare veramente d’amore, o scrivere frasi banali per coppie confuse su fogli trasparenti con pennarelli indelebili fotografati in controluce al tramonto.
Posso togliervi il fiato in altre maniere però.

In realtà, un libro che tratta del sostantivo più abusato della storia l’ho scritto. Io lo definisco: “Un romanzo da e per chi si è rotto i cosiddetti delle storie d’amore” e se tutto va bene tra poco verrà pubblicato. Se tutto va male invece, lo potrete trovare gratuitamente su questo sito, insieme a numerosi altri racconti.

Al momento non ho un editor personale (e chi sono? Mica Umberto – erto – erto) perciò tutti i racconti che leggerete qui non sono stati editati da un professionista, al contrario invece dei libri pubblicati con le case editrici. Ma ci troviamo nel 2020, il mondo è veloce e interconnesso, se avete qualcosa da dire, se avete notato errori, scrivetemelo.

Per ora la presentazione è finita. Puoi andare nella sezione Bio o seguirmi sulla pagina instagram Bokko.Trash.Autore, per scoprire qualcosa in più su di me e/o offendermi in direct.

Le cronache di lampor! Prologo

Le cronache di lampor! Prologo


Voce narrante: anziana e indiscutibilmente cadenzata e saggia

Questa è la storia di un tempo lontanissimo. È il tempo dei miti e delle leggende, di antichi déi, crudeli e meschini; dei grandi eroi che sfidano la tirannia; di una terra abitata da creature magiche e subdole, alcune spocchiose, altre pompose; di sfrenate passioni, intrighi, tradimenti; di regine sfarzose e re indisponenti; dei signori della guerra e delle forze del male!

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